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Le iscrizioni rustiche sulle torri di Molfetta
15 gennaio 2005

Esplorare le iscrizioni votive, fatte da una persona o da un casato sui propri fabbricati in campagna, anche se munite d'indicazione temporale, non porta ad alcuna conoscenza storica. Tutt'al più suggerisce un antico costume di devozione o un atto religioso esibito per tacito patto con le autorità religiose e prevenzione di condotta “ribelle” dei sottoposti. E' anche possibile in campagna leggere iscrizioni di diversa devozione (naturistica) su complessi murari e professioni personali o collettive di fede su cappelle (sacelli), tabernacoli e nicchie. Le collettive possono esprimere una devozione mediata dalla politica. Così “fanno” storia. Tra le iscrizioni, che conosco, suggerite dal personale sentimento del contadino o del signore terriero due sono suggestive, perché significano due concezioni di vita. Una è apposta all'ingresso d'una delle Sette Torri. Essa ha ricordi classici, poetici e palesa la pacifica visione di vita del proprietario, fondata sull'armonia tra uomo e natura, senza negare una cornice trascendente alla stessa vita rustica. Vi si legge: D. O. M. JSTA SIGISMONDI EST TURRIS HIC VITA BEATA HIC AMOR . HIC RISUS . PAX ET AMICA QUIES ANN = DNI MDCCLXXIII Cioè: In nome di Dio Ottimo Massimo. Questa che vedi è la “torre” di Sigismondo. In questo luogo (è) felicità, qui amore, qui giocondità, pace e quiete confidente. (Eretta) nell'anno del Signore 1773. L'altra sovrasta l'ingresso della cappella dell'ampia “Torre del Tuono” in agro di Giovinazzo nei pressi del quadrivio tra le provinciali Giovinazzo-Terlizzi e Molfetta-Bitonto. Essa rischia di scomparire con il rudere, che nell'ultimo decennio ha perso per opera del tempo e delle intemperie alcune parti, tra cui i fornici campanari. Esprime una devozione al divino mista di fraterno amore per gli uomini o almeno solidarietà: D. O. M. MIHI MEIS ET OMNIBUS MICHAEL SAGARRIGA A.D.1607 Che significa: (Istituisco questa cappella) per me, per i miei e per tutti (gli uomini). Michele Sagarriga nell'anno del Signore 1607. Meno generosa e curiosamente esattiva è un'iscrizione posta sull'architrave di un'edicola in agro di Giovinazzo, lungo una via rustica che forma un quadrivio con la via per Sette Torri e la provinciale 55 (Molfetta-Bitonto). E' dedicata ad un ente paradivino (angelo custode?), appellato “sant'Angelo” (come un toponimo cittadino molfettese) e dice: ANGELE SANCTE DEI HOC TIBI PONO SACELLUM ACCIPE ET ACCEPTI MUNERIS ESTO MEMOR D.VITUS VENTURERIUS. 1697. Interpretabile così: Angelo santo di Dio, istituisco questa cappella in tuo onore. Accettala e del dono così ricevuto conserverai memoria. Questo don (?) Vito Ventura (?) dava ordine (esto memor: “sarai memore” in senso imperativo) all'angelo di fare il suo “dovere” in cambio della dedica. Fin qui nulla che implichi la storia come vicenda collettiva, sociale e politica. Troviamo dediche di questo tipo in agro molfettese, esattamente in via Fondo Favale e in via Coppe, nella parte iniziale della strada provinciale 23 (Molfetta-Corato). Esse sono iscritte su due nicchie diverse per struttura. Quella di via Fondo Favale racchiude un dipinto, raffigurante san Salvatore da Horta in gruppo. E' del 1950, l'anno d'un giubileo storico, venuto sulle ferite della guerra in un tempo di faticosa ricostruzione, e desta stupore apprendere il dedicatore: la comunità dei braccianti. E' proprio qui la portata storica e politica della nicchia. Gli anni dell'immediato dopoguerra furono attraversati dalle sconvolgenti agitazioni bracciantili in attesa della riforma fondiaria. Sono nomi quasi leggendari di rivolta in Puglia quelli di Cerignola, Torremaggiore, Candela e a quei momenti è legato