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Don Tommaso Fiore e Giacinto Panunzio maestri di vita e di politica
15 ottobre 2005

Continuiamo la pubblicazione a puntate, per gentile concessione della prof. Liliana Minervini Gadaleta, della lettera inedita (inviata il 25 dicembre 1962 a Robert e Maritza Bolaffio) e rinvenuta, quasi per caso, nell'archivio privato della famiglia Minervini. E' un documento straordinario: una missiva inviata in America, nel 1962, da Giovanni Minervini, allievo prima e studioso poi di Gaetano Salvemini, ed indirizzata ai coniugi Bolaffio, cari amici del grande storico molfettese, tanto da averlo spesso ospitato, per lunghi periodi, a Boston, durante la sua permanenza negli Stati Uniti. In queste righe, tra i ricordi in prima persona di Giovanni Minervini, ricchi di aneddoti e di citazioni, si rinviene uno spaccato memorabile della vivacità culturale che caratterizzava gli ambienti “salveminiani” di Molfetta, durante e dopo la seconda guerra mondiale, oltre che un insolito ritratto privato dell'indimenticabile “testimone di libertà”, nostro concittadino. Giu. Cal. Ma l'uomo che di Salvemini mi raccontò tutto nei più minuti particolari, fu Giacinto Panunzio, mio professore di francese in quinta ginnasiale (1935-1936), ferventissimo salveminiano. Per un decennio circa, ogni giorno mi incontravo con lui sul porto, anzi quando presi maggiore confidenza, andavo a trovarlo a casa sua. Colà conobbi altri amici più giovani di me (Finocchiaro, Gadaleta S., Tattoli, Picca, Nuovo). In casa Panunzio (1938) familiarizzai con l'ing. Vincenzo Spadavecchia, raro esempio di onestà ed altruismo, l'unica persona che a Molfetta conoscesse tutto, dico tutto, anche pubblicazioni estere, sulla letteratura marxista. E per completare la serie, tramite il prof. Panunzio m'imbattei in un vecchio amico di mio nonno: il “romantico” Alessandro Guidati, che era stato nelle giornate del 1898 uno dei più audaci organizzatori, poi consigliere comunale; con lui trascorsi forse le più belle ore della mia giovinezza a leggere un suo diario sulla vita politica molfettese dal 1890 all'avvento del fascismo. Ignoro la fine di quel diario che era una fonte importante per la satira politica di Molfetta. Infine l'uomo che mi svegliò agli studi ed alla vita politica fu Tommaso Fiore, insegnante di greco al liceo di Molfetta. Devo a lui, oltre che a Salvemini ed a Croce, il mio orientamento nel campo degli studi e della politica. Gli anni del liceo furono per me i più formativi. In casa Fiore, signorilmente aperta “a tutti i venti” conobbi dai più giovani, Vittore, Cifarelli R., Cagnetta, ai più anziani, Canfora, De Martino, Loizzi, Cifarelli, ai professori universitari, Calogero, De Ruggiero, Omodeo. In seguito, in una umida serata autunnale, a Villa Laterza, anche Benedetto Croce (non senza aver prima esibito la tessera di identità ai questurini, come accadeva allora ai giovanissimi, per poter ottenere l'accesso al postribolo del mio paese!). Ricordo, come se fosse ieri, un particolare. In seconda liceo, con un mio amico di scuola, con cui ci scambiavamo i segreti salveminiani, leggemmo sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” un articolo intitolato: “Liste di proscrizione” firmato da Valentino Piccoli, in cui si parlava, con ingiurie a più non posso, di Salvemini, Ferrero, Romani Rolland. Il giorno dopo, nell'ora di greco, io ebbi l'incoscienza (per quei tempi, 1937, era forse incoscienza) di alzarmi, andare dal prof. Fiore che tranquillamente traduceva il “Fedone” e sottoporgli, tra lo stupore generale della scolaresca, l'articolo. La