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MareAmare ultima fatica del Teatro dei Cipis
15 settembre 2009

Il 2 agosto, presso il Largo Chiesa Vecchia, con il patrocinio del Comune di Molfetta e il sostegno del Parroco del Duomo, Don Ignazio Pansini, ha visto la luce, nell’ambito dell’estate molfettese, l’ultima fatica del Teatro dei Cipis. “MareAmare” è uno spettacolo scritto e diretto da Corrado La Grasta, un inno a quel mare dolceamaro, cui da sempre sono legati i destini di molti abitanti della nostra città e delle loro famiglie. Con questo spettacolo, presentato dalla brava Francesca Petruzzella, il “Teatro dei Cipis” si conferma realtà coraggiosa e appassionata nel panorama culturale della nostra città (a fine settembre riprenderanno i suoi laboratori teatrali, presso l’“Auditorium Regina Pacis”; per informazioni in merito alle iscrizioni, è possibile rivolgersi al 3475758439). Vari elementi concorrono armonicamente nell’invenzione di La Grasta. Pervasive le suggestioni di “Moby Dick” di Hermann Melville: “Chiamatemi Ismaele” declama il marinaio protagonista di “MareAmare”, proprio come il celebre personaggio dello scrittore americano, figura che già nel nome biblico recava impresso il destino di esule. Costante, ossessivo nella trama dello spettacolo, appare il richiamo a tre canzoni italiane: l’“Alba sul mare” di Claudio Villa è riecheggiata nella lettera poetica del marinaio alla sua donna; quest’ultima si scioglie in preghiera recitando i versi di “Il pescatore”, condotta al successo dall’interpretazione di Pierangelo Bertoli (coautore con Negri) e di Fiorella Mannoia. La filosofia di vita dell’uomo di mare è declinata con gli accenti de “Il canto delle sirene” di Francesco De Gregori. Una preziosa operazione di raccordo, insomma, tra memorie letterarie e musicali, con uno sguardo lirico alle tragedie del mare: dal naufragio della nave-traghetto “Moby Prince”, nel 1991, alle vicende del “Francesco Padre” e di “Mare e vento”. “MareAmare” è la storia di una donna, moglie e madre (Giulia Petruzzella), che perpetra, in un tempo ciclico, l’attesa del suo uomo. Una vedova bianca come le tante che si sono consumate trascinando un’esistenza grigia, o magari hanno ceduto all’insidiosa seduzione di chi ha donato loro “una rosa rossa malaspina”, per poi svanire, carpito un fremito di piacere. A questa delicata figura femminile la Petruzzella regala un lirismo non comune, che emoziona specie nella reiterazione, con la voce sempre più rotta dal pianto, di una preghiera destinata a smarrirsi nel vento. Corrado La Grasta incarna il marinaio, l’amante atteso, l’inquieto che solca le acque in cerca di quegli stimoli che la terraferma gli nega o l’uomo malato di nostalgia, spinto da necessità a interminabili migrazioni tra i flutti. Vissuti, esigenze, disagi di uomini differenti confluiscono in questa figura, cui La Grasta dona allo stesso tempo solida concretezza e sofferto idealismo, in un’interpretazione ispirata. A fornire la chiave di volta dell’intera rappresentazione il personaggio del Capitano. A lui tocca la funzione di prologante, ma gli è affidata anche la chiusa dello spettacolo, suggellata nell’immagine di un “mare che in sé contiene centinaia di lacrime amare”. Molto convincente Carlo Del Vescovo: del personaggio coglie bene, a nostro avviso, il mistico, ossessivo, attaccamento a una filosofia di vita, che si traduce nel romanticismo quasi spietato di chi forse resiste al canto delle Sirene, ma non a un’ebbrezza vaga di libertà.

Autore: Gianni Antonio Palumbo
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