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Guglielmo Minervini: Di Gioia ha voluto vincere, ora deve convincere Di Gioia non è nel partito, ha fatto altre scelte politiche, eppure è ora il candidato formale della coalizione
15 febbraio 2006

La vicenda delle primarie ha fatto venire a galla, chiaramente, la mancanza di un gruppo dirigente di coalizione, capace di comporre le esigenze delle singole parti in una visione generale e di esprimere una leadership condivisa e unitaria del centrosinistra. Parte da questa considerazione Guglielmo Minervini, assessore regionale della Margherita alla “Trasparenza e Cittadinanza attiva”, nell'analizzare la situazione determinatasi nel centrosinistra a seguito delle elezioni primarie dello scorso 4 dicembre che, come noto, hanno fatto registrare la netta affermazione dell'ing. Lillino Di Gioia a seguito della quale, però, si è determinata una vera e propria paralisi della coalizione, incapace, per oltre un mese, di decidere se riconoscere o meno il risultato emerso dalle urne. La vicenda si è poi conclusa con il documento della Margherita che ha dato il via libera alla candidatura di Di Gioia, “ma quella – commenta Minervini – è stata solo una ratifica formale, ora spetta al candidato sindaco dimostrare di saper coagulare attorno a sè motivazioni, passioni, energie. Questa non è più e non è ancora la fase dei numeri, ma dei gesti, delle idee, delle parole giuste”. Rimprovera, quindi, al gruppo dirigente della coalizione (di cui lei stesso fa parte) di non aver fino in fondo perseguito, con convinzione, la strada di una candidatura unitaria? “Non voglio rimproverare nulla a nessuno. Faccio, però, una constatazione: nel confronto tra le forze politiche si è avuta l'impressione che le primarie da mezzo si fossero tramutate in fine. Si è pensato, cioè, che potessero sollevare i partiti dal dovere di raggiungere un'intesa condivisa, sul terreno del dialogo e della ricerca politica. Si è rinviato alla conta il compito di costruire una proposta di alternativa racchiusa in un candidato unitario e un programma comune. Le primarie nella nostra città di fatto sono divenute un surrogato, chiamato a risolvere l'incapacità a trovare la sintesi. Così questo straordinario metodo di partecipazione dei cittadini alla vita politica, è stato contaminato da un'impressionante sequenza di errori politici dei quali tutti abbiamo responsabilità. Certo è difficile fare insieme una coalizione se dominano indecifrabili sentimenti di rivalsa”. Lei ha sempre sostenuto che il centrosinistra “storico” a Molfetta è sostanzialmente minoritario e che per cercare di governare i mutamenti in corso in questa città è necessario aprirsi a settori che sono, almeno in parte, non omogenei. Ritiene ancora valida questa tesi? “Non è una mia opinione, ma la dura realtà dei numeri che descrivono una città assai diversa, più composita e variegata, di quella spesso rappresentata da certe letture riduttive che circolano tra noi. Tutti i risultati elettorali degli ultimi dodici anni, a Molfetta, dicono che il centrosinistra rappresenta una porzione circoscritta della città, cioè che la nostra proposta politica non riesce a riflettere la complessità sociale. Non è solo una questione di “alleanze” con pezzi di ceto politico esterni al centrosinistra, ma anche un problema di partiti deboli e poco radicati nel tessuto sociale della città. Siamo competitivi nel voto di opinione e sulla borghesia cittadina ma ci sfuggono i ceti popolari, anzi l'impressione è che manchino i legami con intere parti di città. Lo dimostra la fotografia costante del voto: contiamo discretamente nella zona di Levante ma a Ponente registriamo un deficit pesante”. In questa cornice entra anche in gioco la questione della “politica delle alleanze”, che resta un nervo scoperto della coalizione. La mia lettura è che questa indecisione costituisca un ulteriore indizio di debolezza. Ha paura di aprirsi all'altro, anche radicalmente diverso da sè, solo chi si percepisce debole. In quell' “altro” interlocutore politico si riflettono altre parti sociali della città, diverse culture, altre visioni. Perché Molfetta è borghesia colta e borghesia parassitaria, valori e degrado, lavoro onesto e sopravvivenza quotidiana. Negli ultimi quindici anni la stessa struttura sociale ed economica della città si sta modificando in modo profondo: meno imbarcati, meno contadini e più stuccatori, più operai. Mentre i giovani laureati vanno via, gli impiegati e i professori hanno smesso di aumentare, ma cresce una sacca di disagio sociale in proporzioni inquietanti. Noi da dieci anni esortiamo il centrosinistra ad avere maggiore consapevolezza nella missione di cambiamento che è chiamato a svolgere. Cambiamento, non conservazione o rassegnazione: cambiamento non significa solo affermazione della propria superiorità morale ma una strategia più articolata e paziente di costruzione del consenso su una diversa idea di regolazione