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Covid, continua la discesa anche a Molfetta. Ma boom di dimissioni di lavoratori nel post pandemia
28 febbraio 2022

MOLFETTA – Oggi i dati sul contagio da Covid-19 sembrano essere in linea di massima più rassicuranti rispetto a qualche mese fa. Anche nella nostra città continua la discesa di casi di positività con una riduzione del tasso di incidenza che passa da 919,6 per 100mila abitanti a 847,7: un dato inferiore del 7,8% rispetto a sette giorni fa. Un dato sicuramente incoraggiante che fa ben sperare nella progressiva seppur lenta scomparsa di questa pandemia, un mostro che ci tiene sotto scacco ormai da due anni.

Ma – come in tutte le circostanze – c’è sempre un risvolto della medaglia, un prezzo da pagare. E questo prezzo è stato altissimo in termini di vittime e strascichi indelebili che ha lascito dietro di sé e che oggi – forse con una consapevolezza diversa – stiamo metabolizzando o quanto meno cercando di farlo. Sicuramente uno di questi è l’impatto che il Covid-19 ha avuto nei confronti del mercato del lavoro. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro, nel 2020 il numero delle ore lavorate su scala globale è calato dell’8.8% rispetto al 2019.

In altri termini si tratta di 12 miliardi di ore perse a settimana, l’equivalente di circa 250 milioni di posti di lavoro a tempo pieno che sono andati in fumo. Per avere un’idea delle dimensioni allarmanti del fenomeno è utile osservare che negli ultimi 15 anni le ore di lavoro sono costantemente aumentate a livello globale da un anno all’altro. Persino nel 2009 – picco della crisi mondiale – ci fu un aumento anche se modesto delle ore lavorate a settimana rispetto all’anno precedente.

A conti fatti 33 milioni di individui hanno perso il posto di lavoro contro i 21 milioni del 2009. Nonostante questi dati siano allarmanti si sta assistendo ad un altro fenomeno assolutamente in controtendenza rispetto alla penuria di posti di lavoro e a cui si sta assistendo negli ultimi mesi, ovvero un boom di dimissioni post-pandemia. Strano ma vero.

Le prime avvisaglie erano arrivate, come spesso accade in casi del genere dagli Stati Uniti. Nell’autunno scorso la Harvard Business Review aveva pubblicato un articolo dal titolo “Who Is Driving the Great Resignation” nel quale si iniziava a parlare di un fenomeno inatteso e in gran parte inedito, almeno per le dimensioni che stava assumendo: un aumento rilevante di dimissioni dal lavoro. Fenomeno legato all’effetto che i lockdown e lo smart working hanno avuto sulla vita di tutti, facendo cresce sempre più la voglia di indipendenza e le dimissioni dal lavoro subordinato nell’era del post pandemica. Sempre più persone si stanno così avvicinando alla Yolo (you-only-live-once) economy, colpevole - si fa per dire - di aver generato il conseguente picco di aperture di nuove partite iva nel secondo trimestre del 2021. Infatti, la cosiddetta The Great Resignation, dopo gli Stati Uniti, continua a colpire anche l’Italia, con 484mila dimissioni volontarie nel secondo semestre del 2021, +85% rispetto al 2020 (fonte Ministero del Lavoro).

È innegabile che i vari lockdown che si sono susseguiti in questi mesi abbiano cambiato l’atteggiamento dei professionisti verso il modo di intendere il lavoro - ha detto Pietro Novelli, country manager Italia di Oliver James -.

Il risultato è quello che stiamo vedendo in questo periodo con il boom di dimissioni e con la voglia di molti dipendenti di diventare consulenti, per guadagnare autonomia nella gestione del tempo (e anche del luogo) da dedicare al lavoro. E questo soprattutto tra i giovani. Gli stessi giovani che hanno sempre ricercato una stabilità e che oggi hanno preso coscienza di quanto scegliere dove, con chi lavorare e quanto spazio dedicare al lavoro, bilanciandolo con la vita privata sia impagabile per sé stessi e per la propria professionalità.

E allora quali le cause? Sicuramente l’assaggio di una maggiore libertà lavorativa ma anche la consapevolezza che da un giorno all’altro la vita potrebbe essere completamente stravolta, lasciando in eredità una ritrovata importanza dedicata all’equilibrio vita-lavoro. E a conferma di questo anche secondo Matilde Marandola - presidente dell’Aidp (Associazione Italiana per la Direzione del Personale) - “la verità è che la pandemia ha sparigliato le carte: si nota, infatti un cambio di mentalità evidente. I giovani non si accontentano più del primo lavoro che capita e cercano un contesto che possa essere accogliente, anche dal punto di vista etico, della sostenibilità e della responsabilità sociale. Le aziende devono adeguarsi al nuovo paradigma non solo per attrarre i giovani talenti ma anche per trattenerli”.

Che sia un monito per le aziende, uno spunto per migliorare la qualità di vita del dipendente attraverso un lavoro più “sostenibile” e che porti con sé un rinnovato senso della vita, del suo valore e del valore delle Persone nelle organizzazioni.

Come diceva Andrew Carnegie, “portatemi via la mia gente e lasciatemi le aziende vuote e presto l'erba crescerà sul pavimento dei reparti. Portatemi via le aziende e lasciatemi le persone con cui lavoro e presto avrò aziende migliori di prima”.

Niente di più vero.

© Riproduzione riservata

Autore: Angelica Vecchio
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