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Francesco Picca e i terreni di Salvemini venduti tra il 1922 e il 1924
15 gennaio 2008

Il 2 novembre 1922, da Parigi, dove si trovava con la moglie Fernande Dauriac (sposata in seconde nozze otto anni dopo la perdita, nel terremoto di Messina del 1908, della prima moglie Maria Minervini), Gaetano Salvemini, già inviso al fascismo giunto al governo dopo la marcia su Roma del 26 ottobre, manifestava, preoccupato, a Ernesto Rossi l'idea di “starsene, tutto l'anno, fra Parigi e Londra a studiare”, piuttosto che compromettersi tornando a Firenze a tenere lezioni per l'Università. “Sarà - egli scrive - un disastro finanziario per me. Darò fondo a tutte le mie risorse. Ma lavorerò e mi guadagnerò onestamente la vita” (G. Salvemini, Carteggio 1921-1926, come per le lettere successive). Egli, infatti, aveva pensato al riguardo di chiedere “l'aspettativa senza stipendio dal 10 novembre al 10 maggio 1923”, potendo vivere per sei mesi “a mie spese - come scrive il 3 novembre a E. Rossi -, perché proprio in questi giorni ho venduto un pezzo di terra, che avevo a Molfetta”. Di questa vendita era stato incaricato Francesco Picca, il cui nome Salvemini comunica all'amico inglese Bernard Berenson, che lo aveva ospitato nel mese di agosto durante il suo soggiorno a Big Chilling (ved. in Carteggio cit., p. 62), scrivendogli il 4 novembre: “Vorremmo pregare la signora Mary (moglie di Berenson) di un favore. Proprio in questi giorni ho venduto al mio paese un piccolo suolo fabbricabile - unica eredità familiare; ed ho realizzato tanto da poter vivere con mia moglie senza preoccupazioni almeno per sei mesi; e spero nei prossimi giorni di vendere altri pezzi di terreno, in modo da assicurarmi un anno di serenità. Abbiamo indicato il nome della signora Mary all'amico del mio paese affinché mandi a lei il denaro che realizza, se incontra difficoltà a spedirlo a noi. Se la signora riceve del denaro da Molfetta, dall'avv. Francesco Picca, abbia la bontà di accettarlo, di convertirlo in moneta estera e di mandarcelo qui”. Ma a metà novembre Salvemini sarà a Firenze perché, come scrive alla moglie il 22, “avevo il legame dell'insegnamento, che non potevo rompere a volontà mia”. Nel febbraio 1923 egli vendette un altro pezzo di suolo della sua cocevolina al “Petrullo” (attuale piazza Baccarini), che fu acquistato dal costruttore edile Cosmai per “circa 20 mila lire”, che Francesco Picca mandò a Salvemini insieme con la “pianta e la misura” del terreno, come gli scrive in una lettera (inedita) del 14 novembre 1924 (in Archivio Salvemini, Istituto Storico della resistenza in Toscana, Firenze). In questi anni la moglie di Salvemini fu colpita da una grave malattia, per la cui cura, in medici e medicine, occorsero tali spese che “alla fine dell'anno - scrive Salvemini il 2° ottobre 1924 a Mary Berenson - ci troveremo scoperti per 1.500 lire”, per cui ricevette da lei uno chèque di 2.000 lire, “che certamente coprirà tutti i nostri bisogni”, le scrive Salvemini il 25 successivo. Forse per queste necessità egli provvide a vendere un altro pezzo di suolo “di metriquadrati 2810.52, misurato a lire 23 a metroquadro”, - come riferisce il Picca nella citata lettera del 14 novembre, nella quale “acchiuse” la somma ricavata, di L. 65.242, con un vaglia del banco di Napoli di L. 40.642, e con sei cambiali per un importo complessivo di L. 24.600, comprensivi dell'interesse al 5% sulle cambiali (L. 600), firmate dai compratori del terreno: de Gennaro Michele, de Pinto Francesco e de Gennaro Francesco. Circa le quali cambiali, il Picca informa Salvemini che erano state emesse a scadenza quadrimestrale ma che, per promessa da lui fatta, dovevano esiggersi a 6 mesi. Perciò l'interesse che egli avrebbe avuto, sarebbe stato non di 400 lire (quanto era per 4 mesi) ma di 600 lire (come per 6 mesi). “Nello scrivermi queste cose - dice il Picca a Salvemini - io rido pensando alla ridda che faranno nella tua mente, non abituata ai conti, specialmente tuoi, queste cifre; ma è necessario te ne parli perché se io dovessi crepare prima della scadenza delle cambiali sapessi quello che devi fare”. E al riguardo gli suggerisce di scrivere una cartolina al Notaio di Molfetta, avv. Nicola de Sario - rogatario della stessa vendita - evidenziando che non era indicata sulle cambiali la paternità dei debitori e che l'amico Picca, come suo procuratore, gli aveva fatto sapere che doveva allontanarsi da Molfetta, per cui egli, Salvemini, si rivolgeva alla cortesia del Notaio per sapere la data dell'istrumento di vendita e la paternità degli stessi compratori e debitori. “Quando hai la risposta - dice poi a Salvemini - me la fai tenere. La ragione vera di questa mossa, per cui ti ho pregato, sta in questo, che i compratori, il sensale da loro e non da me chiamato e l'istesso Notaio sono rimasti delusi nel vedere che tratto gli affari, tuoi specialmente, con maggiore interesse e prudenza dei miei. Il sensale, per esempio, prende l'uno per cento sul prezzo, cioè lire 650, che non ho voluto dargli, per cui ci fu una scenata nella curia del Notaio e mi ha minacciato di giudizio dicendo, col consenso pare del Notaio e dei compratori, che gli spetta; ce la vedremo. Non ti dico poi che cosa sognavano di agevolazioni e riduzioni sul prezzo i compratori, sapendo che non è cosa e denaro mio, ma questa volta hanno trovato il chiangone”. E tenendo fede a questo suo soprannome, il Picca agì da “macigno” anche verso il costruttore Cosmai a riguardo del suolo comprato l'anno prima, per cui chiese a Salvemini di rimandargli la “misura a pianta” del terreno perché “da certi segni” riscontrati sul posto gli era sembrato che il Cosmai nel costruire “abbia usurpato una estensione maggiore di quella vendutagli; quindi - egli dice - intendo misurare e se si trova di più deve pagarlo. Debbono abituarsi a rispettare le cose degli altri, ad essere onesti”. Del restante suolo rimasto a Salvemini, quello donato nel 1910 per la costruzione dell'Asilo Filippetto, che ritardava ancora ad iniziare (v. “Quindici” nov. 2007), il Picca gli scrisse a riguardo che sarebbe stato fortunato se, affittandolo, fosse riuscito “a ricavare per la fondiaria”, giacchè era stato privato dell'uso “della terretta e del pozzo” situati nel suolo adiacente venduto in quell'anno.
Autore: Pasquale Minervini
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