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Meridionali e settentrionali in una lettera di Salvemini a Rossi
15 novembre 2021

Nell’autunno del 1921 Ernesto Rossi, amico e discepolo di Gaetano Salvemini, si recò in Basilicata come collaboratore di un altro amico salveminiano, Umberto Zanotti Bianco, che dirigeva l’ANIMI (Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia). Mai immemore della questione meridionale, Salvemini, mentre era a Parigi, il 10 settembre 1921 confidò a Zanotti Bianco: «Se avessi un po’ di migliaia di lire da spendere, prenderei un anno di permesso dall’Istituto di Firenze, e me ne andrei in giro a studiare i tentativi di trasformazioni agrarie compiuti nel Mezzogiorno, uno per uno; e farei un volume che avrebbe, credo, un grande interesse. Ma ci vorrebbe un anno di lavoro! E ci vorrebbero fior di quattrini per le spese di viaggio. Peccato non poterlo fare!». Iniziata l’attività di ricerca in Lucania, Rossi entrò in contatto con il torinese Emilio La Rocca, direttore regionale dell’ANIMI per la Basilicata. La Rocca era amico di Salvemini, Giustino Fortunato e Piero Gobetti e benemerito della scuola e della formazione dei maestri elementari. Benché da poco in Basilicata, Rossi cominciò a toccare con mano la dura condizione dei contadini diseredati lucani e inevitabilmente andò incontro a difficoltà e perplessità, anche su una certa incomprensione della realtà locale da parte di La Rocca. Di tutto ciò rese conto a Salvemini, scrivendogli una lettera dettagliata e affettuosa, in cui tra l’altro gli rivelava le sue impressioni su Potenza e gli comunicava il suo desiderio di recarsi a Bari per mettersi in contatto con la succursale della Società Umanitaria di Milano. Salvemini gli rispose da Firenze il 6 novembre 1921, principiando dal vincolo culturale e affettivo che si andava rinsaldando fra due uomini di due diverse generazioni, un maestro quarantottenne e un discepolo ventiquattrenne: «Mio caro Rossi, grazie di cuore della tua buona lettera. Io avevo sentito benissimo tutti i legami di affetto che erano andati sorgendo fra noi in questi ultimi tempi. Fra un uomo, che comincia a precipitare verso il rammollimento senile, e un giovane desideroso di coltura e di azione, chi ci guadagna nell’amicizia, mio caro Rossi, è il più vecchio: perché la gioventù, con le nuove correnti del pensiero, costringe il più anziano a non irrigidirsi, a tener conto degli elementi nuovi della realtà, a mettersi al corrente… Credi tu, caro Rossi, che in quello sforzo di obbiettività che hai notato in me, non partecipasse in larga misura il tuo spirito? In realtà, noi ci scambiamo i nostri servigi. E sento che mi mancherà molto la tua conversazione e la tua amicizia, da ora in poi». Più oltre il meridionalista entrava nel merito delle prime esperienze fatte da Rossi nel Sud: «Quanto mi dici delle difficoltà e incertezze del tuo primo lavoro in Basilicata, non mi sorprende. Forse sarebbe stato bene che prima della tua andata laggiù, ci fossimo riuniti tutti a Roma a definire un poco il programma del tuo lavoro. Ma anche questa intesa preventiva avrebbe servito poco: la realtà locale è sempre piena d’imprevisti… Tu hai intu-ito subito l’abisso, che divide codesta, che è la più infelice regione del Mezzogiorno, dall’Italia di quassù. Quanto scrivi di Potenza è caratteristico: noi nel Sud non abbiamo città, ma ipertrofiche mostruose borgate rurali. E quassù, leggendo nei libri le cifre delle popolazioni, credono che Potenza sia come Pistoia. Non possono vedere che fra Potenza e Pistoia c’è tanto dislivello quanto fra Pistoia e Dicomano: e forse anche maggiore!». Dopo aver invitato Rossi a leggere due monografie sulla Basilicata per farsi un’idea sui precedenti della situazione lucana di quel tempo, Salvemini passava a dare il suo giudizio su La Rocca e sulla psicologia dei meridionali tendenzialmente buoni, in minoranza rispetto ai borghesi disonesti del Sud: «Il La Rocca è intellettualmente quale tu lo vedi. Ma è buono, e onesto, e desideroso di bene. Se avrai pazienza con lui, potrai, a poco a poco agganciarlo alla realtà. Tutti i meridionali buoni sono così: spumeggianti e inconcludenti per scarso sentimento della realtà e delle proporzioni. Perciò il loro desiderio di bene diventa facilmente fraseologia e retorica. E dalla retorica si scivola facilmente nella insincerità morale: e i buoni diventano cattivi anch’essi. Ma i più sono cattivi… Bada però che non c’è meridionale cattivo, in cui non ci sia una scintilla di bontà, di altruismo, di capacità di eroismo; come non ce n’è uno buono, in cui non ci sia la possibilità di cavarne un perfetto mascalzone!». Salvemini offriva poi al giovane amico dei validi consigli operativi: «Venendo al tuo lavoro, mi pare che faresti