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Gli errori nella comunicazione politico-elettorale
15 maggio 2008

Una delle cause della sconfitta di Mino Salvemini è certamente da attribuirsi ad una cattiva campagna di comunicazione. Sicuramente poco efficace. Nella società della comunicazione, e in queste campagne elettorali gestite sempre più sul piano mediatico e dell'immagine, sbagliare l'approccio dell'immagine pubblica, può essere fatale. Probabilmente il candidato sindaco avrà sottovalutato questo aspetto, altrimenti non avrebbe dato l'idea di così tanta improvvisazione e banalità, dall'infantile “chi va a Roma lascia la poltrona” agli spaghetti di “Miseria e nobiltà” del memorabile film di Totò. Inefficace anche lo slogan del sindaco che riceve tutti i giorni, anche nel weekend. Ma che senso ha? Non c'è stata alcuna strategia per fidelizzare l'elettore, soprattutto in una situazione di grande incertezza, per cui bastava poco per spostare consensi da una parte o dall'altra. E' mancato un marketing politico mirato all'attuale segmentazione del “mercato elettorale” con l'obiettivo di adattare i messaggi politico-elettorali ai diversi gruppi dei potenziali elettori. Di fronte alla necessità di coinvolgere il centro e di utilizzare gruppi politici non del tutto omogenei al proprio elettorato, sarebbe stata più utile una comunicazione incentrata nella spiegazione di determinate scelte, per renderle accettabili (se mai, ci fosse stata una ragione per giustificare tali scelte). Altro errore: poche informazioni, quando la gente ha bisogno di molte informazioni per farsi un'idea e soprattutto un'opinione, e qui nasce l'importanza di una comunicazione integrata ed efficace per raggiungere gli elettori, anche potenziali (gli incerti e i giovani in particolare), e conquistarli. E' mancato un elemento forte, trainante, che potesse fare da leit motiv della campagna elettorale. Quale messaggio avvertiva l'elettore? Provate a chiedere a un qualsiasi cittadino quale era la cosa più importante proposta della coalizione di Salvemini? Quale priorità gli è rimasta più impressa? Quale battuta del candidato ricorda ancora? Quale era sensorialmente percepibile? Non è stata fatta una scelta del messaggio e dei mezzi (l'eccessiva presenza televisiva, alla fine, logora l'immagine o scopre eventuali difetti), non si è data l'idea di qualcosa di nuovo o diverso con una comunicazione grafica d'impatto che colpiva l'elettore nello stomaco o ne suscitava la curiosità o la simpatia o il senso di appartenenza o quantomeno di condivisione. Alcuni argomenti “di attacco” si sono trasformati in fattori boomerang. Insomma, la mancanza di una pianificazione di marketing politico col risultato di una strategia di comunicazione poco pensata e poco mirata alla ricerca di consenso in una situazione di partenza di apparente svantaggio, con la convinzione di essere in vantaggio grazie al numero dei voti sulla carta, voti che alla fine si sono volatilizzati nel segreto della cabina elettorale e nella condanna dell'urna. Più efficace, evidentemente, anche a giudicare dai risultati ottenuti, è sembrato l'altrettanto elementare “gnam gnam”, una caduta di stile della campagna di Azzollini che ha preso di mira personalmente alcuni candidati della coalizione avversaria. Ma evidentemente ai molfettesi è bastato, e “gnam gnam” è diventata la battuta più ricorrente.
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