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Facchini, attacca l'Arpa Puglia: sbaglia le analisi
15 ottobre 2011

Più dubbi, che certezze. Il Convegno Nazionale di Studi «Emergenza da inquinamento bellico della Costa Meridionale del Mare Adriatico» ha lasciato irrisolte molte questioni, soprattutto per l’assenza di un contraddittorio tra le parti. Quindici ha raccolto alcune dichiarazioni del dott. Guglielmo Facchini, presente al convegno. Dott. Facchini, dura è stata la sua critica alle analisi realizzate dall’agenzia per individuare gli aggressivi chimici nelle acque di Molfetta, durante il suo intervento nel convegno. «Devo contravvenire duramente verso le dichiarazioni del prof. Assennato sulle analisi per l’inquinamento bellico a Molfetta. A diff erenza di quanto ha detto, la situazione è peggiorata. Infatti, è morta persino l’alga tossica, la prima espressione dello squilibrio dell’ecosistema marino, evidentemente per una bonifi ca che forse non considera la presenza di ordigni a iprite e dei molti veleni di origine bellica. Non possiamo accettare la metodologia adottata perché basata solo sulle colonne d’acqua, non solo per la non attivazione in doppio cieco della procedura di analisi, ma soprattutto per l’uso di una campionatura non statisticamente ritenuta attendibile dalle comunità scientifi che. Insomma, sono analisi che tutte le comunità scientifi che esistenti cestinerebbero. Ad esempio, 3 anni fa le analisi dell’Arpa Puglia e dell’Università Federico II di Napoli sugli stessi campioni prelevati dal mare di Molfetta produssero risultati opposti. L’università aveva rilevato la presenza di aggressivi chimici e inquinanti, come arsenico, lewisite, adamsite, iprite e derivati, al contrario dell’Arpa». Una stessa situazione potremmo riscontrarla anche sulle analisi compiute per l’alga tossica? «Ne sono convinto, se utilizzassimo il doppio cieco. Infatti, l’Arpa ha analizzato solo le colonne d’acqua e il deposito sulla superfi cie del fondo marino a notevole distanza dai punti d’inabissamento per segnalare la presenza della Ostreopsis Ovata morta. Per individuare, invece, i prodotti di degradazione e gli aggressivi chimici di origine bellica, inabissati durante e dopo il II Confl itto Mondiale, è necessario controllare con adeguati carotaggi i sedimenti e le diverse stratifi cazioni dei sedimenti stessi in prossimità dei siti d’inabissamento. Del resto, sono conosciute molto bene le coordinate dell’inabissamento, come la catalogazione dei vari ordigni bellici, realizzata da strutture e organismi nazionali». Il prof. Assennato ha dichiarato che a Molfetta non sono stati inabissati ordigni contenenti iprite. «Gli archivi militari di Londra lo smentiscono. Se a Molfetta non è stata inabissata l’iprite, perché l’Università Federico II ne ha riscontrato la presenza nell’analizzare la campionatura di qualche anno fa? Le bugie hanno le gambe corte e questo è dimostrato dalla scomparsa dell’alga tossica nel porto di Molfetta. Inoltre, come si spiega l’acqua che bolle all’imboccatura del porto? Il silenzio delle varie istituzioni, tra cui Arpa, Legambiente e Wwf, è inaccettabile. Anche Jacques-Yves Cousteau, nella conferenza tenuta a Molfetta negli anni ‘70, dopo aver compiuto una serie di studi dettagliati per conto delle istituzioni dell’epoca, tra cui l’esercito italiano e la stessa NATO, aveva trovato aggressivi chimici di origine bellica nei carotaggi dei sedimenti dei siti d’inabissamento. Dichiarò che la presenza di questi aggressivi avrebbe sterminato la fl ora e la fauna marine già dagli anni ‘80. Questo è, però, avvenuto dal 1998 e nel 2008, in concomitanza con le opere di bonifi ca, dopo quando accaduto e accade ad alcuni marinai di Molfetta, il caso è esploso». Allo stesso tempo, Assennato dice di non conoscere fenomeni di contaminazione da aggressivi chimici per il pesce. Eppure, con Alcaro e Amato ha fi rmato una relazione su questi fenomeni, accertati per il pescato anche a Molfetta. «È un lavoro eseguito per conto dell’Ispra, che ha documentato le mutazioni genetiche sui pesci che vivono in prossimità dei siti contaminati di Molfetta e del Parco nazionale delle isole Tremiti, nelle cui carni sono depositati arsenico, mercurio, iprite, cloruro, cianuro, ecc. Questo riguarda anche Manfredonia, dove, però, si sono verifi cati spargimenti di origine industriale, tossici e mutageni. Fino a oggi, l’Arpa non ha mai compiuto un dosaggio con carotaggi nei sedimenti per individuare aggressivi chimici come arsenico, cianuro e derivati, acido cianidrico e solforico, solfuri, zolfo, adamsite e derivati dell’iprite, fosforo bianco, fosgene, difosgene e così via. Il mercurio si trova nelle spolette delle bombe a caricamento convenzionale come il tritolo, che, producendo acido nitrico, abbassa il ph del mare. I fusti di cianuro producono acido cianidrico, il fosgene l’acido fosforico. Tutti i composti arsenicali, prodotti dal contatto con l’acqua, sono presenti nei siti d’inabissamento. Ma tutte queste analisi non sono mai state eseguite. Le uniche analisi, ripeto, riguardano la presenza di Ostreopsis Ovata sulle colonne d’acqua, ma anche questi risultati, così come sono stati ottenuti, non possono essere considerati scientifi camente validi. Inoltre, se i composti chimici citati, rinvenuti nei pesci, siano dichiarati compatibili per l’alimentazione umana, perché in quantità esigua, come dichiarato dal prof. Assennato nel convegno, devo precisare che è proprio la specie umana ad accumularli. Non a caso gli abituali consumatori di pesce stanziale muoiono tutti di carcinomi e di malattie derivate dall’intossicazione per accumulo di questi composti, con particolare frequenza, e più di ogni altra categoria, i marinai. Due anni fa, ho diagnosticato 5 casi di ustioni da iprite molto serie. Quest’anno i casi erano due, ma molto gravi, tutti bagnanti e marinai di Molfetta».

Autore: Marcello la Forgia
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