lettura del passo, sottolineata dall'ironia erasmiana del professore, fu per me e per l'amico un vero trionfo: in pieno fascismo e con una scolaresca che era addormentata in quella letale atmosfera “borgiana”, noi, forse senza volerlo, avevamo fatto conoscere nomi che non solo era proibito nominare, ma che i nostri coetanei ignoravano del tutto. Anzi dirò di più, quel mio amico, incoraggiato dalla foga con cui il prof. Fiore aveva parlato di quei valenti uomini, tirò fuori dalla cartella l'opuscolo “Guerra o neutralità” di Salvemini, e con l'aria più calma ed innocente di questo mondo (tale è rimasto anche ora, 1962) alzando il braccio a più non posso, anche per far vedere l'opuscoletto agli altri amici, disse: “Professore, io e l'amico Minervini stiamo leggendo questo scritto di Salvemini”. “Buono, buono, bravi” replicò don Tommaso, tra lo stupore e la meraviglia generali della scolaresca. Nel 1939 col prof. Fiore, nel riannodare a Molfetta le vecchie amicizie liceali (Minervini G., Valente, Amato, La Forgia) gettammo le basi del movimento liberal-socialista. Battevamo a macchina minuscoli manoscritti che giornalmente don Tommaso (così chiamavamo e chiamiamo ancora il prof. Fiore) ci portava da Bari e che noi distribuivamo tra gli amici di Molfetta e, fuori Molfetta, ai professore universitari amici di Fiore. E Salvemini? Fu don Tommaso che mi consigliò la lettura sistematica delle opere del nostro. Lessi così: “Il ministro della malavita”, “La rivoluzione francese”, “Mazzini”, “Dal patto di Londra alla pace di Roma”, libri che fortunatamente si trovavano nella biblioteca comunale della mia città. Poi sopraggiunse la guerra e tutti gli amici, i più cari, di mala voglia, indossarono la divisa militare. Restai io ed i più giovani a Molfetta. Fu allora che don Tommaso mi diede in lettura la traduzione italiana di “La Terreur Fasciste (1922-1926) – Paris, Galliard, 1930”. Rimasi allibito, trasecolato. Possibile che il fascismo avesse commesso simili stragi? Erano i tempi di Nerone, dei Borgia che trionfavano. Il mio antifascismo, dopo la lettura di quel libro, si trasformò in aperta protesta morale. Lessi e rilessi altre opere di Salvemini; mi copiai le sue lettere al prof. Panunzio [pubblicate poi sul settimanale “Italia domani” del 22 settembre (n. 38) – 4 ottobre 1959 (n. 40)]. E soprattutto le ultime (1922-1923) furono per me una rivelazione. Badoglio, De Nicola, che Salvemini, in una lettera del maggio 1923 indicava come i più qualificati per un gabinetto di coalizione antifascista, nel 1942, quando copiavo l'epistolario salveminiano, già si preparavano a regalarci un fascismo senza Mussolini, in combutta con il re, Churchill, e certa stampa americana. Era ciò che leggemmo subito dopo la caduta del fascismo nei primi scritti di Salvemini che venivano dall'America, e che noi avidamente divoravamo. Ne ricordo uno che mi è rimasto impresso, pubblicato su “L'Italia del popolo”, organo regionale del Partito d'Azione: “La collaborazione (col re, con Badoglio ed altra razzamaglia) è un suicidio morale”. Perbacco, dissi tra me, Salvemini è vivo e vegeto. E pensare che se il fascismo non fosse caduto, quest'uomo sarebbe morto, senza che l'avessi potuto conoscere. Dopo la caduta del fascismo, la nostra prima iniziativa fu di inviargli in America una cartolina, scritta dal prof. Panunzio e firmata dai giovani salveminiani con il quale lo si nominava presidente onorario” della Università popolare che si era aperta da poco tempo a Molfetta. Ma non so perché, quella cartolina tornò indietro. Non mi pare che avessimo sbagliato l'indirizzo. Un