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Iprite e veleni nelle acque molfettesi: il male nascosto A Quindici che già nel 1994 lanciò l'allarme con un'inchiesta sulle bombe presenti nelle nostre acque, oggi si aggiungono i piccoli pescatori, preoccupati per i danni alla salute propria e dei cittadini che potrebbero mangiare pesce malato
15 novembre 2008

Dermatiti acute, congiuntiviti, asfissia, ragadi alle mani, tosse, diarrea. Sono questi i mali che ogni giorno affliggono i pescatori molfettesi, dimostrandosi sempre più frequenti e gravi, mese dopo mese. Tutti i sintomi rimandano agli effetti dell'iprite e di altri derivati chimici di origine bellica, e l'alta concentrazione di residui bellici nelle acque territoriali non può che avvallare l'ipotesi. Ma le analisi, miracolosamente e misteriosamente, smentiscono tutto. Quindici è stato il primo giornale ad occuparsi di questi problemi, pubblicando già nel suo primo numero, nel lontano 1994, un'inchiesta sull'argomento dal titolo “La pesca senza pace” e il 18 marzo 1995 un'altra inchiesta che parlava anche dell'affondamento dell'Alessandro I con foto inedite delle bombe della seconda guerra mondiale, oggi vogliamo rilanciare l'allarme soprattutto sul fronte della salute dei lavoratori del mare e del pericolo di blocco dell'attività di pesca a causa di un problema che rischia di esplodere in modo drammatico. In realtà, il timore di una conseguente interruzione dell'attività ha per lungo tempo bloccato i pescatori da ogni necessario avanzamento di denuncia, fino a quest'estate. Oggi la situazione è cambiata perché questi lavoratori si rendono conto di dover fare i conti con i danni alla salute. Infatti, i frequenti episodi di insufficienza respiratoria, la riduzione del pescato dell'80%, ha spinto il presidente della Cooperativa Pescatori Molfetta, Vitantonio Tedesco, a lanciare l'allarme. Dopo le segnalazioni al pronto soccorso di Molfetta, i pescatori hanno rivolto lettere di denuncia alla capitaneria, al sindaco, all'USL, all'ARPA di Bari e all'ISPRA (ex ICRAM). Sono stati così effettuati prelievi di acqua marina presso la prima cala dall'ARPA, con la collaborazione della capitaneria e dei pescatori molfettesi. Dopo 5 giorni i risultati sono giunti a testimoniare un'alta presenza di alga killer, ma niente di più. Certamente la concentrazione dell'alga risulta molto più elevata dei limiti stabiliti dalla legge: 112 milioni di cellule sulla colonna d'acqua nel percolato delle reti, contro i 10 milioni come limite consentito dalle legge. Ma, nonostante la comunicazione rivolta alla Regione e in particolare all'assessore all'ambiente e all'assessore alla salute, i pescatori non hanno potuto contare su alcun sostegno da parte delle istituzioni. L'alga killer, però, non presenta insidie di così rilevante portata per la salute, rendendo ingiustificate le denunce dei pescatori. Ciò ha spinto questi ultimi a confrontare i dati con le analisi del Dipartimento di Chimica dell'Università Federico II di Napoli. Dalle analisi è emersa la presenza dell'83% di ostreopsis ovata (una specie di alga killer), il 5,1% di lewisite (un agente della guerra chimica, derivato dell'iprite) e il 3,3% di arsenico. Dopo la notizia apparsa sui giornali, immediata è stata la conferenza stampa indetta dall'ARPA, in cui la dott.sa Olga Mangone, responsabile delle analisi, ha smentito i risultati pubblicati sulla Gazzetta del Mezzogiorno, minacciando di denunciare il quotidiano. Il tutto ha suscitato non poche perplessità fra i pescatori molfettesi, che ogni giorno scendono a confrontarsi con quel mare scomodo nelle posizioni di qualcuno. Soprattutto quando i problemi di salute riscontrati, se confrontati con le ricerche fatte dal prof. Giorgio Assennato, presidente generale dell'ARPA, sono perfettamente compatibili con la presenza dell'iprite o dei suoi derivati. Inoltre, il presidente della Cooperativa Pescatori, continua a sostenere incessantemente la documentata presenza di un vero e proprio arsenale bellico nelle acque prospicienti il porto. Sembra che bombe e fusti bellici stiano ormai alterando inesorabilmente l'ecosistema marino, facendo sentire un'eco ormai in ritardo di decine di anni. Con effetti troppo rilevanti per poter essere ignorati. L'80% delle specie autoctone non sono più presenti nelle nostre acque, non vengono più pescati rombi, sogliole, mennole, astici, aragoste, rondinelle, monacelle, cozze penne, gallinelle, passere e molte altri pesci. Le specie rimaste hanno subito una notevole riduzione dei propri esemplari presenti. Di certo l'attività intensiva di pesca negli ultimi anni ha determinato una riduzione del pescato in tutto l'Adriatico, ma solo in queste zone è riscontrabile la totale assenza di certe specie. Certamente le innumerevoli responsabilità possono determinare un peso determinante del problema, soprattutto per le istituzioni che finora hanno ignorato le invocazioni che venivano dai malanni e dalle cattive condizioni di salute della gente. Ma coprire la gravità della situazione sanitaria con qualche frettolosa dichiarazione pronta a ricacciare l'eredità bellica al suo fondo lontano, sembra sottomettere i cittadini alle esigenze di apparenza e comodità. Continuiamo a mangiare il pesce delle nostre acque come se nulla stesse succedendo, come se quelle bombe, ricacciate nel fondale oltre mezzo secolo fa, siano rimaste in sospeso per gran parte della nostra storia moderna. Il problema sembra non toccare nessuno, quasi facesse da sfondo ad una sfumata pagina di un manuale e le denunce servissero da appariscente cornice ai risvolti di “costume” delle esigenze storiche. Ma gli effetti dei residui chimici delle armi presenti nei nostri mari, cominciano solo ora a riversarsi nell'ambiente che ogni giorno viviamo, inserendoci in un mondo che ci ha trascinato per decenni in una corsa alla contaminazione, e che ancora oggi cerca di “rimandare” la salute dei propri figli. L'unica speranza è che i monitoraggi che in questi giorni l'ISPRA (ex ICRAM) sta effettuando per individuare tutti i residuati bellici, non costituiscano ancora un ostacolo alle necessità di facciata.
Autore: Giacomo Pisani
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