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La vergogna del voto “inutile” nella “democratica” Puglia
15 ottobre 2020

All’indomani del voto regionale sono sorte polemiche e recriminazioni sulla scandalosa legge elettorale pugliese con i suoi sbarramenti all’8% per chi si presenta da solo e al 4% per chi si presenta dentro una coalizione. Una legge elettorale che consente a una maggioranza che ha preso meno del 30% dei voti validi totali delle liste di avere un premio di maggioranza di 27 consiglieri su 50. Una legge elettorale voluta dal “democratico e antifascista” centrosinistra pugliese, quelli del “la Puglia ce la fa... la Puglia non si Lega... la Puglia non si affitta”. Una legge elettorale che blinda il sistema di potere di potere incentrato sulle due grandi coalizioni, sulle loro componenti moderate, che impedisce l’ingresso di nuove forze in consiglio regionale e riduce a pura testimonianza quelle che per una fase riescono a entrarvi, ad es. il Movimento Cinque Stelle. Ora che l’ennesima porcheria elettorale si è consumata si alzano ipocrite accuse di furto della democrazia o recriminazioni infantili che prima sono state sonoramente ignorate, solo perché provenivano da forze anti-sistema e fuori dal sistema di potere regionale. Un sistema che ha prodotto anche vittime politiche illustri, espulse dalla rappresentanza politica e istituzionale in Consiglio regionale quali la lista Emiliano, sindaco di Puglia, Puglia Verde e Solidale e Senso Civico. Proprio quest’ultima lista, Senso Civico, lamenta di esser stata fatta fuori pur avendo preso il 4,16%. Eppure non ci sono dubbi sull’applicazione della legge, anzi stupisce che questa legge elettorale difesa da illustri e navigati pluriassessori e candidati - come Alfonso Pisicchio e Cosimo Borraccino - non sia conosciuta proprio da loro che oggi sono stati buttati fuori dal consiglio regionale. La legge regionale impone di calcolare la percentuale di voti validi di una lista in rapporto al totale dei voti validi, comprendenti dunque anche i voti ai soli candidati presidenti, che sono 1.862.023 e non in rapporto al totale dei voti validi di lista che sono 1.676.499. Per questo la percentuale della lista ai fini della ripartizione dei seggi è 3,74% e non 4,16%. Quindi niente superamento dello sbarramento, anche questi sono stati “voti inutili” come si usa oramai dire. Stesso discorso vale per la lista Puglia verde e solidale che invece di cercare colpevoli a destra e sinistra per il mancato quorum, dovrebbe rifare i calcoli poiché la percentuale della lista ai fini del calcolo per l’assegnazione dei seggi non è il 3,80% bensì il 3,42%. Dunque anche in questo caso, voti buttati, voti inutili, anche quelli che hanno premiato il candidato locale Felice Spaccavento e il secondo della lista, Nico Bavaro. Si allargano così la sfera e il conto dei voti “inutili”, in cui ci sono non solo quelli della lista socialcomunista di Lavoro, Ambiente e Costituzione ma anche altri voti di liste e candidati che si presentavano come affidabili e “governativi”. Cos’altro deve succedere perché certa sinistra partitica e non, civica e non, cinica e non, prenda consapevolezza dello scempio di questi meccanismi elettorali e istituzionali per porvi rimedio? Possibile che certi scempi vengano censurati solo se attuati dal centrodestra e ignorati bellamente se proposti e attuati dal centrosinistra? La vergogna di questa tornata elettorale è il dato dei voti inutili espressi dai pugliesi, quei voti cioè che non hanno espresso rappresentanti in consiglio regionale ovvero 349.088 pugliesi che hanno votato la propria lista e il proprio candidato consigliere ma che di fatto non sono considerati dalla legge elettorale perché il loro voto è “inutile”. Il 20,8% dei voti validi alle liste sono stati voti “buttati”, un pugliese su cinque vede il proprio voto cancellato da questa legge elettorale cinica e indecente, quasi come quella della Turchia di Erdogan. E siamo nella Puglia di Emiliano, non in quella di Fitto, Salvini, Meloni a cui questa legge elettorale va bene infatti. Quando qualcuno si deciderà a dire e fare qualcosa contro questa vergogna, anche qui nella “democratica Puglia”, nella Puglia della primavera avvizzita allora sarà possibile condurre credibili battaglie per la democrazia e quelle battaglie saranno credibili presso la cittadinanza e riusciranno forse a ridimensionare la presa popolare delle forze e delle idee di centrodestra in questa regione e nel paese intero. Ma forse anche stavolta riponiamo speranze vane visti i festeggiamenti per le vittorie amministrative nei ballottaggi che hanno premiato le coalizioni di centrosinistra, quelle del Pd che si presentano con candidati giovani, brillanti e “civici”. Il resto delle questioni di principio e di sistema passa in cavalleria... E’ così facendo che si perde credibilità per strada, che si viene percepiti come contigui e simili a coloro che si vuole contrastare. Perché quando queste battaglie le si fa solo quando le leggi elettorali e le riforme costituzionali le fanno i fasciorazzisti del centrodestra della Lega e di Fratelli d’Italia – o le faceva Berlusconi – allora ci sono comitati referendari ben nutriti, associazioni partigiane e ricreative, sindacati studenteschi e sindacati generali che si schierano in prima linea e gridano al pericolo di regime ogni giorno a giornali, tv e social media unificati. Quando queste stesse leggi elettorali e riforme costituzionali le fanno il Partito democratico e il Movimento Cinquestelle allora spariscono i banchi di sardine, le associazioni partigiane e le grandi organizzazioni sindacali non si possono schierare perché il loro compito non è “far politica” direttamente nella contesa, i comitati referendari perdono appoggi e appeal. E così si rimane in pochi a difendere un principio che rimane tale, sempre e comunque, anche quando le condizioni sono sfavorevoli. Ma su certe questioni c’è pur sempre bisogno che qualcuno dica che “il re è nudo” anche a beneficio di quelli che solo oggi, dopo le urne, si svegliano e si rendono conto che hanno difeso una legge elettorale immonda che ha danneggiato “voti utili” per non sprecarli con “i duri e puri”. Certo, può anche bastare un assessorato senza presenza in Consiglio regionale a tacitare ogni protesta o battaglia ma questo esito confermerebbe la tesi iniziale: la chiusura quasi impermeabile delle istituzioni regionali alla rappresentanza democratica e pluralista.

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