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Didattica a distanza e ritorno a scuola l’effetto psicologico sui bambini
15 febbraio 2021

La scuola è ripartita ma sono ancora molti i dubbi e le paure di bambini, genitori e insegnanti in merito a questo nuovo inizio dell’anno scolastico. L’epidemia e il conseguente lockdown che ha chiuso in casa milioni di ragazzi e lavoratori hanno inevitabilmente avuto delle ripercussioni psicologiche sulle persone coinvolte. L’emergenza che stiamo vivendo ci ha tolto la possibilità di utilizzare le risorse che solitamente attiviamo per ristabilire un clima di fiducia e protezione come gli abbracci e le coccole e ci chiede di reinventarci. Insieme alla dott.ssa Mariagrazia Petruzzella – psicologia esperta in psicoterapia cognitico-comportamentale – andiamo a comprendere quali sono i bisogni di bambini e ragazzi soprattutto in relazione al rientro in classe e allo stravolgimento delle abitudini acquisite durante questo periodo particolare di emergenza dato dal Covid-19. Per diversi mesi bambini e ragazzi sono stati lontani dai banchi di scuola. Hanno imparato ad accettare una nuova formula di ‘’fare scuola’’, la DAD (didattica a distanza). Che risvolti ha avuto sugli stessi soprattutto dal punto di vista adattivo e anche della socialità? «Dalla mia esperienza clinica (facendo riferimento a casi diretti visto che mi occupo di bambini bes/ dsa ma anche di molti adolescenti in psicoterapia) ho notato che non si può dare una risposta univoca. I bambini con difficoltà di apprendimento i cui genitori hanno scelto la didattica in presenza hanno trovato beneficio nella misura in cui l’ambiente era privo di rumori e la presenza del docente per 3/4 bambini era quasi selettiva sugli stessi. Non può dirsi la stessa cosa per i più grandi che hanno o avrebbero già sviluppato strategie autonome per l’apprendimento: lì dove c’è una maturazione del pensiero ipotetico/logico astratto in quel caso si è trattato per forza di cose di un adattamento. È normale che dal punto di vista emotivo c’è voglia di rivedersi. Dal mio punto di vista sarebbe corretto fare una valutazione del rischio ossia capire il periodo storico, esaminare la nostra coscienza come genitori, ragazzi, docenti e capire le scelte da fare: la piramide di Maslow identifica i principali bisogni da soddisfare e il bisogno di sopravvivenza fisica è alla base. Soddisfatto quello si provvederà, appena possibile, a soddisfare altri bisogni come quello di socialità e affettività». È vero che – per quanto la tecnologia abbia supportato le attività didattiche – ha causato, in taluni casi disturbi di concentrazione nei ragazzi? «Ci sono ricerche divergenti sul fattore concentrazione: certamente il funzionamento dell’attenzione selettiva, divisa e tutte le funzioni cognitive superiori sono inficiate anche dall’aspetto emotivo, dalla stanchezza fisica/mentale. Quindi non si può definire in modo univoco che il tutto è determinato dall’apparecchio tecnologico. Forse questo aspetto riguarda la difficoltà della modalità sincrona/ asincrona o per i docenti il gestire in contemporanea persone in classe e persone a casa». Oggi invece una nuova routine – abbandonata per cause di forze maggiore – e una nuova quotidianità a cui abituarsi. Dopo 6 mesi senza regole e con una nuova organizzazione familiare, i ragazzi stanno per rientrare in classe. Quale l’impatto psicologo per gli studenti? «L’impatto psicologico degli studenti? Non saprei dare una risposta ma sicuramente la voglia di vedere i compagni specie per i più piccoli che non comunicano con mezzi tecnologici (o almeno non dovrebbero farlo in piena autonomia e senza controllo dell’adulto) penso possa avere un impatto molto positivo a giovamento della loro condizione emotiva e psicologica». Si tornerà a impostare la sveglia alla mattina presto. Si tornerà a scuola ma senza avere la possibilità