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La solita interrogazione Il racconto
15 febbraio 2003

Del resto siamo a Carnevale e un racconto surreale-umoristico può anche starci. Anni fa una attrice, non rammento il nome, la TV era ancora in bianco e nero, intervistata disse che commuovere la gente è facile, difficile è farla ridere. Tanto difficile che oggi i vari media devono ricorrere all'humor demenziale, alle parolacce e alle volgarità sessuali per strappare una risata ad un pubblico che si sganascia sempre di più per una frase ripetitiva e una gestualità ossessiva ma non ride della battuta intelligente. Forse anche perché le battute intelligenti si fanno sempre più rare. (D. A.) Il professore entrò in aula più nervoso del solito. A colazione l'uovo alla coque era riuscito durissimo. Nel suo sguardo si leggeva il folle desiderio di sfogarsi sui poveri alunni che, messe da parte le carte da poker e le figurine della serie De Sade si accinsero con notevole spirito di sacrificio ad iniziare la dura giornata scolastica. Il silenzio era rotto soltanto dal lieve fruscio degli aeroplanini di carta che ondeggiavano ancora in aria e dal sibilo delle ultime pallottole calibro 33 con cui qualcuno cercava di abbatterli. Un proiettile bucò il cappello del professore ma rimbalzò sull'uovo alla coque che vi celava per una rapida colazione. L'uovo si incrinò e il professore mosse le labbra in un bieco sorriso, sapeva che prima o poi l'avrebbe spuntata con quel maledettissimo uovo. Inarcò un sopracciglio. E si beccò un crampo. Stoicamente non ci fece caso. Con calma apparente si sedette nel seggiolone che gli alunni gli avevano regalato con il ricavato di una colletta pro ritardati mentali e girò lo sguardo intorno sempre con sopracciglio inarcato che non gli riusciva di metter giù. In quel preciso momento l'ultimo aereo fu abbattuto e il più assoluto silenzio piombò sul piede del professore che represse un urlo disumano e mordendosi le labbra a sangue chiese: "Avete studiato oggi?" Nessuna risposta. "Allora," richiese "avete studiato la lezione?" Nuovamente nessuno gli rispose. Allora con un sorriso che il sopracciglio sollevato rendeva ancor più bieco chiese serafico: "In che lingua devo ripetervi la domanda per avere una risposta?" "In giapponese," mormorò una vocina inidentificabile. "Ah, bene, vedo che qualcuno ha voglia di fare lo spiritoso. E sia, allora ve lo chiederò in giapponese." Se volevano giocare duro lui era pronto: "Okito ohaka tatuio?" Tanto chi avrebbe potuto capirlo? Dallo stesso punto dal quale era giunta la vocetta si alzò un ragazzino. Aveva una carnagione giallognola e gli occhi a mandorla: "Ma Onolevole Signol Plofessore, che cavolo voi avele detto?" Il professore sgranò gli occhi beccandosi altri due crampi e si portò le mani ai capelli. Sentì sotto le dita l'uovo alla coque che si stava sgretolando e rinfrancatosi continuò facendo finta di nulla: "C'è qualche volontario?" Ancora una volta il silenzio fu più di una risposta alla sua domanda. "Ah sì?! Bene, o viene un volontario o vi interrogo tutti." La tremenda minaccia gettò nel panico l'intera classe, e altre tre nello stesso corridoio. Qualcuno tentò il suicidio ingurgitando velocemente le colazioni di una decina di compagni, ma questi erano troppo terrorizzati per linciarlo, così se la cavò con una intossicazione da veleno per topi che il suo compagno di banco usava come antifurto. Intanto la classe riunita in seduta plenaria aveva già deciso uno sciopero bianco rosso a tempo indeterminato (precisamente fino a quando la squadra parrocchiale di S.Filippo Neri non avesse vinto la Coppa dei Campioni), giustificando