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Crisi economica, come uscirne? Domani dibattito al Rotary di Molfetta
19 aprile 2012

MOLFETTA - La difficile congiuntura economica che l'Europa sta attraversando investe in modo pesante l'Italia e la Regione Puglia. Come le imprese pugliesi affrontano la crisi? Quali possibili soluzioni per garantire ripresa e sviluppo? Quale deve essere il ruolo della politica regionale in questo contesto? Come migliorare il rapporto banche-imprese e favorire l'accesso al credito? Come accelerare gli iter autorizzativi e burocratici per le imprese per rilanciare gli investimenti e l'occupazione?
Sono alcuni degli interrogativi ai quali il Rotary club di Molfetta con i Club di Altamura-Gravina, Bisceglie, Bitonto, Corato cercherà di dare risposte attraverso un ciclo di tre incontri sul tema: "Crisi economica, come uscirne?" che si concluderà con un dibattito fra politici (Fitto, Vendola, Pisicchio), economisti (Nicola Rossi) e imprenditori (Ciccolella e Favuzzi), oltre al sindaco di Molfetta sen. Azzollini, moderato dal direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, Giuseppe De Tomaso.
La prima tavola rotonda sul tema: "Le imprese pugliesi di fronte alla crisi: possibili soluzioni" si terrà domani venerdì 20, alle ore 19 all'Hotel Garden di Molfetta. Condurrà il confronto Felice de Sanctis, giornalista economico della Gazzetta del Mezzogiorno con la partecipazione di Domenico De Bartolomeo, presidente Sezione Edili Confindustria Bari; Vincenzo Ciccolella, presidente Gruppo Ciccolella Spa e presidente Sezione Energia Confindustria Bari; Domenico Favuzzi, amministratore delegato Exprivia Spa; Donato Leone, rappresentante Enel in Confindustria Bari; Luca Montrone presidente Gruppo Telenorba.
 

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Economia, società e politica possono essere considerate separatamente; la cosa, anzi, è stata fatta spesso. La crescita economica è in cima alle preoccupazioni del governi dell'OCSE, e i loro consiglieri, funzionari o accademici che siano, contribuiscono a porre il problema al centro della politica, anche a costo di escluderne altri. Può servire la deregulation? E' proprio vero che l'inflazione rappresenta un utile lubrificante? Che tipo di imposizione fiscale si deve adottare per non impedire la crescita, ma anzi stimolarla? I teorici dell'economicismo – ossia coloro che erigono l'economia a ideologia politica – non solo ignorano i fattori sociali, ma li denigrano. Ma anche in un periodo in cui i sociologi sono guardati con sospetto, e le loro fortune risentano del ricordo del Sessantotto, la società ha un numero sufficienti di difensori. Ad ogni buon conto il potere dissolvente e dissacrante delle società moderne ha alimentato il dibattito per un secolo. “Anomia”, suicidio, delitto,; collasso della famiglia; tramonto della religione: tutti questi temi sono stati oggetto di discussione molto prima che “comunità” tornasse ad essere una parola pronunciabile. E per ciò che concerne il piano squisitamente politico, la democrazia è in crisi fin da quando esiste la scienza della politica. Si può dire che nei paesi dell'OCSE benessere economico, sociale e politico sono legati in modo nuovo e inquietante. Probabilmente la ragione è, per dirla in una parola sola, la “globalizzazione”. Tutte le economie sono intrecciate tra loro in un unico mercato competitivo, e nei giochi crudeli che si svolgono su questo teatro è impegnata dovunque l'intera economia. Sottrarsi a questi giochi è letteralmente impossibili, e gli effetti della globalizzazione si fanno sentire in tutti i campi della vita sociale. A tutt'oggi la globalizzazione è ben lungi dall'essere totale. Intere economie, tra cui quella cinese, sono più nazionali che globali (anche se una parte del successo conseguito all'interno è legato al loro coinvolgimento nel mercato globale). All'interno dei vari paesi attività importanti come assistenza medica, asili infantili e istruzione elementare, sembrano sottrarsi alla competizione globale (anche se non può essere né un caso né una moda passeggera che i valori di un'economia globalizzante siano entrati in questi servizi). Perché la globalizzazione si è imposta, e perché adesso? Non è ancora del tutto chiaro se la fine della guerra fredda ( la caduta del Muro) sia causa o effetto di questo fenomeno. Anche il concetto di “paese” o di “nazione” ha perso buona parte del suo significato economico. I confini fisici convenzionali incominciano a perdere ogni significato non solo in termini di servizio (basti pensare alla prenotazione di biglietti aerei) e alla fine anche in termini di produzione. Che cosa significa dunque questa globalizzazione? Più importante forse è rispondere a una domanda che non è stata posta: che cosa non significa la globalizzazione? Come ci ricorda Michel Albert, non è mai esistito un'unica cultura economica, nemmeno all'interno delle economie di mercato. Il Giappone è diverso dalla Cina e dall'America, la Germania dal Regno Unito e dall'Italia, dalla Francia e dal resto d'Europa. Queste differenze culturali non sono destinate a scomparire; rimane da capire in che misura esse avranno carattere nazionale nel futuro. Quali sono, dunque, le condizioni ineludibili della globalizzazione? Cosa devono fare aziende, paesi e regioni di ogni parte del mondo, se non vogliono condannarsi all'arretratezza e alla povertà? Gli attori economici hanno bisogno soprattutto di “flessibilità”, per usare una parola oggi di moda. Con tale termine si vuole intendere qualcosa di desiderabile, ma per molti esso descrive il prezzo da pagare. Eppure in assenza di un grado notevole di flessibilità, le aziende non possono sopravvivere nel mercato mondiale.
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