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Fatti sacri, commento libero 20 anni libertà: la storia di Quindici
15 febbraio 2015

Fact are sacred, comment are free: all’insegna di questo motto, tipico del giornalismo anglosassone, nasceva nel dicembre 1994 il periodico molfettese “Quindici”, così chiamato perché la redazione si riproponeva di pubblicarlo con cadenza quindicinale. Nel settembre 1996 avveniva una svolta: “Quindici cambia pelle”, recitava l’editoriale del direttore, il giornalista Felice de Sanctis, che annunciava la decisione di rendere mensile il giornale, mantenendone l’uscita in edicola intorno alla data del giorno quindici di ogni mese. Nel corso della sua storia ventennale, due sono stati i momenti in cui Quindici ha cambiato veste grafica: nel dicembre 2004 avveniva il passaggio alla quadricromia e al “lenzuolo” si sostituiva il formato poi adottato per altri dieci anni. Nel gennaio 2015, in occasione del ventennale, il giornale ha subito un nuovo restyling, assumendo l’elegante nuova veste grafica e giungendo al numero considerevole di quarantaquattro pagine. Anche le sedi della redazione sono spesso mutate: da via Santa Maria degli Angeli a via Alessandro Volta prima e da via S. Francesco Saverio, fino a quella definitiva, più moderna ed elegante, al viale Pio XI. In corrispondenza dei decennali, il direttore ha provveduto all’opera di raccolta dei suoi editoriali e articoli di fondo più emblematici, pubblicando i due volumi degli Affondi, il primo con copertina di Francesco Mezzina e prefazione di Antonio Ghirelli (all’interno anche uno scritto di Saverio Barbati); il secondo, in corso di stampa, con la copertina dell’artista Marisa Carabellese e la prefazione di Concita De Gregorio. A partire dall’anno 2001, è attivo anche il quotidiano Quindici online, nato come mensile già nel 1996. Il sito, nel giugno del 2001, era segnalato dal “Corriere della Sera”, che, nell’inserto dedicato alla Puglia, gli riservava un articolo, evidenziando come esso fosse giunto in soli 4 mesi “a contare più di 22 mila accessi”. Anche nell’ambito della grafica, il giornale si è distinto per la qualità degli interventi e delle collaborazioni, di cui la mostra curata da Daniela Calfapietro rende ottimamente testimonianza. Per la fotografia, ricorderemo almeno Francesco Mezzina, raffinato artefice di numerose copertine del giornale con i suoi suggestivi scatti, e Mauro Germinario, autore di poetiche rappresentazioni della nostra città e di reportage, come quello sulle feste patronali, in cui vivida emerge la vitalità di Molfetta, accanto al suo legame con le tradizioni popolari. Alberto Ficele ha realizzato alcuni tra i manifesti che hanno segnato i momenti nodali della storia del giornale e Michelangelo Manente è stato artefice delle vignette, che si distinguono per levità e creatività. Sono nate, in un fertile dialogo con gli editoriali di Felice de Sanctis, le icone di Mago Minervino (in riferimento al sindaco Tommaso Minervini) o dell’ape Guglielma che insegue i rivali politici. Azzollini è stato disegnato nelle vesti di Mandrake, per il suo affannarsi a gestire il duplice incarico di primo cittadino di Molfetta e di senatore. La polemica sull’acclarato assenteismo di alcuni assessori della giunta di Tommaso Minervini ispirava la sapida vignetta degli “assessori fantasma”, così come la pletora assessorile del 2002 aveva prodotto la verve della “foto di gruppo in un interno”, con gli assessori, troppi, che sgomitano per guadagnarsi un posto, mentre il sindaco, lo stesso Tommaso Minervini, tenta nervosamente di fotografarli. Quanto al programma che, sin dalle prime battute, “Quindici” si è proposto, nell’editoriale del dicembre 1994, Felice de Sanctis era piuttosto esplicito. “Dar voce a tutti, soprattutto a chi non ha voce”. E poi