sociale. Non è facile, ma per provarci bisogna avere il coraggio di sfidare al dialogo anche pezzi di ceto politico non organici. Mantenere la tensione all'apertura non significa svendere se stessi, mettere sul mercato della politica principi e valori come merce di scambio, ma avere la convinzione di poter dimostrare che sulla legalità, sulla trasparenza, su un'idea alta di servizio nelle istituzioni possano maturare consensi nuovi se ci si apre ad un dialogo aperto e intelligente. Significa dimostrare che l'onestà, la coerenza, la tenacia pagano, alla lunga, più che l'opportunismo, il qualunquismo, il cinismo. E non è affatto facile, in quest'Italia berlusconiana e in questa Molfetta dal sangue levantino. Ma la politica, in fondo, è anche un'incessante esercizio di autoeducazione. Sempre”. Questa sua convinzione portò, qualche anno fa, all'ingresso proprio di Lillino Di Gioia nel centrosinistra e nella Margherita in particolare. Se quella valutazione è ancora valida, perché oggi sono sorti tutti questi dubbi nel riconoscergli la possibilità di rappresentare la coalizione? “Negli ultimi anni la Margherita, spesso purtroppo solitariamente, ha mantenuto un costante atteggiamento di apertura e di dialogo con realtà sociali e politiche diverse, senza cedimenti sul terreno sia dei principi sia del sistema di valori. Abbiamo cercato di costruire le condizioni per condividere un percorso comune, qualche volta riuscendoci qualche altra no. Anche con Di Gioia, col quale abbiamo condiviso una esperienza comune non breve, interrottasi solo quando ci ha chiesto di congiungere la vicenda regionale con la sua aspirazione personale al Comune. Proprio perché ci premeva l'unità della coalizione, abbiamo ritenuto improponibile questa forzatura, peraltro estranea al nostro stile politico non incline alla logica degli accordi. E così le nostre strade si sono divise. Trovo, a tal proposito, sgradevole e dannoso il persistente equivoco circa la sua presunta appartenenza al partito. Di Gioia non è nel partito, ha fatto altre scelte politiche, eppure è ora il candidato formale della coalizione. Il punto è che possiamo anche accantonare il giudizio sulla correttezza delle primarie (poi gli eventi ci diranno se sarà stata una scelta opportuna o meno), ma spetta solo al candidato (la cui storia politica peraltro non è organica al centrosinistra, il cui linguaggio stesso, oltre che una certa visione della città, non coincidono armonicamente con quelli del centrosinistra) porsi come il candidato in cui tutti si possano riconoscere. Credo che Di Gioia oggi abbia davanti a sé una grande sfida: ha voluto vincere, dovrà dimostrare di saper convincere. Innanzitutto il centrosinistra. E non è detto che sia semplice. Noi, con il nostro documento, abbiamo detto di essere disposti a crederci, ma occorre un mutamento profondo di registro che non si vede ancora. Fare il leader del centrosinistra è ben altra cosa che fare il capo del “Riscatto per la città”. E non basta la raccolta dello scontento che cresce a dismisura attorno al Polo a fare da collante per un progetto durevole di governo”. Non crede che la legittimazione gli sia già arrivata nelle urne delle primarie? “Devo constatare che nell'arco di tempo trascorso dalle primarie dello scorso dicembre non si sono registrate azioni politiche orientate al recupero dello scetticismo e al rafforzamento delle motivazioni. Non basta denunciare l'implosione del centrodestra per dare un'anima comune alla coalizione dell'alternativa. Per ritrovare uno spirito comune occorrono idee forti, parole credibili, gesti chiari in una città che esce avvilita dall'attuale vicenda amministrativa. Non si può essere “alternativi” senza pronunciare impegni forti sul cancro del trasformismo, il vero protagonista trionfale dei mutamenti politici locali da almeno dieci anni. Non si può rivendicare credibilità senza assumere impegni forti dinanzi alla tumultuosa onda di ritorno degli interessi speculativi del mattone, di nuovo in auge grazie alle compiacenze di un centrodestra sensibile alla politica degli affari. E poi un punto che a me pare decisivo: non si amministra più una città con la logica delle opere pubbliche ma con quella dei processi sociali. La zona artigianale era stata realizzata negli anni '70 mentre la zona industriale addirittura era stata progettata agli inizi degli anni '60, ma solo il processo innescato nel '95 le hanno trasformate in una solida realtà produttiva. Così l'isolato 7 era stato ristrutturato agli inizi degli anni '80, ma solo il complesso processo di risanamento ha avviato il recupero del nostro nucleo medievale. Si governa con i processi, non con le opere soltanto. Oggi questa convinzione ha un nome, governance”. E' ovvio però che il candidato sindaco per fare tutto questo non potrà che avere estremamente bisogno delle forze politiche organizzate che dovranno sostenerlo. Il timore avvertito da una parte del mondo politico è che con il