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Gli sfollati di via Fontana: non lasciateci soli “Altro che solidarietà la gente ha per noi solo sciacallaggio”
15 marzo 2003

Di voci sulla palazzine di via Fontana se ne sono alzate parecchie in questi mesi, più o meno a proposito, e tutte per lo più intente a cercare e ricercare responsabilità e cause di questa disgrazia. Tutto questo interesse ha finito inevitabilmente per deviare l’attenzione da quelle che sono le vere vittime di questa vicenda, non le case ma gli abitanti. Abbiamo deciso di dar loro voce per offrire una dimensione più umana di questa vicenda e cercare di smuovere un po’ di coscienze colpevolmente troppo indifferenti. In un piano terra grande a mala pena di una quarantina di metri quadri, con mobili di fortuna e servizi igienici al limite incontriamo Dorotea (nella foto, una fase del frettoloso trasloco). Con le lacrime agli occhi ci racconta del sacrificio di suo marito che, a 56 anni, dopo aver faticosamente costruito un felice equilibrio familiare, con un lavoro al mercato ortofrutticolo e una casa finalmente propria, è dovuto di nuovo tornare alla sua vecchia e faticosa attività di marittimo per sopportare le gravose e inaspettate spese dello sgombero. Quando e perché avete deciso di comprare la vostra casa? “Nell’89 venimmo a sapere di questa possibilità, eravamo in difficoltà perché avevamo appena subito uno sfratto e quindi decidemmo, con grandi sacrifici, chiedendo soldi a parenti e contraendo un mutuo con l’allora Banca Cattolica Popolare (oggi Antonveneta), di coronare il sogno di una vita: avere una casa nostra”. Come avete reagito allo sgombero? “All’inizio abbiamo vissuto con mia madre, ma lei è purtroppo invalida e in casa tre famiglie, dal momento che con lei vive anche mia sorella, non ci stavano proprio. Così dopo altre difficoltà abbiamo preso in affitto (250 euro al mese) questa “casa” e ci siamo arrangiati. Ma il problema non è solo qui. Siamo 5 in famiglia io ho tre figli di 28, 22 e 11 anni abbiamo sacrificato una vita per dare loro un tetto sicuro sotto cui stare ed ora lei vede in che condizioni siamo costretti a farli vivere… non è facile dare coraggio e speranza a chi ti sta accanto quando anche tu l’hai ormai persa da tempo”. Quali sono le vostre prospettive ora? “Noi vogliamo le nostre case al più presto come lei vede siamo disposti a compiere ancora sacrifici pur di tornare ad avere ciò che ci hanno tolto, ma da soli non possiamo farcela. Fortunatamente il sindaco ci ha sospeso il mutuo per un anno ma le spese sono veramente tante. Nell’attesa della ricostruzione abbiamo bisogno dell’aiuto della città”. A casa della signora Dorotea abbiamo incontrato Pasquale e Nicla un’altra giovane coppia costretta fuori casa, insieme a due figli di 6 e 11 anni, da questa tragedia. Vivono a casa della madre di Nicla perché al momento il mercato immobiliare molfettese, a meno che non si accettino condizioni come quelle della signora Dorotea, non offre opportunità migliori. E’ il signor Pasquale che comincia a raccontarci la loro storia: “Anche noi come la signora Dorotea abbiamo comprato la casa nel’89 sei anni dopo ci siamo entrati. 190 milioni abbiamo pagato all’epoca in più abbiamo dovuto sopportare diverse spese di ristrutturazione e manutenzione perché in quella zona non c’era né luce, né acqua, né il minimo servizio. Siamo stati dei pionieri, abbiamo accettato di vivere in una periferia che sembrava un ghetto, e l’abbiamo resa una piccola comunità. Abbiamo preferito la nostra città anche quando con quei soldi avremo potuto comprare case in mercati limitrofi (Bisceglie in primis) molto più accessibili. Questo è l’unico errore che abbiamo commesso e lo stiamo pagando a caro prezzo”. Avete ricevuto segni di solidarietà da parte della comunità molfettese? “Le uniche parole di conforto sono state: ‘dovevate aspettarvelo, quando si pagano così poco le case...’ Niente male come segno di solidarietà non trova? E incredibile come la situazione dell’edilizia a Molfetta abbia completamente distorto la ragionevolezza delle persone. Se poi lei parla di gesti materiali, deve solo provare a farsi un giro per la città alla ricerca di una casa in affitto per gli sfollati di via Fontana, vedrà quante porte le verranno chiuse in faccia”. Come giudica il comportamento delle istituzioni e dei mezzi d’informazione? “Siamo certi che stanno facendo di tutto per noi e siamo sicuri che troveranno al più presto una soluzione. Al momento l’unica cosa che possiamo rimproverare è un po’ di lassismo sull’assegnazione delle case parcheggio del Centro Storico. E’ anche quando saranno pronte (probabilmente per maggio – giugno) ci saranno problemi per l’assegnazione dal momento che le case sono 10 e le famiglie, purtroppo, 20. Per quanto riguarda i mezzi d’informazione alcuni, purtroppo, hanno solo contribuito, nei pochi casi in cui ci hanno dato ascolto, a rendere più confusa la situazione”. Quali sono le difficoltà più grandi che si incontrano vivendo una situazione del genere? “Senza dubbio il rapporto con i figli. Abbiamo addirittura chiesto una assistenza psicologica per loro dal momento che per noi è veramente difficile riuscire a dar loro fiducia e serenità. Lei non può immaginare cosa si prova a sentirsi chiedere da un bimbo di 6 anni ogni giorno: ‘papà quando finiscono di ristrutturare la casa?’”. No, proprio non possiamo immaginarlo. Fabrizio Fusaro
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