l'eccidio di Portella della Ginestra in Sicilia. I braccianti di Molfetta dedicarono una nicchia ad un santo (significativamente san Salvatore) con questa iscrizione: LA COMUNITÀ BRACCIANTI COSTRUÌ V.VO ACHILLE SALVUCCI ANNO SANTO 1950 La questione bracciantile non squassò solo il secondo dopoguerra, ma anche il primo (dopo la “grande guerra”), tanto che i governi periferici dovettero favorire impieghi della mano d'opera agricola in opere pubbliche, quali le sistemazioni e l'apertura di nuove strade nelle città. Anche a Molfetta agiva l'incubo nazionale delle agitazioni del “biennio rosso”, come ci attestano le parole del dott. Domenico Roselli, sindaco nel 1922. Nelle riunioni del consiglio comunale spesso erano pronunciate parole di comprensione per la condizione dei braccianti. Questi in quell'anno erano andati a lavorare nel Tavoliere, ma erano tornati con pochi soldi per la scarsa produttività granaria dell'anno e l'incubo della fame dai braccianti s'estese agli amministratori del Comune di Molfetta. Le parole di Roselli tuttavia son indizio di ben altro incubo: “…è dovere dell'Amministrazione per contenere questa massa nei limiti della legalità, apprestare qualche lavoro”. Per i “numerosi disoccupati” l'amministrazione dava all'ufficio tecnico mandato di progetti di “facili lavori stradali”, spesso l'avvallamento di cunette stradali nel sorgente quartiere ad est del corso Umberto, del costo d'alquante migliaia di lire. E il consigliere avv. Altamura, dalle manifeste simpatie popolari, suggeriva di far pressione sui proprietari fondiari “perché anche loro eseguiscano lavori straordinari nei fondi in modo che alla men peggio si passi questo periodo, che ci separa dai lavori autunnali della ricoglizione delle ulive”. Il problema dei braccianti ricomparve dopo la guerra hitleriana ed anche allora fu faticoso “contenere … nei limiti della legalità” una massa di disoccupati. Si fece ancora una volta ricorso a lavori pubblici e noi ragazzini-adolescenti degli anni cinquanta vedevamo su fondi stradali o marciapiedi squadre di sfrenzùele (“speranzuoli” traduceva non senza motivo il nostro docente di storia e filosofia, Giovanni De Gennaro) straccamente all'opera (diversa dalla loro). La comunità dei braccianti aveva di che contentarsi e votarsi a san Salvatore per opera del Comune e benedizione del vescovo Salvucci. Le amministrazioni comunali non erano più ideologicamente “repubblicane”, ma democristiane. Non si lavorò solo in città, ma anche in campagna, perché la seconda delle due nicchie annunciate fu una sorta di tempietto aperto, un tetrastilo coperto da calotta a base quadrata, che ancora (ma decrepito) orna la confluenza delle vie Marcinasa e Casale in via Coppe. Il libro di Corrado Pappagallo (“Edicole votive a Molfetta” edizione Mezzina per il Centro culturale Auditorium) mi suggerisce il nome della contrada: Lago Innocente. L'edicola fu dedicata al Sacro Cuore da disoccupati che lavoravano a quella strada. Sul pilastrino, su cui era impiantata un'immagine di Cristo, è un'iscrizione a rilievo: CANTIERE STRADALE CONSACR.DOSI AL SACRO CUORE DI GESÚ ERESSERO 1950 Chi istituì questo cantiere stradale fu un sindaco, Luigi Amato, la cui provenienza professionale costituì nel governo di Molfetta un'eccezione: veniva dalla carriera militare, in cui era stato generale. Ne narra i meriti e le onorificenze militari e le iniziative civili l'archivista comunale Mauro Uva nel libro “Galleria degli uomini illustri di Molfetta” (edizione Mezzina), dal quale cito: “Istituì […] numerosi cantieri scuola provvedendo così alla sistemazione di numerose opere fra le quali le strade vicinali Coppe e Favale”. Fu sindaco dal 14 giugno 1949 al 23 marzo 1950. Antonio Balsamo
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