riconoscimento formale che, tra diverse difficoltà, c'è stato, sostanzialmente vengano consegnati al candidato sindaco solo i “simboli” dei partiti, come scatole vuote prive di energie, entusiasmi e, perché no, consensi. Intravede questo rischio? “Spetta soprattutto a lui riempire quelle scatole. Il nostro non è un elettorato il cui legame ha una natura clientelare ma è fatto da gente che ha bisogno di sentire il senso intimo della motivazione per donarsi ad un impegno che richiede energie e passioni. In assenza non si mobilita. Il compito del candidato sindaco è far scoccare la scintilla; è il suo dovere, la sua enorme responsabilità. Spero ne sia pienamente consapevole. Intanto, fornisca a Rifondazione Comunista ragioni forti, convincenti per rientrare nella coalizione”. Può dirsi che la candidatura di Lillino Di Gioia sia la chiusura di un'epoca, di un ciclo cominciato nel 1994 con la sua prima elezione a sindaco? Quella esperienza si poneva in forte discontinuità rispetto ad una certa stagione politica (la cosiddetta “Prima Repubblica”) che ha visto tra i suoi principali protagonisti proprio l'attuale candidato sindaco che, anzi, la rivendica orgogliosamente come una delle più feconde per la nostra città. E' cambiato tutto in questi dieci anni? “Siamo troppo coinvolti per poter storicizzare il momento che stiamo vivendo. Certo, visto dall'esterno il quadro attuale della città sembrerebbe una icona della fluidità se non proprio del trasformismo. Le due principali espressioni del centrodestra derivano da una storia tutta trascorsa a sinistra, il candidato sindaco della nostra coalizione viene da un percorso diverso. Questo è indubbiamente il sintomo di un problema che non è solo politico ma è anche culturale con cui questa città deve ancora fare i conti”. Per tornare alla necessità del centrosinistra di allargare la propria base di consenso, il consigliere regionale di maggioranza, Franco Visaggio, ha dichiarato che la scelta di allearsi nel 2001 con la CdL fu di natura esclusivamente tattica, dovuta a motivi di carattere contingente, mentre oggi vede come auspicabile il ricompattamento di tutte le forze di centrosinistra (in cui lui si riconosce), se non proprio alle prossime elezioni amministrative, magari nel corso della prossima legislatura. Crede possibile una prospettiva del genere? “La linea di demarcazione tra autenticità delle scelte politiche e opportunismi è molto fragile. E' ovvio che in politica, come nella vita, le idee evolvono e con esse possono cambiare le convinzioni e quindi le posizioni. C'è però una “grammatica dei gesti” che aiuta a capire se il mutamento di una posizione corrisponda a una effettiva maturazione delle idee oppure è legato a un calcolo di convenienza. Quando fai un gesto che comporta dei costi sei credibile, altrimenti ti porti dietro l'ombra della convenienza. Anche questa vicenda di Visaggio può essere letta con questa lente: bisognerà vedere dai comportamenti concreti se siamo di fronte ad una credibile revisione critica del percorso compiuto oppure ad una agile valutazione di convenienza rispetto ai mutamenti politici nazionali. Non è opportuno dimenticare che la capriola nel centrodestra di Franco Visaggio e di Tommaso Minervini compiuta, con straordinario senso del potere, cinque anni fa, oltre a interrompere un'intensa stagione di governo, segnò in modo grave la coalizione di centrosinistra e fece regredire persino il costume della città. Se si vuole rivedere quella scelta, lo si faccia in modo chiaro e inequivoco dicendo la verità sul suo fallimento e, soprattutto, mettendo in conto dei prezzi da pagare. Continuare a giocare con l'ipocrisia del “progetto civico” non rende onore alla credibilità delle intenzioni. Soprattutto non fa crescere la città”. A questo proposito le chiederei una battuta sulla crisi che attanaglia il centrodestra e sulle recenti dichiarazioni del sindaco Tommaso Minervini che si è detto indisponibile ad essere ricandidato per la sola CdL. L'attuale sindaco fu l'artefice della caduta della sua amministrazione. Guarda con un certo spirito di rivalsa a quello che oggi sta accadendo? “Nessuno spirito di rivalsa. Più semplicemente la conferma delle previsioni che facemmo all'inizio di questa vicenda: un patto di potere, con l'aggravante del padrone unico ed assoluto, non è un progetto di città. Semplicemente non tiene a lungo insieme le persone. I prezzi crescono, le dinamiche esplodono. Per tenere insieme a lungo le persone occorrono buone idee. Il sindaco Tommaso Minervini non ha messo molto tempo ad accorgersi del rovesciamento: era andato per disporre ed è stato per cinque anni costretto a eseguire gli ordini. Si è così ritrovato degradato alla condizione di servitore, ma mentre gli altri lo hanno denunciato, a lui è mancato questo coraggio. Ha preferito “somatizzare”, direbbero i comici di Zelig”. Giulio Calvani giulio.calvani@quindici-molfetta.it
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