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La passione civile e culturale di Vincenzo Valente CULTURA
15 marzo 2006

A Mlëfètte stimmë a ppóstë…è sufficiente citare l'incipit delle sue famose poesie in vernacolo perché, praticamente tutti, ricordino la deliziosa e dissacrante satira del professor Vincenzo Valente. Ma la complessa figura dello studioso, scomparso a fine gennaio meritava di certo un ricordo di più ampio respiro che, oltre a ripercorrere le tappe del suo fondamentale contributo culturale di filologo, glottologo, dialettologo, desse un'immagine anche del suo impegno civile e sociale. Questo ricordo è stato affidato alla voce di tre amici del professore, il preside Giovanni de Gennaro, la prof.ssa Elena Finocchiaro e il prof. Marco de Santis che, in un'affollatissima sala consigliare, ne hanno regalato a tutti i presenti un bellissimo amarcord. «Se fosse stato qui tra noi, ne avremmo tutti colto l'espressione di ironia scettica con la quale guardava sempre questo tipo di manifestazioni cogliendone subito il fumus retorico»: così ha esordito il preside Giovanni de Gennaro che ha scelto di ricordare la formazione culturale e politica del professore. Un nome spicca fra i tanti ed è quello di Tommaso Fiore che, come sappiamo, faceva rima con l'attivismo politico di chi usava la testa prima della parola e delle manifestazioni di piazza, faceva rima con antifascismo e con la passione civile, tutti ideali che Vincenzo Valente fece subito suoi e che diventarono per lui una vera e propria passione da coltivare assieme a quella per la parole: dal Partito d'azione al Partito socialista con l'ideale di realizzare il “buon governo” e di incarnare un attivismo politico fatto più di anamnesi e di studio dei problemi, che non di manifestazioni o di “bandiere”. Una candidatura alle elezioni amministrative si risolse in una sconfitta, del resto, «non avrebbe chiesto il voto di preferenza nemmeno a suo padre» sottolinea divertito il prof. de Gennaro; nel 1953 però fu consigliere comunale…per un giorno. Nella lettera al sindaco scritta ventiquattr'ore dopo la sua elezione, il professor Valente, dichiarava di non essere in grado di ricoprire la carica perché, per i suoi studi, era stato costretto a trascurare la politica attiva della sua città e, non si sentiva pronto, per rientrarvici in qualità di consigliere. La passione civile dunque, spesso cedeva il passo a quella culturale e all'amore per il dialetto che per lui era poesia, rappresentazione immediata, espressione della cultura e civiltà che, anche dietro forme rozze, celava profonde radici, musicalità e bellezza. Il ricordo della professoressa Elena Finocchiaro è insieme una testimonianza di stima, di affetto e un ripercorrere le tappe di un'affinità politica che l'ha vista per anni a fianco del professore. Parte dagli anni '50 e dal La Voce di Molfetta, un giornale che ebbe vita breve, era una pubblicazione sperimentale, ma che si rivelò una palestra per incontri dal sapore culturale, l'agone per dibattiti politici in cui personalità come quella di Vincenzo Valente non potevano non esaltarsi. Proprio su La Voce fu pubblicata per la prima volta una poesia in vernacolo del professore, uno sberleffo irriverente, ma incredibilmente veritiero, nei confronti di una mostra di 'arte contemporanea' inaugurata in un mobilificio sito allora su corso Umberto I. E quell' A Mlëfètte stimmë a ppóstë… uscì dalle riunioni private per concedersi in tutta la sua freschezza a tutti i cittadini. Poi il connubio con Beniamino Finocchiaro: l'attivismo politico sempre sopra gli schemi e, dopo la confluenza nel Partito Socialista le riunioni a casa del professore e della sua prima moglie Grazia Cascarano in piazza della stazione – «Ci riunivamo anche per guardare i programmi in TV; Vincenzo Valente fu tra i primi ad acquistare un apparecchio televisivo» –. Nell'ultimo decennio, l'amicizia e l'affinità politica con Beniamino portarono alla fondazione del movimento del 'Buongoverno' e del periodico Controcorrente che ne era il manifesto e del quale il professor Valente era condirettore assieme a Finocchiaro. L'appuntamento con il periodico per tutti cittadini era l'occasione per leggere ancora le sue poesie il cui umorismo era sempre graffiante, dissacrante e senza sconti per nessuno: dava voce alla mai sopita passione civile del professore e le dava voce alla sua maniera e con la sua amata 'lingua', il dialetto. La testimonianza del professor Marco de Santis è quella più legata al Vincenzo Valente studioso: «Se chiudo gli occhi, rivedo il professore alle prese con i suoi libri e i suoi vocabolari, i “ferri del mestiere”, come lui amava definirli». L'elenco delle sue pubblicazioni, dei suoi studi e la sua enorme cultura sorprenderebbero chiunque: era il professore – come lo era stato Tommaso Fiore, come lo avrebbe inteso Benedetto Croce – e non un professore qualunque; i suoi studenti ricordano tutti la sua stupefacente memoria e preparazione. Conosceva a memoria tutta la Divina Commedia e, quando spiegava Dante in classe, non era solito accompagnare la sua esposizione con le diffusissime edizioni critiche allora in circolazione: egli declamava le terzine a memoria e spiegava con una naturalezza e una dimestichezza che gli valse, tra le tante altre illustri collaborazioni, la partecipazione alla pubblicazione della Enciclopedia Dantesca della Treccani, per la quale collaborò a cinque volumi per un totale di 400 voci. Vincenzo Valente si distinse come critico letterario, sebbene considerasse la critica una scienza 'opinabile' ma i suoi lavori più intensi sono senz'altro quelli legati ai suoi studi di filologia e dialettologia che gli valsero, tra gli altri, nel 1981 il premio per Filologia e Linguistica dell'Accademia dei Lincei. A questo attivismo culturale di altissimo livello faceva eco una vita privata della quale il professore era estremamente geloso e rispetto alla quale era molto riservato: il professor de Santis accenna al composto dolore di Valente per la perdita della prima moglie, poetessa e narratrice di indiscusso talento, all'isolamento successivo all'avanzare inesorabile della malattia, al silenzio di fronte alle continue richieste di fargli visita. «Forse scelse di non rispondermi per non veder crollare le ultime difese del suo pudore all'incalzare dello sconforto» di fronte ad un male contro il quale non poteva reagire e che lo ha condotto alla morte, assistito dalla seconda moglie Maria, in una gelida notte di fine gennaio. Il 'racconto' regalato all'uditorio dai tre relatori si chiude piacevolmente con due componimenti del prof. Valente recitati meravigliosamente da un relatore d'eccezione, il giudice Antonio Maralfa, animato da una vera e propria passione per versi ricchi di colore, freschezza e ironia piacevolmente dissacrante com'era, in fondo, il loro indimenticato autore.
Autore: Francesca Lunanova
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