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Giardini di Avalon. Percorsi nella filosofia del Novecento
15 aprile 2016

L’università italiana sta attraversando un momento di profonda crisi dovuta al fallimento del 3+2. Il reclutamento di forze giovani è nei fatti bloccato da anni (vi sono circa centomila dottori di ricerca inoccupati). Specialmente nelle facoltà umanistiche insegnano ancora vecchi matusa particolarmente esperti in pratiche clientelari e nel nepotismo più sfrenato. Vi sono accattoni del pensiero neo-positivista che ritengono la razionalità formale e algoritmica l’unica forma legittima di pensare. Il processo va avanti da trent’anni (quando cominciò il riflusso e la caccia ai cattivi maestri). I maestri che insegnavano nelle università italiane e furono costretti alla fuga e all’esilio. Nelle scienze umane prevalgono forme di sapere servile che mirano a controllare i soggetti, la vita. Sono le dinamiche del biopotere messe in campo dai saperi assoggettati. In provincia esperienze di cittadinanza partecipata ( comitati e comitandi) sono diventate forme di cogestione del potere. Perché le problematiche del biopotere sono al di là dei sedicenti governi di sinistra. Tutto questo incide sulla proposizione di una narrazione credibile per il prossimo millennio. Noi vogliamo l’impossibile, vogliamo sognare! Le letture che verranno proposte dalla Casa delle culture dei Giardini di Avalon sono intese a colmare le paurose lacune mostrate dalle università di regime sempre più destinate alla penosa funzione di parcheggio e di controllo della forza lavoro intellettuale. Le università servono alla emancipazione dei soggetti; in esse lo Spirito celebra sé stesso. Sono invece diventate delle caserme, miseri palcoscenici per sciacalli e pennivendoli. Thomas Kuhn ha sostenuto che i due problemi all’ordine del giorno sono la pace e la lotta al cancro; in quella direzione bisogna impostare la nuova narrazione. Bisogna creare medici senza frontiere, scrittori senza frontiere, freedom writers, i nuovi combattenti della libertà perché noi podemos, noi possiamo. Il quadro di riferimento, le coordinate culturali di queste letture saranno fornite dal post-strutturalismo e dalla filosofia della decostruzione, problematiche sulle quali ho lavorato negli ultimi anni. La Scuola di Francoforte (Frankfurter Schule) è una scuola di pensiero neomarxista associata all’Istituto di ricerche in scienze sociali di Francoforte sul Meno. La scuola inizialmente venne fondata da marxisti del dissenso, convinti che molte delle idee di Marx erano state riviste dai teorici ortodossi che facevano riferimento ai Partiti comunisti occidentali e all’Unione sovietica. In particolare sostenevano che l’apparato teorico dell’ortodossia non fosse in grado di interpretare alcuni importanti fenomeni, gli stessi movimenti di massa delle società mature. Critici sia del Capitalismo che del Socialismo sovietico indirizzarono le ricerche su Kant, Hegel, Marx, Freud, Weber e Lukàcs. L’enfasi sugli aspetti critici della teoria erano determinati da una netta opposizione al neo-positivismo e al materialismo che avevano rimosso dal proprio campo di investigazione il carattere dialettico della realtà. L’Institute for Social Research (Institut fur Sozialforschung) fu fondato nel 1923 da Carl Grunberg, un professore marxista dell’Università di Vienna, aggregato in seguito all’Università di Francoforte, ma si attribuisce a Felix Weil il primo cospicuo finanziamento per la fondazione dell’Istituto. Weil aveva sostenuto la sua tesi di dottorato con Karl Korsch con l’aiuto del quale organizzò un importante simposium nel 1922, (the Erste Marxistische Arbeitswoche) al quale parteciparono Georg Lukàcs, Karl Korsch, Karl August Wittfogel, Friedrich Pollock ed altri. Il successo dell’evento convinse i partecipanti a fondare un istituto permanente che avesse il riconoscimento delle stato e fosse parallelo alle strutture universitarie. Fin dall’inizio la politica culturale dell’Istituto si muoveva nell’alveo del Marxismo occidentale, mantenendo una certa indipendenza dal Marxismo Sovietico. In seguito fecero parte della scuola Max Horkheimer che diventò direttore nel 1930, Theodor W. Adorno, Erich Fromm ed Herbert Marcuse. La produzione teorica dell’Istituto si inseriva in un periodo turbolento della storia politica tedesca ed europea a causa della sconfitta del movimento operaio e l’avvento del nazismo. Nel 1930 venivano pubblicati i Manoscritti economico-filosofici e l’Ideologia tedesca di Marx, quasi a riaffermare la continuià del pensiero marxiano con la filosofia di Hegel. Con l’insediamento al