ancora fedeltà allo spirito del giornalismo anglosassone, che rivendica con energia la libertà del commento. Il giornale non si trincerava dietro una sbandierata quanto falsa obiettività: “Siamo un gruppo di persone che si riconosce nell’area che va dai cattolici ai progressisti, che ha come denominatori comuni i principi di solidarietà e di giustizia sociale”. Un giornale di uomini liberi, con un solo padrone: il lettore. In vent’anni, il periodico si è mantenuto fedele ai propositi di allora: si sono succedute le giunte di Guglielmo Minervini, in carica nel 1994, alla nascita del giornale, e confermato nel 1998; di Tommaso Minervini, eletto nel maggio 2001; di Antonio Azzollini, nel giugno 2006 e poi nuovamente nel febbraio 2008. Infine, l’attuale amministrazione di Paola Natalicchio, verso la quale il periodico ha subito manifestato una propensione positiva. Nel maggio 2013, infatti, dinanzi alla candidatura della Natalicchio, Felice de Sanctis dichiarava senza infingimenti il diritto all’endorsement, ossia all’avallo di un candidato piuttosto che di un altro, proclamato dal giornalismo anglosassone e attuato anche dal “New York Times” pro Obama. Del resto, a “Quindici” Paola Natalicchio aveva collaborato nella prima stagione del periodico. Proprio da una sua lettera, pubblicata quando aveva sedici anni, Felice de Sanctis aveva tratto spunto per uno dei suoi editoriali più intensi, “La città dei passi perduti” (10/4/1995). La Natalicchio rispondeva alle accuse di passività rivolte alla gioventù molfettese, con (cito de Sanctis) un “j’accuse senza attenuanti contro un clima amorfo”. “Sarà anche vero che siamo passivi”, aveva dichiarato la giovanissima studentessa, “ma in una città che lo è prima di noi ed in cui non essere tali è un’impresa ardua, poiché non ve ne sono gli strumenti concreti, non ci si sarebbe potuti aspettare altrimenti”. Felice de Sanctis muoveva da queste riflessioni per evidenziare come Molfetta si configurasse sempre di più come la proustiana “terra inestetica”, quella in cui i cittadini passano accanto alle opere d’arte, senza ammirarle né riconoscerne il valore. Una città in preda, aggiungeva citando mons. Tonino Bello, il cui insegnamento è stato ed è tuttora punto di riferimento per il giornale, a una desolante “asfissia da futuro”. Sul dramma dei giovani a Molfetta, il periodico sarebbe tornato a meditare nel settembre 2005, nell’inchiesta sull’emigrazione di “una generazione rifiutata dalla terra d’origine” (Giulio Calvani). A offrire la propria testimonianza erano proprio numerosi redattori del giornale, costretti a lasciare Molfetta in cerca di lavoro: Francesco Dell’Olio, Fabrizio Fusaro, Eugenio Tatulli, Michele Bruno, lo stesso Calvani (poi rientrato in città, attualmente segretario locale del PD) e proprio Paola Natalicchio, che dichiarava di sentirsi a proprio agio nella Capitale, divenuta ormai la propria casa. Quella contro l’”asfissia da futuro” delle giovani generazioni è stata una battaglia a lungo combattuta da “Quindici”, accanto alle altre, che l’hanno visto in prima linea, subendo non di rado ritorsioni e intimidazioni. La più duratura è stata la costante inchiesta sull’affaire del “porto delle nebbie”, vulnus inferto alla città di Molfetta. Nel maggio 2007, Quindici segnalava i 47 avvisi della magistratura per “presunti abusi”; nel maggio 2010, testimoniava “Tutta la verità sul porto”, definito icasticamente “una macchina succhiasoldi”. Una soap senza lieto fine, in virtù dei problemi legati alla questione della bonifica (e non solo), con momenti in cui è illusoriamente sembra- to, come all’arrivo – in un clima da “Anni ruggenti” di Luigi Zampa - della draga Machiavelli, che la situazione si potesse risolvere positivamente per la cittadinanza. “Quindici” ha assistito alle continue traversie