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Il postino interpretato ieri all'Odeon dai ragazzi del Liceo Scientifico di Molfetta
29 maggio 2009

MOLFETTA - Ci sono incontri che sfuggono nel gioco casuale degli intrecci, scivolando via fra le trame ignorate delle vite. Altri incontri, invece, ti pongono di fronte ad uno specchio, dei più chiari e profondi, che scopre immagini e frammenti, miserie e vissuti di te stesso, dell'abisso profondo che nascondi. Che agita la voce, che dice la vita, i sentimenti. Così, le parole balbettate da Gianluca de Trizio, nei panni del postino Mario Ruoppolo, vengono ricomposte dagli sviluppi delle immagini viste, degli incontri vissuti con Pablo Neruda, in un eterno fluire di sentimenti, di desideri. Le frasi spontanee di Pablo Neruda, interpretato dalla straordinaria vitalità di Roberto Ricchitelli, smontano piano le sicurezze da cui ci facciamo vivere, le espressioni ostensive, che denotano ciò che è, ciò che vediamo, che dominano i nostri discorsi, il nostro sentire. Per ripercorrere l'infinita profondità di un cielo stellato, di un mare ondoso, del viso di una donna, che entra nelle miserie dimenticate del nostro animo per farsi attendere da nuova materia esistenziale, da nuove metafore. Come la vita, come il desiderio talmente attraente da impaurirci e da farci ritirare nella sicurezza della consuetudine. Di quella consuetudine che appiattisce le persone del paese, le voci spente dei pescatori. Ma quando i sentimenti si lasciano trasportare da quei frammenti, da quegli sguardi di donna che lasciano cadere ogni cancello di finitudine, le parole diventano poesia, si caricano di energia, del nostro vagare sempre uguale e sempre diverso, mutato dalle scelte, dal sapore della libertà E la libertà si espande, vive le attrazioni degli incontri oltre i confini, oltre la distanza che separa, al ritorno di Neruda in Cile, il poeta dal giovane postino. La poesia per dire la vita, per sprigionare la rivoluzione molecolare che attraversa la libidine dei sogni, delle passioni. Del desiderio di lottare, di morire per la libertà, per generare ogni giorno nuova follia creativa, per essere sempre soggetti del proprio mondo. Come ieri sera, sul palco dell'Odeon, quando gli abbozzi esistenziali maturati dal comporsi poetico delle metafore, hanno trascinato i ragazzi del Liceo Scientifico verso l'orizzonte di frasi ancora da dire, di rivoluzioni ancora da fare. Per un progetto che continuerà a farci assaporare altri percorsi di scoperta. Per guardare in noi stessi, nei nostri sogni, nei nostri amori.
Autore: Giacomo Pisani
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La prima poesia di Neruda, da: Confesso che ho vissuto - Memorie - Ora vi racconterò una storia di uccelli. Sul lago Budi cacciavano con ferocia i cigni. Gli si avvicinavano silenziosamente sulle barche e poi rapidi, rapidi remavano....I cigni, come gli albatri, si alzano difficilmente in volo, debbono correre scivolando sull'acqua. Sollevano con difficoltà le loro grandi ali. Li raggiungevano e li finivano a bastonate. Mi portarono un cigno mezzo morto. Era uno di quei meravigliosi uccelli che non ho mai rivisto al mondo, il cigno dal collo nero. Una nave di neve dal lungo e flessuoso collo come inguainato in una stretta calza di seta nera. Il becco arancione e gli occhi rossi. Fu vicino al mare, a Puerto Saavedra, Imperial del Sur. Me lo diedero quasi morto. Lavai le sue ferite e a forza gli cacciai in gola pezzettini di pane e di pesce. Rigettava tutto. Ma a poco a poco si riprese, e cominciò a capire che ero suo amico. E io cominciai a capire che la nostalgia lo stava uccidendo. Allora prendevo il pesante uccello fra le braccia e lo portavo al fiume. Nuotava per un po', vicino a me. Io volevo che pescasse e gli indicavo i ciottoli del fondo, le sabbie su cui scivolavano gli argentei pesci del sud. Ma lui guardava con occhi tristi la distanza. Così ogni giorno, per più di venti, lo portai al fiume e me lo riportai a casa. Il cigno era quasi grande come me. Un pomeriggio se ne stette più sulle sue, quasi assorto, nuotò vicino a me, ma non si distrasse ai gesti con cui volevo insegnarli di nuovo a pescare. Se ne stette tutto quieto e io lo presi di nuovo fra le braccia per riportarlo a casa. Allora, mentre me lo tenevo contro il petto, sentii come se si stesse srotolando un nastro e qualcosa come un braccio nero mi sfiorasse il viso. Era il suo lungo e sinuoso collo che ricadeva. Così imparai che i cigni non cantano quando muoiono. -
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