potere del Nazionalsocialismo si decise di spostare la sede dell’Istituto prima a Ginevra (1933) e poi a New York (1935), dove fu affiliato alla Columbia University. Il periodico Zeitschrift fur Sozialforschung assunse il nome Studies in Philosophy and Social Science. L’insediamento in U.S.A. fu accolto in modo favorevole dagli intellettuali americani tanto che Marcuse, Lowenthal, Kirchheimer e altri decisero di rimanere in U.S.A., mentre Horkheimer, Adorno and Pollock tornarono in Germania agli inizi degli anni ‘50, dove l’Istituto fu insediato definitivamente a Francoforte sul Meno. Nella seconda metà del secolo la Scuola di Francoforte cominciò ad esercitare una forte influenza in tutto il mondo e vi fecero parte Max Horkheimer, Theodor W. Adorno, Herbert Marcuse Friedrich Pollock, Erich Fromm, Otto Kirchheimer, Leo Lowenthal, Franz Leopold Neumann. Altri intellettuali ne accolsero le istanze fondamentali, intellettuali come Siegfried Kracauer, Alfred Sohn-Rethel, Walter Benjamin per arrivare alla generazione più recente rappresentata da Jurgen Habermas, Claus Offe, Axel Honneth, Oskar Negt, Alfred Schmidt, Albrecht Wellmer. Il nucleo forte del pensiero dei francofortesi è una critica severa della cultura e dei modelli comportamentali della società occidentale che si esprimevano nel neopositivismo e nella società dei consumi. Se in altre parti del Continente il pensiero della trasformazione era affidato ai partiti comunisti, i franfortesi prendevano le distanze dall’imperialismo sovietico, riscontrando in quel tipo di società elementi di analogia con il mondo occidentale. Il New Deal nel mondo occidentale e la N.E.P. nel blocco sovietico erano sostanzialmente politiche di riorganizzazione della forzalavoro tendente a introdurre elementi di definizione taylorista del lavoro operaio ed intellettuale. La serialità compositiva e produttiva doveva essere introdotta sia nelle università, sia nelle accademie, sia nelle fabbriche per valorizzare i prodotti e renderli competitivi sui mercati. In Italia un altro gruppo di intellettuali (gli operaisti) avevano cominciato ad elaborare le stesse ipotesi con l’ostilità della cultura ufficiale di sinistra che da una parte aveva avviato il compromesso storico (le strategie frontiste), dall’altro con il Diamat di Ludovico Geymonat introduceva massicce dosi di neo-positivismo nella cultura filosofica italiana. La teoria critica dei francofortesi da subito si oppose alle proposizioni dei neo-positivisti, ritenendo che la logica, la logica formale è una logica del mercato, una logica da mercato e che il pensiero non de-riva da un processo di generalizzazione che parte dal concreto, ma dalla struttura dialettica del pensare. La teoria critica non si limita a descrivere la realtà esistente come facevano le teorie sociologiche che si ispiravano al behaviorismo, ma propende per una trasformazione del reale e tenta di individuare i soggetti della trasformazione. Queste ipotesi sarebbero state in seguito recepite dai movimenti studenteschi di tutto il mondo, dai ragazzi del ‘68, da quelli del ‘77, dai ragazzi delle periferie parigine, dagli indignati del 2011. Il fine della teoria critica è l’emancipazione dell’essere umano dalle circostanze che lo rendono schiavo. Le analisi sviluppate da Marx nel Capitale non possono essere interpretate come semplice descrizione della realtà, ma sollecitano un intreccio forte con la pratica per una decisiva trasformazione di essa. Come andava sostenendo Althusser, si trattava di una scienza nuova, una nuova scienza orientata a cambiare il corso della storia. Anche lo statuto della filosofia, in questa prospettiva, doveva essere ridefinito perché non poteva essere omologato a quello delle scienze matematiche e formali come sostenevano i neo-positivisti. Marxisti-leninisti e socialdemocratici, secondo i francofortesi, non avevano compreso l’importanza della posta in gioco perché proponendo assurde compatibilità e pratiche di omologazione nel mondo capitalistico non potevano fornire contributi alla liberazione dell’uomo. Uno degli esiti di queste ricerche fu la riformulazione della dialettica come prassi concreta. L’originario impianto hegeliano, in seguito ridefinito in senso materialistico nella Dialettica della natura di F. Engels, riceveva una ulteriore articolazione nella impostazione dei francofortesi che attribuivano alla prassi e al pensiero utopico un ruolo decisivo nella trasformazione del reale. In effetti le tre leggi della dialettica elaborate da Engels (Negazione della negazione, Conversione della quantità in qualità, Compenetrazione degli opposti ) avevano ricevuto