dell’ospedale di Molfetta. I tagli alla sanità nel 2003 erano commentati, oltre che dagli articolisti, da Michelangelo Manente, che raffigurava Fitto mentre regalava a Tommaso Minervini le “briciole dell’ospedale di Molfetta”. Il giornale evidenziava come, senza eccedere in campanilismi insensati, fosse comunque necessario lottare per salvaguardare una struttura importante per la popolazione molfettese. Non sono mancate le inchieste sulla malasanità, spesso imputabile ai tagli indiscriminati operati ai danni del settore ospedaliero (si pensi alle testimonianze, comparse tra il febbraio e il marzo 2005, di Nicole de Vincenzo e Mara de Trizio). Il problema dell’elevato costo delle abitazioni a Molfetta è stato ed è tuttora uno dei Leitmotive delle riflessioni di “Quindici”. Una lobby edilizia ha reso il diritto alla casa un traguardo utopico per molti molfettesi, inducendo giovani famiglie (e non solo) a indebitarsi talora per generazioni. In generale, il tema di un’edificazione scriteriata è stato più volte all’ordine del giorno, a causa della deliberata volontà di alcune amministrazioni di ignorare i rischi di carattere idrogeologico. Nel giugno 2009, Giacomo Pisani meditava sugli scompensi legati alla stolida volontà di costruire sulle lame; non è un caso che, nel 2012, il Tribunale Superiore delle Acque bocciasse il Pip3 (Piano degli insediamenti produttivi). L’allarme sicurezza è stato più volte evidenziato dalla redazione di Quindici. Se all’indomani dell’operazione Reset-Bancomat, de Sanctis invitava a non cavalcare la “tigre di carta” di combattimenti di cani e scommesse clandestine per sollevare un allarmismo ingiustificato, nel settembre 2001, l’editoriale “La città morta” (titolo ispirato a una tragedia di Gabriele D’Annunzio) evidenziava come, in una Molfetta ingrigita e spenta, si assistesse a una preoccupante recrudescenza di fenomeni delinquenziali. Nell’ottobre, l’intensificarsi degli incendi di automobili era fatto risaltare nella bella copertina “Autoflambé”, elaborata graficamente da Alberto Ficele, in cui si alludeva anche alla difficile situazione di una città ormai sull’orlo dell’autocombustione. “Quindici” ha seguito con attenzione gli eventi di cronaca, quali l’omicidio Bufi e le indagini, conclusesi in maniera tristemente beffarda, la tragedia del Francesco Padre, la vergognosa vicenda della Truck Center, il naufragio di “Mare e vento”, con la drammatica testimonianza di Salvo Francesco Cappelluti, che aveva veduto il padre trascinato via dalla corrente. Che dire delle battaglie della politica, con la lotta contro il trasformismo dilagante, dileggiato anche da Petrus Caput Hurso (Pietro Capurso) nelle sue satire, e contro, ad esempio, l’uso della verifica della maggioranza in consiglio comunale non per motivi ideologici, ma come mero strumento di ricatto per raggiungere scopi personali? “Quindici” è stato testimone dei mutamenti economici della città: dalla crisi della marineria (bella l’inchiesta di Francesco Dell’Olio nel 2005 sul calo del numero di motopescherecci, dai 129 del 1998 ai 90 del 2005) al caso dell’apertura della Città della Moda. Lella Salvemini ne seguiva con lucidità e acume l’inaugurazione e Felice de Sanctis metteva in guardia contro l’anacronistico luddismo di molti commercianti e invitava a considerare l’evento come un’occasione da sfruttare per una crescita dell’economia molfettese. Un aspetto non trascurabile risiede nel fatto che “Quindici” ha rappresentato una cartina al tornasole degli eventi nazionali e internazionali, in un costante rinsaldarsi di microstoria (Molfetta) e macrostoria (il contesto italiano e mondiale). Nelle analisi del voto, Molfetta appariva ora in controtendenza ora in linea con il trend nazionale; l’affermarsi del bispensiero orwelliano in Italia con la politica di Berlusconi