amico, salveminianamente diffidente, suppose che, tesi come erano in quel momento i rapporti tra Salvemini ed il governo americano, quest'ultimo tramite la censura, cercava di ritardare o deviare la corrispondenza con gli amici italiani. Notizia avvalorata poi da lettere di Salvemini ad amici pugliesi. Dopo la prima disavventura di quella cartolina con gli amici Andriani, decidemmo, a nome della sezione del Partito d'Azione di Molfetta, di inviare a Salvemini un messaggio per invitarlo a riprendere in Italia il suo posto, accanto ai giovani, in un momento che noi già presentivamo di “desistenza”. Dopo un mese, una lunga lettera del nostro da Berkeley (17/5/1944) ci ammoniva a curare da noi le nostre piaghe; che l'avvenire era oscuro e che occorreva un lavoro decennale per tirarci fuori dalle rovine in cui il fascismo prima, Badoglio e compagni dopo, ci avevano buttato. Ormai dall'America arrivavano articoli, lettere, giornali, anche se con un certo ritardo, che tradotti in italiano erano pubblicati sui giornali del tempo, suscitando polemiche e discussioni a non finire. Lessi in quel tempo il volume “La sorte dell'Italia”, programma che avrebbero dovuto attuare i partiti antifascisti al governo dopo la caduta del fascismo, ma che rimase lettera morta. Nel 1947 l'amico Andriani mi fece sapere che in casa dei miei parenti a Firenze si era incontrato con Salvemini e che gli aveva sottoposto il suo lavoro di laurea; anzi, aggiunse, che probabilmente Salvemini avrebbe tenuto una conferenza a Roma per conto del Movimento Federalista Europeo. Fu l'indimenticabile amico De Judicibus che, raggiante di gioia e sventagliando l' “Italia Socialista” di Garosci, mi confermò che Salvemini, con Einaudi, Silone, Calamandrei e Parri, avrebbe parlato al Teatro Eliseo il 24 ottobre. Racimolai i soldi per il viaggio (li avrei anche elemosinati!), scrissi all'amico Stefano Gadaleta che si trovava a Padova e con De Judicibus in una nebbiosa giornata autunnale ci recammo a Roma all'Eliseo. Sala gremitissima: stranieri e giornalisti a non finire. Alle ore 10 precise comparvero sul palcoscenico i sunnominati oratori. Per ultimo, con passo fermo, Salvemini che io accolsi applaudendo con un lungo grido di gioia. Dunque quest'uomo era vivo e vegeto lì, di fronte a me, a pochi metri di distanza. Fu l'ultimo a parlare. Elettrizzò in tal modo l'uditorio (“se tutti gli uomini fossero animali ragionevoli”…aveva esordito dicendo), che dopo circa dieci minuti da quando gli oratori si erano allontanati, gli astanti applaudivano ancora freneticamente “old Gaetano”. Poi il primo incontro in casa di Ernesto Rossi, in Via Nomentana, a un tiro di schioppo dalla famigerata Villa Torlonia. “Questi è il nipote di Giovanni” disse Corrado De Judicibus, presentandomi a Salvemini. Restai per una buona mezz'ora assente, come intontito. Per fortuna gli amici Gadaleta e de Judicibus avevano avviato molto bene la conversazione. Dopo mi ripresi e cominciai a parlare: di politica soprattutto (era avvenuta in quei giorni la fusione del Partito d'Azione col Partito Socialista). Salvemini si accorse del nostro imbarazzo e con un brusco “dunque resa a discrezione?” ci stimolò alla discussione. Non ricordo con precisione ciò che dissi: so che, per circa due ore, parlai, aiutato anche dai due amici. Una telefonata dell'ambasciatore Carandini, ed infine la presenza del prof. Fiore e del prof. Mario Praz, che erano venuti a salutare Salvemini, pose fine a quel colloquio, che io avrei continuato per chissà quante altre ore. Giovanni Minervini 2 - continua
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