lo sciopero con la mancanza di assistenza per i gatti neri randagi. Ma il professore non si lasciò impressionare e rinnovò la minaccia: "Allora? Cosa avete deciso riguardo l'interrogazione?" Fu allora che, mentre qualcuno scriveva lettere d'addio al proprio criceto e qualcun altro si esibiva in strane smorfie per farsi credere pazzo, con la situazione che stava precipitando (si era al quinto piano), fiero come un eroe troiano si alzò Peppino che con voce velata dall'emozione esalò: "Vengo io." Laconiche parole, indice d'un animo nobile, pollice d'indomita forza morale e mignolo di viscerale altruismo. Un applauso fragoroso accolse questo supremo sacrificio mentre occhi luccicanti di gratitudine seguivano l'incedere sicuro del compagno. Così si fa la storia. E la geografia, la matematica, ecc. ecc.. Con un coraggio che rasentava la temerarietà Peppino si avvicinò alla cattedra entro il raggio d'azione della bacchetta e puntati gli occhi in quelli furiosamente rossi del professore disse: "Sono pronto." S'accese una vivace discussione se incidere sulla lapide sotto il busto marmoreo che gli avrebbero fatto la frase VENGO IO oppure SONO PRONTO. Dopo trecentoventisette votazioni a scrutinio palese e santo spirito, non avendo ottenuto il quorum, si decise di fare una verifica della coalizione di maggioranza e si passò alle votazioni per alzata di mano. Vi furono veementi proteste (i franchi e i giovanni tiratori sarebbe stati scoperti) per cui si optò per una decisione salomonica: entrambe le frasi sarebbero state incise facendo all'eroe due monumenti, un mezzo busto e un formato tessera. Il drago fissò... pardon, il professore con le narici che mandavano fumo e fiamme, con la bocca dall'orrido olezzo e le fauci spalancate con i denti aguzzi infissi nella cattedra, fissò la vittima sacrificale e con il solito ghigno che più ghigno non si può disse: "Cominciamo con la geografia." Un'arma micidiale. Il sole si oscurò e il silenzio cucì le labbra a tutti con punto croce. Lontano da qualche parte un rubinetto perdeva. Non si riusciva a capire chi stesse vincendo. "Parlami della Terra." "E' una sfera leggermente schiacciata ai poli." "E perché?" "Perché lì fa freddo." "E cosa c'entra?" "Il freddo restringe i corpi." Il primo colpo di bacchetta sfiorò il ragazzo, il secondo fu squalificato per invasione di corsia. Era soltanto il preludio. "Cosa c'è sotto la crosta terrestre?" "La mollica naturalmente." Il ragazzo schivò un fendente. Il suo compagno di banco gli lanciò una bacchetta rubata nell'aula a fianco e il duello cominciò. Il professore provò a colpire di piatto ma Peppino parò e rispose con un colpo di bicchiere, poi replicò con un colpo aristocratico, cioè dall'alto in basso. Un altro fendente mostrò che il professore non conosceva molto la scherma. Si corse allora ai ripari, ma poiché non accennava a piovere si tornò a duellare. Il docente colpì con un dritto, il ragazzo rispose con un rovescio. Le scommesse davano 3 a 1 per il professore, mentre il bidello optò per l'uno pari e mandò tutti negli spogliatoi. I due invece continuarono a bacchettare: un dritto, un rovescio, un dritto, un rovescio. Quando il maglione fu pronto si accorsero che aveva tre braccia e due colli per cui decisero di regalarlo al preside che aveva parenti strani. A questo punto riprese l'interrogazione: "Di quale elemento chimico è simbolo la lettera K?" "Lo zolfo?" "Sbagliato, il potassio." "E' sicuro?" "Come sarebbe a dire?" Sibilò il professore, "il potassio." "Io ricordavo lo zolfo." "POTASSIO!" Dal fondo dell'aula qualcuno svegliato di soprassalto disse: "Presente!" L'urlo di rabbia del professore rimbalzò sul soffitto