veniva da de Sanctis scandagliato anche nel contesto delle pratiche dell’amministrazione molfettese. Le vicende dell’11 settembre venivano raccontate secondo la prospettiva di una molfettese scampata all’eccidio e il clima montante di allarme contro il terrorismo induceva la redazione a condurre un’inchiesta sulla popolazione musulmana a Molfetta. Michele de Sanctis jr., intervistando per l’occasione, nel mese di ottobre, alcuni albanesi, evidenziava come il mondo islamico in buona parte si dissociasse dalle terribili vicende che avevano sconvolto l’assetto internazionale. Il maremoto delle Maldive veniva rivissuto attraverso la drammatica testimonianza del geometra Lorenzo Mitolo, salvo per miracolo con la sua famiglia. Il racconto era accompagnato da una lucida denuncia del fatto che i soccorsi, ignorando la gente comune (numerosi, tra l’altro, erano i bambini, impossibilitati a difendersi dalla violenza delle acque), privilegiando, negli atolli vicini, vip come Fede, Inzaghi e Maldini. E poi ancora, nel 2009, l’elezione di Obama veniva salutata con un articolo sulla percezione che i molfettesi d’America avevano del 44° presidente degli USA. L’ingegner Salvatore Scardigno, per l’occasione, effettuava anche un’analisi dell’elettorato molfettese negli Stati Uniti, rimarcandone le connotazioni politiche, differenti a seconda dell’area geografica di residenza. Il giornale raccoglieva ancora le storie dei molfettesi testimoni del naufragio della Costa Concordia e di quelli coinvolti nella recente vicenda della Norman Atlantic. L’auscultazione dell’incandescente clima internazionale emergeva poi nel primo editoriale del 2015, intitolato, per solidarietà verso i caduti della strage francese, “Je suis Charlie”. “Quindici” ha seguito i cambiamenti a livello sociale, dalla crisi dei docenti precari e dalla rabbia degli studenti contro la pessima riforma Gelmini all’attenzione ai problemi degli omosessuali a Molfetta (in due diverse inchieste, del 2009 e del 2013, emergeva il disprezzo celato nelle maglie di un’ipocrita e apparente tolleranza). Si soffermava sui riflessi della crisi sulle famiglie e gli anziani soli e sul vuoto morale che produce fenomeni aberranti come l’escortizzazione, indagati dal giornale senza preconcetti e moralismi. Non è mancata la leggerezza, legata ai fenomeni di costume, con il reportage da Miss Italia della molfettese Carmela Campanale, finalista nella celebre kermesse di Salsomaggiore. O l’attenzione allo sport: si pensi al rapporto di vicinanza con la bravissima Marinella Falca, argento alle Olimpiadi di Atene del 2004. Quindici eccelle in ambito culturale. La sua storia vanta collaborazioni di primo livello, come quella con i compianti Lorenzo Palumbo, storico e demologo di straordinario valore; Giovanni de Gennaro, a lungo anima della cultura molfettese; Pasquale Minervini, con i suoi scritti salveminiani conservati nell’Archivio storico salveminiano di Firenze; Antonio Balsamo, studioso di letteratura, ma anche, ad esempio, della storia della scuola a Molfetta sotto il fascismo. E non si può non ricordare il giornalista Michele de Sanctis, padre del direttore e memoria storica del secondo Novecento; Lino Patruno gli riconosceva un talento quasi felino nella ricerca della notizia. Importanti sono anche i contributi salveminiani di Liliana Gadaleta Minervini e gli studi offerti al giornale dal poeta e storico Marco Ignazio de Santis. Quest’ultimo ha indagato i riflessi delle vicende nazionali nel contesto molfettese, soffermandosi sui nostri concittadini caduti durante il primo conflitto mondiale o nella folle spedizione fascista in Russia. O ancora sulle vittime dell’affondamento del piroscafo Delia. Lo  studioso evidenziava come il loro carnefice sia dai suoi connazionali reputato un eroe, mentre l’eroismo