di tornare a sedere accanto al proprio vicino di banco. Soprattutto per i più piccoli come sarà possibile gestire l’aspetto relazionale e di contatto? «Se si è lavorato bene all’interno delle famiglie circa le sane regole non si dovrebbero avere difficoltà perché si tratterebbe di generalizzare un comportamento di adesione alle regole in altri ambienti. Ma mi sento di dire, ad onor del vero che questa è una regola quasi da manuale. Di fatto nessuno sa bene come i bambini, i ragazzi, i genitori si sono comportati. Ergo subentra un atteggiamento di fiducia incondizionata nel prossimo in generale». Mesi trascorsi in grande autonomia e un’autogestione del proprio tempo, in molti casi senza aprire un libro e trascorrendo troppe ore sul cellulare, sulla PlayStation o davanti alla Tv. Come riabituare i ragazzi ad una diversa scansione del loro tempo, reintroducendo la routine scolastica? «Scansionare la giornata, riabituarli pian piano a ridurre il tempo al PC, ridurre il tempo indeterminato su canali che trasmettono cartoni e ribadire le regole di comportamento. Anche qui come su indicato, la domanda è sempre quella: che tipo di adulti accudenti sono da modello intra- familiare?». È vero che le fasce più delicate – nell’ottica del ritorno tra i banchi – sono quelle di transizione da una scuola all’altra, ovvero quella dei 6 anni e quella degli 11/12 e 14 anni? E perché? «Sì, è vero. Molto dipende dalla variazione della metodologia didattica, dal mutamento del rapporto che da formale diventa sempre più informale con adulti e insegnanti, dal cambiamento della relazione con i compagni soprattutto quelli conosciuti da poco nella fase della transizione scolastica. Ciò ha contribuito ad un ulteriore sfasamento a cui bisogna necessariamente rimediare dando linee guida educative e comportamentali adeguate». Il rientro a scuola post Covid rappresenta una nuova sfida anche per i genitori. Di fatti nell’analisi di una situazione inevitabilmente complicata assume un ruolo chiave il comportamento dei genitori. Loro possono aiutare i propri figli nel ridurre lo stress psicologico dei ragazzi? E come? «I genitori sono fondamentali perché modelli diretti di apprendimento. I ragazzi, i bambini sono spugne emotive. Quindi il lavoro del genitore ma anche del docente e dell’educatore è fondamentale anche se il più delle volte – soprattutto in questo periodo – si configura a distanza. Faccio un esempio concreto che può rendere l’idea. Mi è stato chiesto un intervento di formazione con educatori di AC perché avevano necessità di gestire a distanza i ragazzi motivarli anche attraverso uno schermo. Credo che tutti noi dobbiamo interrogarci su questo aspetto ossia che tipo di modello siamo e rappresentiamo per il prossimo specie per i più piccoli. Penso si debba fare una riflessione più ampia su come non lasciar soli i ragazzi nelle varie agenzie educative che li accompagnano nella fase crescita, specie in questo periodo storico». Il doposcuola – non inteso nella classica accezione di strumento di recupero – ma come opportunità e servizio ulteriore per aiutare i ragazzi a riappropriarsi di quelle pratiche formative rimaste bloccate per tanto tempo potrebbe essere utile a recuperare determinate lacune, retaggio di una didattica a distanza che ha visto molti ragazzi in difficoltà? «Certamente il doposcuola può aiutare i ragazzi a compensare certe lacune purché venga fatto nel pieno rispetto delle regole che ormai tutti conosciamo: distanza, igienizzazione delle mani, sanificazione degli spazi e utilizzo della mascherina. Certo sarebbe meglio pensare ad ulteriori modi di offrire un servizio del genere: forse la gestione dei compiti sarebbe corretta farla in ambiente intra familiare lì dove è possibile recuperando il senso della famiglia (un po’ come veniva tempo fa)». © Riproduzione riservata

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