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Don Francesco Samarelli archeologo e soldato
15 novembre 2017

Ogni tanto emergono da scatole, cassetti, faldoni, album e libri dimenticati interessanti o inaspettate schegge del passato. Uno di questi frammenti storici è una foto, già vecchia di un secolo, ritrovata nel suo archivio privato dall’amico Ignazio Pansini, bibliotecario emerito, che non ha perso tempo a passarmela spontaneamente, vincendo le mie vane resistenze iniziali. Come annotato sul retro dal sacerdote Francesco Samarelli, la fotografia risale al 20 novembre 1917 e fu scattata nell’Ospedale “Redentore” di Bari dal sottotenente Panunzio. Si scorgono sei militari a mensa. Un baffuto Francesco Samarelli, soldato semplice, è indicato col numero 2. Col n. 1 è segnalato il sergente Andrea Samà; col n. 3 il soldato Giovanni De Nicolo; col n. 4, seminascosto, il soldato Misurati; col n. 5 il caporale Francesco Calvario e col n. 6 il sergente Bozzi. Sui berretti è presente il fregio a stella del Servizio di Sanità. Francesco Samarelli nacque in Molfetta alla Strada Nunziata (poi Via Annunziata) il 31 ottobre 1874, ma all’anagrafe civile fu dichiarato il 1° novembre successivo. I suoi genitori erano Giuseppe fu Vito Michele, contadino, e Lucrezia Gadaleta di Francesco, casalinga. Fu avviato alla carriera ecclesiastica dallo zio canonico Francesco Saverio Samarelli, ordinato sacerdote nel 1874, parroco di San Corrado dal 1883 al 1903, morto a 54 anni il primo ottobre 1905 con la dignità capitolare di primicerio. Nel 1889 il quindicenne Francesco era episcopista nel Ginnasio del Seminario Vescovile di Molfetta, dove ebbe come affettuoso prefetto della camerata della Madonna del Buonconsiglio il sedicenne Gaetano Salvemini, seminarista di terza liceale, che l’anno dopo si licenziò a pieni voti, in settembre prese gli ordini minori di ostiario e lettore, esorcista e accolito e mantenne la carica di prefetto, finché poco dopo non depose l’abito talare per spiccare il volo verso Firenze. Samarelli invece rimase in Seminario, concludendo i due anni di filosofia e i quattro di teologia. Francesco Samarelli fu ordinato sacerdote il 9 aprile 1898 sotto l’episcopato di mons. Pasquale Picone. Appassionato di storia patria, il giovane prete s’interessò agli scavi guidati tra il 1900 e il 1901 nel Pulo di Molfetta e nel contiguo fondo dei fratelli Spadavecchia fu Leonardo da Maximilian Mayer, nativo di Prenzlau in Germania, direttore del Museo Archeologico di Bari dal 1894 al 1903. Godendo della fiducia e della benevolenza dell’arcidiacono don Giovanni Panunzio, preside del Liceo municipale regificato, Samarelli fu direttore del Collegio Panunzio dal 1904 al 1906. La passione per l’archeologia portò Samarelli il 20 giugno 1906 a visitare per la prima volta la Grotta dei Gatti nell’agro di Bisceglie in contrada Navarino nel fondo detto Le Matine di Gadaleta. Due anni dopo, il 7 giugno 1908, nuove esplorazioni nello stesso territorio e nelle adiacenze della grotta lo convinsero di aver scoperto una nuova stazione neolitica, quella appunto di Navarino. La scoperta fu annunciata con l’opuscolo erudito Il Pulo e Navarino stazioni neolitiche nel territorio di Molfetta e Bisceglie, stampato nel 1909 a Molfetta dal tipografo editore Michele Conte. La copia custodita nella Biblioteca Comunale “Giovanni Panunzio” di Molfetta riporta in allegato la foto di un coccio di ceramica neolitica rinvenuto nella stazione di Navarino e conservata nel Museo Diocesano di Molfetta. Nel 1909 il sacerdote divenne “partecipante” del locale Capitolo Cattedrale. Samarelli seguì poi con particolare interesse gli scavi condotti fra il 1908 e il 1909 sull’orlo del Pulo nel fondo Spadavecchia dal senatore Angelo Mosso, che si giovava della collaborazione di Michele Gervasio, successore di Mayer nella direzione del Museo Archeologico barese. Poiché Samarelli operò in quegli anni come assistente volontario di Mosso, il senatore lo associò nelle sue ricerche e nelle sue pubblicazioni. Anzi nel marzo del 1909 gli regalò il primo volume del Manuel d’archéologie préhistorique di Joseph Déchelette dell’anno precedente con la dedica: «A Don Fr. Samarelli | Ricordo del Pulo | 1909 | A. Mosso». Verso la fine di marzo dello stesso anno il trentaquattrenne sacerdote, alto, aitante e di bella presenza, fece anche la conoscenza della moglie di