silenzioso di questi molfettesi è caduto nell’oblio ed è sepolto tra le profondità marine. E poi ancora de Santis ha raccontato il passaggio di Umberto I a Molfetta, soffermandosi sulla reazione del clero in un’epoca in cui ancora vivo era il non expedit e ci ha donato la notizia di una veduta ottomana di Molfetta e della Madonna dei Martiri nel “Libro della marineria” di Piri Reîs, nella seconda metà del XVI secolo. Per le edizioni di “Quindici giorni”, de Santis ha anche pubblicato nel 2002 “Perché si dice così?”, prezioso libello sull’”origine e trafila di alcuni detti popolari diffusi nel Sud e a Molfetta”. E come non menzionare la sapida satira di Petrus Caput Hurso, che si esprime nelle vesti di moderne maccheronee e ha prodotto pezzi gustosi quali “Amletonius”, parodica e azzolliniana riscrittura del più celebre monologo shakespeariano? Molfetta ha indagato le tradizioni popolari, spesso evidenziando criticamente l’affievolirsi del clima religioso e l’emergere di quello da sagra paesana, con la Madonna dei Martiri affumicata dai venditori di salsicce e i vandalismi in occasione delle processioni notturne. Il “Gergario quaresimale” di Angelo e Gennaro Gadaleta ha offerto un interessante lessico dei riti della Settimana Santa; Ignazio Pansini, Corrado Pappagallo e Tommaso Gaudio hanno pubblicato validi e importanti contributi sulla storia della marineria e della cultura molfettese. Interessanti anche i saggi di Tania Adesso sull’onomastica e sui soprannomi tipici della nostra città. Un altro ambito su cui “Quindici” ha decisamente puntato è la pubblicazione di racconti: una costante sono stati gli scritti dell’artista Marisa Carabellese, che spaziano dalla denuncia sociale dello struggente racconto della vicenda di Giusy la siciliana a storie con deliziose venature surreali, e della scrittrice Gianna Sallustio. In “Cappellini e ventagli” riviveva ad esempio la storia delle famiglie Sallustio e Montaruli, in “Marienne”, invece, l’autrice pennellava uno struggente ritratto di donna. La vicinanza agli artisti, anche del figurativo, è stata una costante: Gaetano Grillo ha realizzato i quadri celebrativi del decennale e del ventennale, enfatizzando il simbolo del ventilatore, proprio di “Quindici”, come emblema della libera circolazione delle idee; Natale Addamiano, in occasione della mostra “Le ore della passione”, ha offerto le riproduzioni fotografiche di alcuni dei quadri esposti. E che dire dell’intervista, pubblicata postuma, al grande Mario Monicelli o della simpatia di Riccardo Muti per “Quindici”, con la moglie Cristina Mazzavillani, ideatrice del Ravenna festival, che, nel maggio 2007, denunciava al giornale l’incuria e la sporcizia in cui versava la cittadina molfettese. L’inciviltà di molti suoi abitanti, nonostante gli sforzi dell’amministrazione, la rendono tuttora – aggiungiamo noi –, più che città della pace e del mare, terra delle deiezioni canine. Questa ricostruzione non ha alcuna pretesa filologica; è la testimonianza di un redattore che dal 2004 ha condiviso l’avventura di “Quindici”. Il momento in cui ci incontravamo, nella sede di via S. Francesco Saverio, per confezionare il giornale, esperienza di convivialità e socializzazione… O le riunioni, in cui difficile è tenere a bada il nostro direttore, Felice de Sanctis, che levita e lievita ed è richiamato all’ordine solo dalla sua consorte, Adelaide Altamura, colonna della redazione. Ma ora è tardi. Si son sprecati fiumi d’inchiostro e potrà sembrare che, nonostante il dichiarato intento del periodico di dar voce a tutti, questo redattore prolisso voglia avocare solo a sé stesso il diritto di parola. Per questo, taccio e auguro a Quindici venti e venti e venti e venti e venti anni ancora…

Autore: Gianni Antonio Palumbo
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