nel Diamat una valenza acritica e dogmatica che si coniugava con la strategia della realizzazione del comunismo in un solo paese, la Russia sovietica, svendendo molte delle istanze di libertà, delle pratiche di libertà avviate in Occidente dai partiti comunisti. Il marxismo occidentale riceveva dalla scuola di Francoforte nuova linfa perché in quelle elaborazioni venivano contemplati molti territori di indagine che il marxismo aveva ignorato. Un riferimento particolare deve essere fatto alla psicoanalisi che ritenuta erroneamente scienza borghese, viene ampiamente utilizzata da Marcuse nelle indagini sulle società mature e sul soffocamento della libido ad opera dei corpi di polizia. Si può sostenere che il capovolgimento della Dialettica hegeliana viene radicalizzato dai filosofi di Francoforte perché il concetto di umano non solo si riferisce alla umanità cosciente, quella dotata di una coscienza di classe, ma anche alla massa dei silenziosi, dei senza voce, dei malati di mente, dei diseredati che occupavano lo spazio del mondo. La dialettica non era, pertanto, una astrazione concettuale, ma la prassi concreta di liberazione dei popoli. La libertà dello Spirito non si materializza nello Stato prussiano e nella Religione cristiana, ma nelle lotte di liberazione di tutte le minoranze del pianeta. La contraddizione fra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione apriva un vasto terreno di verifica per la liberazione dei soggetti e per una nuova formulazione della teoria che era necessario liberare dagli elementi di determinismo che in alcuni punti la caratterizzavano. La legge della caduta del saggio di profitto aveva, infatti, in passato introdotto nelle strategie dei partiti comunisti l’ipotesi che il comunismo si sarebbe realizzato nelle società mature con il crollo dei rapporti di produzione capitalisti (le teorie del crollo). Questa legge rendeva, tuttavia, marginale il ruolo della prassi, dei partiti, dei sindacati e dei soggetti nella definizione della nuova società. Per i teorici di Francoforte l’intreccio fra teoria e pratica costituiva un’ importante chiave di lettura delle opere di Marx ed apriva anche il vasto fronte della lotta di classe nella teoria. Nella società occidentale erano, in effetti, avvenuti notevoli sconvolgimenti come la nascita del welfare state e l’avvento del nazismo, la definizione del mondo in aree di influenza dominanti sul piano bellico (Europa, Stati Uniti d’America, Unione sovietica), l’invasiva presenza dei mass-media nella vita quotidiana, la creazione artistica nell’era della sua riproducibilità tecnica (W.Benjamin). Tutti questi fenomeni furono sottoposti al vaglio critico dei teorici di Francoforte perché mettevano in gioco anche un altro postulato delle analisi marxiane che doveva essere problematizzato, il rapporto struttura e sovrastruttura. Anche in questo contesto alcuni ritenevano che quel rapporto non poteva essere unilaterale, dalla struttura alle sovra-strutture, ma ancora una volta di tipo dialettico. La coscienza è determinata dai rapporti sociali, ma può influire su di essi attraverso le ideologie, la religione, le convinzioni morali. I testi fondamentali della Scuola di Francoforte, i testi che hanno segnato un’epoca sono stati Dialettica dell’Illuminismo di T. W. Adorno e M. Horkheimer, Dialettica negativa di T. W. Adorno, L’uomo ad una dimensione di H. Marcuse, Fuga dalla libertà di E. Fromm. Nella Dialettica dell’ Illuminismo, l’analisi coinvolge tutta la società nel suo complesso e la mentalità razionalistica viene interpretata come forma di controllo e di rapina nei confronti della natura, della società e dell’ambiente. L’uomo ad una dimensione fece il giro del mondo e fu adottato come testo sacro dai ragazzi che occuparono le università negli anni ‘60 e ‘70. In Fuga dalla libertà con l’uso del complesso sado-masochista E.Fromm analizza le due personalità di Lutero e Hitler, proiettandole nelle società a loro contemporanee e rinvenendo la genesi dei regimi autoritari nella introiezione di quel complesso (bisogno di identificazione con un leader, ricerca di forme di sicurezza, angoscia, etc.). Le vie di fuga dal nuovo campo di concentramento, dalla società contemporanea sono riposte dai nuovi soggetti, dai giovani, dagli studenti, dagli sfruttati nella dimensione dell’utopia come nuova cura del mondo. Dopo lo sterminio degli Ebrei e il nuovo olocausto che la società perpetua quotidianamente nei confronti dei giovani, il Mondo occidentale non ha più diritto alla filosofia perché deve solo cercare la propria redenzione.

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