Mosso, Maria Treves, figlia del famoso editore Emilio, scesa in Puglia con la figlia Emilia Mosso, detta Mimì, una simpatica ed elegante diciannovenne. In estate, dopo aver raccolto a Navarino un paniere di cocci neolitici del tutto analoghi ai reperti ceramici della necropoli del Pulo di Molfetta, Mosso e Samarelli si recarono col topografo ing. Landolfo Alessandrini presso la collinetta di Monteverde a sud di Terlizzi e il 18 luglio 1909 iniziarono gli scavi, portando alla luce ossa umane, fondi di capanne, tombe, schegge di selce e ossidiana, una tavola da libagioni di terra cruda (kérnos) e numerosi frammenti di vasi neolitici. Essi riuscirono perfino a ricomporre un grosso dolio somigliante a un vaso altrettanto grande trovato nel villaggio neolitico del Pulo di Molfetta. Altri frammenti fittili furono trovati in luglio a Cicolito presso Terlizzi. Mosso e Samarelli compilarono una relazione ricca di illustrazioni, intitolandola Scoperte di antichità preistoriche nel territorio di Terlizzi presso Bari e pubblicandola in «Notizie degli scavi di antichità» nel 1910. Durante le stesse ricerche, grande entusiasmo destò il 28 luglio 1909 la scoperta di un bètilo, una pietra sacra oggetto di litolatria, di cui Mosso e Samarelli diedero ampi ragguagli nel saggio illustrato Il sacrario betilico nella stazione neolitica di Monteverde presso Terlizzi in provincia di Bari, apparso nel medesimo anno nella stessa prestigiosa rivista romana patrocinata dall’Accademia dei Lincei. Ancora più elettrizzante e importante fu il rinvenimento nell’agro di Bisceglie del dolmen della Chianca, divenuto poi famoso a livello internazionale. Dopo una prima ricognizione fatta personalmente dal sacerdote il 3 agosto 1909 in un podere di Lucietta Pasquale Berarducci di Bisceglie, la scoperta ufficiale fu consacrata il 6 agosto seguente con le più vive e affettuose congratulazioni del senatore al suo intraprendente assistente. Mosso e Samarelli in quegli scavi si avvalsero anche del sapiente aiuto di Gervasio e ne diedero conto nel saggio Il dolmen di Bisceglie in Provincia di Bari, pubblicato nel «Bullettino di Paletnologia Italiana» nel 1910. Galvanizzato da questi successi, mentre Mosso si trovava a Belgirate e a Torino, Samarelli nel settembre del 1909 scoprì da solo nelle campagne biscegliesi, in un podere di Anna Guarnieri vedova Berarducci, il dolmen di Albarosa, coperto da un enorme cumulo di pietre (detto Specchia o Specchione di Albarosa). Autorizzato da Mosso con una lettera del ministro della Pubblica Istruzione Luigi Rava, il sacerdote eseguì gli scavi in più riprese nell’ottobre successivo, informandone il senatore e dandone notizia nel settimanale «La Tribuna illustrata » di Roma del 10 ottobre 1909. Morto il suo pigmalione Mosso il 24 novembre 1910, poiché il «Bullettino di Paletnologia Italiana» ne diede solo un brevissimo cenno sullo scorcio del 1911, Samarelli sintetizzò i risultati delle sue ricerche nell’articolo Il tumulus dolmen di Albarosa (Bisceglie), che uscì alla fine del 1912 nella «Rassegna Pugliese di Scienze, Lettere ed Arti» di Trani-Roma. Raccogliendo informazioni dai contadini e dai proprietari terrieri e seguendo le tracce dei caratteristici cocci sparsi nei campi di Molfetta, Samarelli il 9 marzo 1910 aveva scoperto anche la stazione neolitica di Torre di Pettine nel fondo La Gravatta e il 20 luglio 1911 quella di Chiuso della Torre, appartenente a Giuseppe Peruzzi. Un altro rinvenimento neolitico fu comunicato dal sacerdote nel luglio del 1911 al paletnologo Luigi Pigorini per il fondo Foggia o Creta di San Giorgio presso Terlizzi, di proprietà dell’avvocato Nicola Guastamacchia. L’ultima scoperta di una stazione neolitica fu portata a segno da Samarelli il 18 marzo 1913 in contrada Pianuarelle o Chiancarelle di Molfetta nel fondo di Francesco Modugno e fu salutata da un cenno sia pure fugace del «Bullettino di Paletnologia Italiana» al termine del 1913. Fu il canto del cigno. Finita quell’esaltante stagione della sua vita, testimoniata anche dai reperti di Torre di Pettine, Pianuarelle, Cicolito, Monteverde, Navarino e Albarosa presenti nel Museo Diocesano di Molfetta, in séguito lo studioso diede alla luce soltanto contributi storici. Alla morte del preside don Giovanni Panunzio, avvenuta il 22 novembre 1913, mons. Sterlacci da Giovinazzo si rivolse al «Bibliotecario» Samarelli per essere