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Laudate Dominum in choro, laudate eum in organo
15 luglio 2021

Oltre che carismatico, dotato di grande ascendente e di potere fondato sul fascino, don Salvatore Pappagallo fu visionario. Egli concepì progetti irrealistici ed irrealizzabili per i più. Un altro aggettivo, che ne definisce l’essenza di musicista, è “inattuale”, dove per inattuale si vuole intendere il senso attribuito alla musica sacra di Nino Rota: «inattualità è atemporalità, quello stare volutamente fuori del tempo, per evadere in un paradiso d’arte che ritrae la realtà come un sogno; in anni nei quali si ergeva la bandiera delle avanguardie, Rota rifiutò di scendere a patti con facili intellettualismi privi di collegamenti chiari con la realtà, preferendo servirsi, senza atteggiamenti polemici, senza prese di posizione teoriche, di un linguaggio sicuramente ottocentesco, ma saggiamente imbevuto di tecniche moderne, senza, però, divenire astruso, o pura astrazione» (Bruno Belli). Don Salvatore fu sempre fuori dal coro dei suoi contemporanei, quindi inattuale. Si pensi a quanto poté apparire strano ed inconcepibile, nella Molfetta di metà anni Settanta del ’900, pensare ad una scuola popolare di musica oppure collaborare, nel 1980, con un maestro di Radio France, quel celebrato Marcel Courad, che definiva “latino mediterranea” un certo tipo di polifonia vocale. Gli anni Sessanta furono anni intensi, dal punto di vista compositivo: oltre ai due oratori Lauda della Natività e Le nozze di Cana, nel 1960 compose il mottetto Cessate di uccidere i morti su testo di Ungaretti, nel 1962 il madrigale Sovra la riva e Oremus pro Pontifice, dedicato nel 1966 a papa Giovanni XXIII. Pezzi tenuti sotto traccia, come sostenne anni fa Lazzaro Nicolò Ciccolella, suo erede alla direzione della scuola Dvorak. Del 1966 e del 1968 sono le due cantate Le Beatitudini e Jerusalem. I tempi che visse, lo fecero tuttavia “virare” verso le inaudite messe beat (addirittura incidendo un disco, la Messa Pacem in terris del frate minorita Giuseppe Fiorentino, in cui don Salvatore stesso fu tenore solista dalla voce acuta). Di Rota sacro e dei rapporti con don Salvatore potrebbero assurgere ad exempla la Missa Brevis del 1961, spesso eseguita con la schola cantorum del Pontificio Seminario Regionale e il mottetto O vos omnes, insegnato ad alcuni giovani cantori del coro Salepico (nel 1984) per cantarlo durante le funzioni quaresimali della confraternita di S. Stefano. A proposito di inattualità, penso anche a ciò che Rota sostenne in un’intervista a Leonardo Pinzauti nel 1971 pubblicata sulla Rivista Musicale Italiana, a proposito della liturgia cattolica: «La liturgia cattolica così com’era prima delle ultime riforme era il senso stesso della Chiesa. Andarla a toccare per me è stato un errore e non soltanto perché si è compromesso il patrimonio musicale ». L’ambiente “romano” della musica sacra rappresentò per don Salvatore, negli anni della formazione di musicista, l’ineludibile archetipo, la fons estetica cui attingere continuamente. Fu l’incontro propizio con il suo maestro di composizione Armando Renzi, ad introdurlo nel mondo delle prassi esecutive romane della polifonia rinascimentale; Renzi fu infatti direttore del coro della Cappella Giulia. A Roma, giovane sacerdote proveniente dalla provincia meridionale, respirò un’aria affascinante che lo segnò indelebilmente. Nella sua vita, Roma significò, in primis et ante omnia, la Cappella Musicale Pontificia Sistina e il suo direttore perpetuo mons. Domenico Bartolucci. La “folgorazione sulla via di Damasco” si compì in Puglia, esattamente a Noci negli anni 1964-1965, presso l’Abbazia dei benedettini, dove lo studioso di gregoriano, padre Anselmo Susca, sotto l’egida di Nino Rota, volle organizzare pioneristici corsi di canto gregoriano, invitando, oltre che i più emblematici esponenti della scuola solesmense, anche lo stesso mons. Bartolucci per tenervi un corso di direzione di polifonia palestriniana. Qualche anno dopo, a Loreto (aveva partecipato alla Rassegna di corali con la schola cantorum del Pontificio Seminario Regionale Appulo Lucano), don Salvatore assistette ai concerti di gala tenuti dalla Sistina; in quegli anni la Sistina era la roccaforte di un certo tradizionalismo, mentre il mondo viaggiava verso le messe beat. L’incontro lauretano con la traditio romana aprì mondi inusitati; l’ascolto dei mottetti e delle messe di Palestrina, di de Morales, di de Victoria e di altri grandi maestri rinascimentali tracciò un profondo solco nel suo animo. Svolta decisiva fu quella che si compì nel 1984, quando grazie alla passione per la polifonia di un giovane sacerdote molfettese che aveva studiato in seminario a Roma, don Luigi Michele de Palma, il coro molfettese “Josquino Salepico”, dopo aver tenuto un concerto in San Lorenzo in Damaso (con Bartolucci in sala) fu ammesso ad assistere alle prove della Sistina. L’ascolto di Palestrina, interpretato da molti vecchi cantori ancora in servizio dal 1959, accese ancora di più il “fuoco interiore” in don Salvatore (come anche in alcuni cantori), tanto che pensò bene di organizzare a Molfetta, dal 1985 al 1993, corsi di polifonia palestriniana, invitando proprio il maestro Bartolucci. Tutto ciò che oggi sopravvive, relativamente a don Salvatore, si struttura in un puzzle indefinibile, ma ineludibile nella cultura musicale molfettese; registrazioni audio, foto, video, testimonianze, ricordi personali conservano la certezza di lenire, attraverso la loro sopravvivenza, la ferita lacerante della Sua assenza nella cultura attuale. © Riproduzione riservata

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