opera pratica e santa, se considerassi come centro della tua attività l’assistenza agli emigranti, per sottrarli allo sfruttamento orribile dei piccoli borghesi affaristi. Ma a questo scopo occorrerebbe viaggiar molto, continuamente, cercando di creare una rete di amici in tutti i comuni. Opera difficilissima. E bisogna guardarsi proprio dagli amici, fra i quali vedrai filtrare ben presto… degli agenti di emigrazione. Mi pare che faresti bene a concentrare per ora la tua attività nei capiluoghi, e non illuderti di realizzare presto resultati visibili. I primi passi debbono essere lenti e penosi. Il primo anno deve essere di studio, di conoscenze personali, di contatti, di… errori. La mietitura comincerà fra cinque o sei anni, ed è bene non far parlare i giornali; dillo a nome mio a La Rocca. (Questi ha fiducia in me: e in caso di bisogno, puoi e devi utilizzarmi nei tuoi contatti con lui)». Un’altra sfera di azione, cara a Salvemini, era quella scolastica ed educativa, per la quale spendeva queste parole: «Quanto alle scuole, sarebbe già molto se tu, impadronendoti della legislazione al riguardo, riescissi ad aiutare i comuni più poveri ad ottenere gli aiuti, a cui hanno diritto, dallo Stato; dovresti cercare di diventare il Segretario dei comuni per gli affari scolastici. I segretari comunali sono ovunque, laggiù, ignoranti e bricconi: pensano solo alle elezioni. Ma se qualcuno si offre di fare il loro lavoro, lo lasciano fare». Prima di incontrare Salvemini, Ernesto Rossi era stato un ex combattente nazionalista vicino all’ideologia del primo fascismo, ma nutriva in sé un connaturato odio per la retorica. L’incontro con lo storico fu provvidenziale per salvarlo da questo sviamento. Salvemini, conoscendo la sua avversione per i massimalisti e comunisti, lo invitò a un concreto pragmatismo: «Occorre, caro Rossi, che tu cerchi di vincere certe ripugnanze, e vada ad aiutare i comuni nuovi, anche se militanti con la bandiera scarlatta o bolscevica. Qui troverai un desiderio di novità, incapace di realizzarsi per ignoranza. Nei comuni vecchi c’è, oltre all’ignoranza, la voglia di non veder cose nuove. Se tu metti il tuo senso del concreto a servizio delle nuove organizzazioni, tenendoti fuori dalle competizioni elettorali, otterrai che quelle nuove tendenze non si disperdano in… spume. Ma anche in questo campo, ti occorrerà non avere fretta: guardare, esaminare, criticare. Il resultato del primo anno di lavoro deve essere una… relazione sul programma del tuo lavoro futuro in base allo studio che avrai fatto dell’ambiente e dei suoi bisogni». Sull’intenzione di Rossi di recarsi a Bari per avere ragguagli dalla succursale della Società Umanitaria e per crearsi nuovi contatti, Salvemini lo illuminava così: «A Bari avrai poco da imparare all’Umanitaria: prendono gli stipendi da Milano per fare la propaganda socialista. In compenso di quelle poche migliaia di lire, che sciupano laggiù, i milanesi possono dire di proteggere l’Italia meridionale, ed acquistano il diritto di domandare aiuti maggiori al Governo in nome del Mezzogiorno: va da sé che gli aiuti così conquistati restano poi tutti lassù… Ma a Bari puoi conoscere qualche persona, che ti potrà dare buoni consigli. Ti raccomando soprat-tutto il prof. Giovanni Modugno - Via Gioacchino Murat 184: l’anima più nobile e più pura fra quelle che io conosco, conoscitore del problema scolastico. Vedi anche se a Bari si trova l’avv. Francesco Picca di Molfetta; è un pessimista feroce, ma conoscitore della vita dei contadini. Utile ti sarà il Laricchiuta [Eugenio], socialista fra i meno peggiori, desideroso di coltura, e non privo di buon senso e di onestà». Infine Salvemini elargiva consigli sui contatti da allacciare e su quelli da evitare in Lucania: «Quanto alle persone che potrai cercare di conoscere in Basilicata, ne parlerò con un professore di Rionero [in] Vulture [Raffaele Ciasca] che è qui, e che è un uomo di coscienza sicura. Chissà che egli non possa indicarmi qualche individuo perbene. Cerca di conoscere Ettore Ciccotti. È un uomo d’ingegno: purtroppo è inacidito dalle ingiustizie altrui e dagli errori propri. Forse tra i professori di scuole medie settentrionali troverai – se sono giovani – qualche buon aiuto. I settentrionali invecchiati nel Mezzogiorno sono gente vitanda: mascalzoni, che incrociano tutte le malvagità settentrionali e meridionali». Ernesto Rossi si getterà a tutt’uomo nel lavoro, mescolandosi fra i contadini lucani in miseria. Questa esperienza accrescerà in lui il sentimento di avversione nei confronti della casta politica italiana, inetta a dare risposte adeguate al “popolo” sacrificatosi con disciplina nelle trincee della Grande Guerra. © Riproduzione riservata

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