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Come un diario
15 marzo 2022

Come un diario (Non ho perso la gioia dell’amicizia) è il nuovo romanzo di Maria Addamiano, edito da Wip nella collana Muse, con una lucida ed elegante prefazione di Marco Ignazio de Santis. L’opera costituisce un ideale dittico con il precedente romanzo storico (etichetta che l’autrice attribuisce anche a Come un diario), La bicicletta nera, il quale era consacrato all’atto di eroismo compiuto dal padre della scrittrice, Pietro. Quest’ultimo, pur in condizioni di salute proibitive, aveva contribuito, mettendo a repentaglio la propria stessa vita, all’allontanamento dei tedeschi da Bitetto durante il secondo conflitto mondiale. Già in quel romanzo era emersa con nitore la figura della madre dell’Addamiano, Rina Gaudio; è a lei, adombrata nel personaggio di Claretta, e in particolar modo alla sua amicizia con Graziella, che l’autrice dedica questa sua nuova pubblicazione. Come un diario è strutturato nella forma di un dialogo tra l’io narrante, Claretta, e il suo diario dalla copertina color pervinca, scherzosamente ribattezzato, in un bisticcio fonico naif, col nome di Dario. Non, quindi, un romanzo in forma diaristica, contrariamente a quanto il titolo potrebbe far presagire, ma un narrato in cui gli scambi di battute tra Dario e Claretta si alternano ai lunghi monologhi della donna, non di rado d’intonazione lirica. Nell’opera trovano posto anche alcuni testi poetici dell’Addamiano, di cui s’illumina la genesi attraverso il racconto delle occasioni che ne hanno favorito la composizione. È il caso dei versi di Vecchio pianino, che con levità e grazia rammentano una fuga dell’autrice bambina, trasfigurata nel personaggio di Marika, all’inseguimento di un “Pianino della Fortuna”, per assecondarne la melodia con agili movenze da ballerina di carillon. La poesia in questione aveva già trovato spazio nella prima raccolta della scrittrice, Dell’Amore… il Silenzio. Ecco che dunque Come un diario diventa per Addamiano anche un’occasione di ripensamento e di disvelamento dei moventi di una sua precedente produzione. Quanto a Dario, esso non si configura tanto come personaggio dotato di una propria caratterizzazione, ma appare piuttosto, a nostro avviso, un espediente narrativo, una sorta di facilitatore della memoria, dotato della funzione di incoraggiare, anche con le continue lodi rivolte all’indirizzo della donna, il processo di estrinsecazione delle ricordanze di Claretta. Proprio perché l’opera insegue il filo d’Arianna della memoria, la narrazione non procede in ordine cronologico-logico, ma è un continuo andirivieni all’insegna della divagazione, tra momenti diversi del passato della protagonista, in un continuo mutare di scenari quali Molfetta, Taranto, Bitetto. Quest’ultima, come giustamente evidenzia de Santis, non è direttamente menzionata, ma è chiaramente rappresentata, considerati gli eventi biografici della famiglia Addamiano, nella “sonnacchiosa borgata pugliese”. Lo sfondo è quello della seconda guerra mondiale, che irrompe nelle microstorie con, su tutti, il bombardamento dell’abitazione tarantina della famiglia. Nella voce di Claretta, tuttavia, spesso le vicende assumono connotati fiabeschi, anche per effetto dell’umanizzazione di personaggi come l’oca, tra incedere trasognato e particolari realistici (le “gustose pastine in brodo” che alludono al probabile destino dell’animale). Spaccati di vita familiare all’inizi del Novecento, vividi nel ritratto dei genitori della protagonista, scene di deliziosa quotidianità (Marika che s’addormenta alla ninna nanna da lei stessa inventata o che sfugge al controllo materno), ma anche pagine di riflessione sull’acetosella o sull’alloro e i benefici effetti di alcuni infusi. In alcuni momenti prevale la malinconia di una vita all’insegna del sacrificio, in altri l’incanto di uno sguardo sognante. Condividiamo quanto scrive de Santis quando fa riferimento a “una costante attenzione al mondo femminile novecentesco e” a “un’inesausta voluttà affabulatoria”. È proprio quest’ultima che sembra il filo conduttore della produzione narrativa di Addamiano. È una scrittura la sua che non di rado attinge all’autobiografia, nei romanzi storici come in narrazioni di fantasia, quella che resta a nostro avviso l’opera più riuscita, I racconti di Mirka. Un narrare che fonde memoria e fiaba perché nel cuore dell’autrice la ricordanza stessa, pur se riferita a vicende dolorose, finisce con l’assumere tali contorni e con il pacificare i contrasti, nella salda fiducia nell’esistenza di una forza provvidenziale che tutto riscatta, anche le solitudini e le sconfitte. © Riproduzione riservata

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