rappresentato ai funerali. Per i suoi meriti acquisiti in campo archeologico, nel 1915 il sacerdote fu nominato ispettore onorario ai monumenti e scavi per la provincia di Bari. L’anno dopo diventò canonico sagrista della Cattedrale. L’Italia era in guerra da quasi tre anni, quando, nel gennaio del 1917 furono richiamate alle armi le classi 1874 e 1875 e destinate al servizio nelle retrovie. La normativa del tempo non esentava i sacerdoti e i religiosi dalla mobilitazione, perciò fu richiamato anche Samarelli, che allora si avvicinava ai 43 anni. Mentre l’esercito italiano conteneva il furore austro-tedesco sul Piave, sul Grappa e sull’altopiano di Asiago, don Francesco Samarelli nel novembre del ’17 si trovava a Bari nell’Ospedale di guerra del “Redentore”. Lì prestava servizio come tenente colonnello medico il tisiologo e benefattore molfettese Eduardo Germano, direttore di quell’ospedale militare per le malattie infettive e respiratorie nell’XI Corpo d’armata, di cui era direttore di Sanità il generale medico Lorenzo Bonomo. È probabile che il prof. Germano abbia in qualche modo contribuito a rendere più agevole il servizio prestato nella struttura ospedaliera da militari pugliesi e molfettesi, come lo stesso soldato Samarelli e il caporale Francesco Calvario di Pasquale (1874-1962), medico coniugato dal 21 ottobre 1906 con la molfettese Maria Rotondo di Giuseppe. In quel drammatico anno di guerra 1917 il canonico Samarelli, sempre operoso, si vide pubblicare nella «Rivista delle biblioteche e degli archivi» di Firenze il saggio La Biblioteca del Seminario di Molfetta e la provenienza di taluni codici e manoscritti. Contributo allo studio di un palinsesto biblico. Il saggio fu segnalato in Germania dal bibliologo Paul Schwenke, direttore della Preußische Staatsbibliothek di Berlino, nel XXXVI volume dello «Zentralblatt für Bibliothekswesen », pubblicato a Lipsia nel 1919. Come ex militare e sacerdote, nel 1923 don Francesco Samarelli fu invitato dal Comitato di Molfetta per le onoranze ai caduti in guerra e dall’avv. Giuseppe Picca, padre della medaglia d’oro capitano Domenico Picca, a recarsi a Udine presso l’Ufficio centrale Onoranze funebri ai militari caduti in guerra per ottenere il ritorno della salma del cap. Picca a Molfetta. I poveri resti dell’eroico capitano l’11 maggio 1921 erano stati esumati dal cimitero della dolina Kantzler di Doberdò e inumati nel cimitero militare n. 2 di Cava di Selz nel comune di Ronchi di Monfalcone (dalla fine del ’25 Ronchi dei Legionari). Con le lettere commendatizie del vescovo mons. Pasquale Gioia e del commissario prefettizio di Molfetta cav. avv. Camillo Perna e soprattutto con i suoi buoni uffici, Samarelli il 25 giugno 1923 ottenne la riesumazione della salma, che fu trasportata al cimitero comunale di Ronchi e di là spedita in agosto con i resti di altri caduti alla città natia. Fin qui la sua attività di archeologo, soldato ed ex militare. Poi, nel 1926, Samarelli verrà ammesso tra i soci della Società Napoletana di storia patria e poco dopo opererà come bibliotecario della Biblioteca Comunale “Giovanni Panunzio” di Molfetta, aperta al pubblico in Via Felice Cavallotti nel 1927. L’anno dopo avrà la nomina di ispettore onorario di bibliografia per la provincia di Bari. Ormai da qualche tempo cavaliere della Corona d’Italia, nel 1930 diverrà anche socio dell’Associazione Italiana Biblioteche, appena fondata, e parteciperà ai congressi nazionali dell’AIB fino al 1940. Nel 1935 sarà primicerio del Capitolo Cattedrale di Molfetta e nel 1945 otterrà la dignità di arcidiacono. Dopo la seconda guerra mondiale, nel 1945 aderirà alla Società di storia patria per la Puglia e nel contempo appoggerà la ricostituzione dell’AIB, partecipando nel 1948 alla prima riunione della sezione di Bari e figurando tra i soci fino alla morte, sempre prodigo di aiuti e consigli per gli studiosi e gli studenti. Nominato prelato domestico di papa Pio XII il 23 febbraio 1952, mons. Francesco Samarelli si spegnerà nelle prime ore del 19 agosto seguente, a 78 anni, senza mai aver abbandonato la direzione della diletta Biblioteca cittadina, a cui gli eredi nel 1962 donarono la sua raccolta di libri storici e manoscritti. Meritatamente Molfetta gli ha intitolato una strada. © Riproduzione riservata

Autore: Marco Ignazio de Santis
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