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Dieci racconti di luce e di inchiostro
15 febbraio 2016

Ogni fotogramma rapito alla quotidianità degli uomini racchiude una storia, o infinite storie in attesa di disvelamento. Ricondurre alla luce quei frammenti di vita è la sfida alla base di un fecondo connubio di fotografia e narrativa, che ha visto impegnati, nell’allestimento della Chiesa della Morte, giunto a maturazione dopo tre anni di paziente ricerca, gli artisti Domi Bufi e Francesco Mezzina. Sono nati così, da questa collaborazione, i “Dieci racconti di luce e di inchiostro”, con le fotografie di Mezzina e le “parole” di Bufi; l’esposizione è stata promossa, con il patrocinio del Comune di Molfetta, dall’Associazione “cacciatori d’ombra”, “costituita due anni fa da alcuni appassionati di fotografia”, con l’intento di promuovere la cultura fotografica in territorio pugliese. Incastonati nello scenario della Chiesa della Morte, scatti e racconti si compongono in unità, scanditi secondo una successione organica, che favorisce il fiorire della meditazione sul mistero dell’infinita e incommensurabile solitudine umana. La pregevole ricerca di Mezzina tende a esprimere, con l’ausilio del medium fotografico, quel quantum di indistinto e indefinito che, attraverso lo sfumato, l’insistenza sulle ombre o la resa del dinamismo, diviene correlativo oggettivo dell’indecifrabilità del reale e della metamorfica mutevolezza dell’Io. Quest’ultimo consuma il proprio destino di monade in arcate claustrofobiche o in atmosfere in penombra, sperimentando la distonia con il cosmico movimento dell’esistere, nei non luoghi in cui si perpetra il ciclico dramma dell’alienazione. Figure umane solitarie, soprattutto donne, volti silenti, sagome o pure ombre, acquistano voce attraverso le immagini e mediante le storie di Bufi, raccontate secondo un ritmo e uno stile che ricalcano il parlato, persino nei costrutti ridondanti (“te lo obbligavo a dirmelo sempre”), per poi aprirsi a valide metafore (“scialli di premure”), a espressioni ora icastiche (“scostumata pioggia”), in altri casi morbide (“una carezza di merletto bianco”). Comune è il senso di asfissia, cui è correlato il bisogno di “respirarsi”; spesso si fa riferimento anche alla ricerca della luce, negli anfratti metropolitani, tra le luminescenze “sghembe” che svelano tristi vetrine o persino en plein air. Il racconto finale, poi, con la sua aura inquietante, allude al mistero comunicativo connesso alle arti figurative (e non solo), con le ombre riflesse nella tela come in uno specchio, e forse pronte a ghermire l’osservatore, che diviene egli stesso, in perturbante contrappasso, oggetto di osservazione. Qui, come avviene per la fotografia, anche la scrittura si fa virtuosismo, con l’inventiva verbale delle “ghigno-parole” e i giochi paronomastici (“torvi”-“torti”), che contrappuntano la singultante musicalità di frasi smozzicate, in un climax di inquietudine. Così, queste “percezioni di situazioni”, “narrate in dieci righe” in armonia con gli scatti, ci introducono in una dimensione in cui l’individuo si muove “a passi bugiardi”, crisalide che attende una luce epifanica a darle forma, a obliterare il tempo della stasi e colmare le faglie dell'anima.

Autore: Gianni Antonio Palumbo
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