e finì in porta. Il bidello gridò: "GOL." e corse ad abbracciare il docente che con un'abile mossa schivò l'energumeno e corse ad abbracciare la professoressa di disegno. Ma l'arbitro l'ammonì e gli ordinò di tornare sulla cattedra. Il professore allora disse: "Questa è una congiura." Dalla terza fila a sinistra, secondo banco, venne fuori Catilina che, brandendo un limaunghie urlò: "Alea iacta est," convinto fosse un feroce grido di battaglia e al contempo un tremendo insulto. Fu in quel mentre che la finestra andò in frantumi e nell'aula piombò Zorro, il vendicatore nero. La sua sciabola incrociò il limaunghie di Catilina e poiché aveva la precedenza passò per prima. Catilina offeso indirizzò una pugnalata al cuore dell'eroe mascherato, ma poiché l'aveva spedita con posta ordinaria giunse circa diciannove anni dopo. Il che permise a Zorro di parare mirabilmente e fu subito accolto come portiere nella squadra locale dei Caproni Grigiolilla. Si ostinava però a non togliere la maschera e tutti si chiesero chi potesse nascondersi dietro quei due centimetri di stoffa semitrasparente. Era un uomo del popolo o uno della gazzetta del mezzogiorno? Eppure, con quell'enorme naso, quelle orecchie a sventola, il capo calvo tirato a lucido, con quel pancione retto da quindici paia di bretelle e i baffetti alla Hitler non poteva essere che il Preside. Tutti però fecero finta di non riconoscerlo. Il duello s'era acceso e il puzzo di bruciato faceva lacrimare gli occhi. La situazione pareva sul punto di degenerare quando si spalancò la porta e un coro risuonò nell'aria: "Sandokaannnnn, Sandokaannnnn." Preceduto da una tigre, la tigre della Magnesia, a capo dei suoi tigrotti si gettò nel Tigri... pardon, nella mischia. Urla di raccapriccio si confusero con ruggiti e miagolii mentre Yanez in un angolo con in testa il cappello da asino fumava la pipa. La polvere copriva ogni cosa avvolgendo la baraonda per cui i ragazzi ne approfittarono per tornare alle carte da poker e alle foro pornografiche. Ma, nel bel mezzo dello scontro.... Driiinnnnn. L'intervallo. Di colpo tutti si fermarono, uscirono dall'aula e si accalcarono intorno al bar per prendere qualcosa. La ressa era enorme. Zorro con la punta della spada riuscì ad infilzare un panino e se la squagliò senza pagare. Sandokan emise un possente ruggito, ma nessuno gli fece caso e dovette attendere il suo turno. I minuti passarono in fretta. Il campanello riportò tutti nelle aule e la mischia riprese. Si cominciava a disperare quando Catilina si fermò di colpo e si lamentò: "La storia non doveva andare così. Non gioco più." E messo il muso tornò al proprio banco recitando rosa, rosae, rosis, ecc. ecc. (salute!). Poi giunse trafelato il bidello. Ad alta voce disse: "se per caso dovesse esserci qui il Preside, è desiderato in presidenza." Zorro smise di combattere, fece una V con l'indice e il medio della sinistra, incrociò le gambe e fingendo che gli stesse scappando corse fuori. Così Sandokan si trovò solo. Allora montò Yanez e si allontanò in cerca di qualche altra aula da invadere. La calma tornò sovrana. Il professore ricomprò la cattedra, nel frattempo venduta per pochi soldi ad un rigattiere e urlò: "SILENZIO." I ragazzi e gli scarafaggi si bloccarono spaventatissimi. "Bene," borbottò e rivolto uno sguardo gelido a Peppino disse: "Continuiamo l'interrogazione." Il ragazzo si sentì sprofondare. Era il solito Abate Faria che ancora una volta aveva sbagliato galleria. Donato Altomare I racconti di Donato Altomare sono reperibili presso la libreria Corto Maltese in Molfetta alla via M. di Savoia, 106.
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