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Gianna Sallustio e le stagioni pittoriche di Franco Poli
15 marzo 2008

Questo testo, “Le stagioni pittoriche di Franco Poli”, non ha pretesa di critica d'arte: è invece un racconto elegiaco in cui si alternano i ricordi degli incontri con l'Artista e i commenti lirici che l'intuizione poetica dell'autrice annota su determinati dipinti. È l'epigrafe premessa al volume “Le stagioni pittoriche di Franco Poli” di Gianna Sallustio, di cui è stata recentemente pubblicata, per i tipi delle Edizioni Mezzina, la 2a edizione aggiornata. In realtà, la dichiarazione dell'autrice ci sembra piuttosto frutto di modestia: sin dalle battute iniziali della Prima parte (corrispondente all'edizione Mezzina realizzata nel 1983), analizzando le differenti fasi della produzione del Poli e valutando le sue 'ascendenze' nella tradizione figurativa, la Sallustio denota competenza artistica e raffinata sensibilità critica, doti che si segnalano unitamente all'adozione di una prosa fortemente lirica, che rifugge da tecnicismi oscuri e s'impone per la freschezza, per nulla intaccata – anzi, potenziata – dall'uso, di tanto in tanto, di vocaboli arcaizzanti come l'avverbio “dianzi”. La prima parte del libro s'inoltra, come l'autrice per le stanze della casa di Franco Poli, nell'iter tracciato dall'opera pittorica dell'artista molfettese. Alcuni momenti della scrittura della Sallustio appaiono particolarmente felici: la descrizione (corredata dalla riproduzione fotografica del bellissimo dipinto) dei “Fiori per Gilda”, olio considerato dalla scrittrice “la delicata elegia di un amore”. Estremo tributo alla moglie morente, una donna che la Sallustio, non a caso, ricorda, a più riprese, come 'florida', avvalendosi di un termine derivante dal latino florere, 'fiorire'. È Gilda che campeggia in questa sezione, ora sorridendo “sfinge dagli espliciti misteri”, col viso lievemente adombrato da un cappello, ora riemergendo dal grido di dolore che nasce dall'assenza. Poche descrizioni potrebbero raggiungere l'icasticità di quella che la Sallustio fa di una delle ultime opere del Poli, un lenzuolo grinzoso: “pare proprio da 'poco' lasciato da chi lo ha usato... se ne sente quasi l'impudico caldo odore dell'amplesso”. La seconda parte del volume è frutto d'un nuovo incontro, nel settembre 1995, con Franco Poli. L'analisi della produzione dall'83 in poi si dispiega nella consapevolezza che “il tempo dell'artista” non si conforma al “calendario atmosferico”; “va a ritroso, ritorna all'attualità del presente, pensa al passato e lo rivive come vigente”. Un dipinto viene assunto come anello di congiunzione tra la produzione analizzata nella prima sezione e quella della seconda. Si tratta di una poltrona su cui s'affastellano ricordi di Gilda, in particolar modo uno scialle rosa “vitale e vanitoso”. Allo strazio è subentrata la malinconia del rimpianto; l'analisi dei toni cromatici diviene utile strumento per penetrare la psiche dell'autore. Altre analisi ci paiono particolarmente stimolanti: ad esempio quella del superbo “Spaventapasseri”, ulteriore tentativo di vestire il vuoto, o delle bottiglie, evocate dalla menzione di quelle del Morandi, oggetti comuni che si caricano d'un “afflato spirituale” non comune. Efficacissima anche la lettura di un “Giovedì Santo”, di cui la Sallustio coglie l'estremo pudore, il “pathos struggente”, tra fiammelle che si spengono (per poi forse riaccendersi più vivide), panni ora bianco-sudario ora color prugna, crisantemi appassiti – 'fiori d'oro', etimologicamente, ma oramai sempre più simbolo di morte. L'autrice appare anche molto attenta ai legami di Franco Poli con le tradizioni popolari e alle sue celebri opere ispirate ai Misteri, trasfigurati spesso in suggestive “Ombre”, forse – scrive finemente la Sallustio – “il 'negativo' fantastico in cui l'essenza della materia fa transumanza”. Segue “L'ultimo ricordo”. Si libra quasi impalpabile, come i pensieri cui l'autrice s'abbandonò il giorno dei funerali di Franco Poli, morto nel maggio del 2003. Pensieri che s'inerpicano lungo i sentieri dell'infanzia, soffermandosi sul “parco di villa Poli ricoperto di neve”, in una magia acuita dallo sguardo bambino, o facendo rivivere quella Molfetta in cui, in estate, alla controra, le donne, madri e figlie, sedevano ancora sul balcone a ricamare e, a passanti distinti come il giudice Vitangelo Poli, dispensavano un sorriso. Il dono da parte di Franco Poli di un quadro, figlio di un precedente, necessario perché viscerale, diniego, suggella, con la schietta bellezza dei ciclamini, la tenerezza di affetti cementati dalla reciproca stima. E si conclude elegiacamente un libro bello un po' come quel “Tramonto alla cala dei gabbiani” in cui gli uccelli marini “paiono da un momento all'altro dover uscire dal dipinto, perpetuare il loro volo fuori di esso”.
Autore: Gianni Antonio Palumbo
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