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Campo di lavoro, esperienza indimenticabile
15 settembre 1999

Siamo ormai giunti a settembre e la festa patronale si è da pochissimi giorni conclusa. Tutti siamo concordi su una cosa "le vacanze si ricordano per sempre". Le ricorderemo io e altre 13 ragazze molfettesi per la partecipazione ad un "campo di lavoro e di formazione" presso il convento dei frati cappuccini di Imola. Una di noi c'era già stata l'anno scorso e ce ne aveva parlato proponendoci di ritornare assieme. Così, dopo aver convinto i vari genitori arriviamo a Imola, chiamiamo i frati per avvisarli che eravamo in stazione e che potevano venirci a prendere. Dopo neanche 5 minuti si fermano davanti a noi una macchina bianca e un camion enorme dai quali escono 2 uomini in Jeans e polo, sorridenti, sui 50 anni, dai capelli brizzolati e dall'aria molto cordiale che si presentano come fra Mauro e fra Ivano! Ci danno il ben venuto a Imola e ci augurano un buon soggiorno presso il loro convento, ci mostrano la nostra camerata, una stanza enorme con 32 letti accostati gli uni agli altri. Ci viene spiegato che i nostri orari di lavoro saranno dalle 9 alle 12,30 e dalle 15 alle 18,30, in più ci saranno i turni per sparecchiare, apparecchiare e pulire i piatti, le posate e i bicchieri e per servire il cibo. Il nostro compito, come quello degli altri ragazzi e ragazze che ci avrebbero raggiunto, era di organizzare un mercatino dell'usato il cui ricavato sarebbe andato in beneficenza per la costruzione di una scuola in Dawro Konta, così la mattina dovevamo sistemare tutto quanto, andare a ritirare la roba usata dalle varie case, mettere in ordine i vari settori (abiti, stracci, scarpe, oggetti vari, elettrodomestici...) e il pomeriggio alle 15 venivano aperte le porte del convento e la gente poteva acquistare ciò che voleva. Il primo giorno è stato faticosissimo perché ci è toccato scaricare mobili pesantissimi dal secondo piano al piano terra. Il pomeriggio quando abbiamo aperto le porte del convento abbiamo assistito ad una scena divertentissima, stile le corse all'oro nel Far West. Entravano 10.000 persone con buste, bustine, bustone e compravano di tutto, ma proprio di tutto. Non che si dovesse solo lavorare. La sera, dopo cena, ce ne andammo un po' in giro, poi ci ritiravamo, ci accomodavamo sui divani che erano stati venduti quel giorno e che i proprietari sarebbero venuti a ritirare la mattina seguente e rimanevamo lì a suonare le chitarre, a cantare, a parlare e a discutere. Due giorni dopo poi c'è stato un altro putiferio erano le 11 di mattina quando è entrato un gruppo di circa 15 persone tra ragazzi e ragazze sulla ventina, che il pomeriggio tardi, hanno preso stoviglie, pentole, tegami, hanno attaccato il tutto con lo scotch e hanno iniziato a suonare con padelle e forchette, bicchieri e quanto altro avevano trovato in cucina, gli unici strumenti veri erano le chitarre. Hanno detto che erano un gruppo di emiliani che sarebbero rimasti con noi durante la prima settimana del campo. Da mangiare in 24 ci ritrovammo a pranzare in ben 80 persone e il giorno seguente eravamo ancora di più, visto che si aggiunsero una coppia di Forlì , due croate, uno spagnolo, due senegalesi, due francesi, una inglese, due austriache. E’ stato strano svegliarsi con altri 31 letti vicino al mio, e pranzare con altre 87 persone scalmanate che gridavano e ridevano e brindavano e cantavano dopo ogni portata "Bandiera Rossa" , "Bella ciao" e "Contessa". Partecipare ad un campo di lavoro di questo genere secondo me è molto formativo perché aiuta ad essere più responsabile e tollerante, insegna ad avere il massimo rispetto per chi ci sta accanto, fa capire come sia importante in una società la spartizione dei compiti e l'impegno di tutti quanti. Bisogna collaborare e aiutarsi reciprocamente, volersi bene ed essere pazienti, cercare di dimostrarsi sempre disponibili e attivi, pronti a dare una mano a chiunque ne abbia bisogno. Tutto ciò grazie ai lavori "forzati" svolti con altri compagni di campo, con cui si è creato da subito un eccezionale feeling, cominciato con la necessità di dividere il peso di un armadio o di una stufa di ghisa da trasportare e continuato con la scoperta del piacere della vita comunitaria, in cui il rispetto dell'altro e la condivisione delle proprie esperienze e dei propri pensieri sono necessari e quanto mai appaganti. E poi c'è la soddisfazione di aver lavorato per una buona causa, per aiutare chi ha bisogno e sembra troppo lontano, mentre bastano dei piccoli gesti, tanta disponibilità e buona volontà per compiere delle grandi imprese. E, come dice il "santone" Max Pax , 'con 1.000 lire si acquistano 3 mattoncini per la nostra scuola in Dawro Konta, e qui nel campo condividiamo l'amore universale per il prossimo che poi si trasforma in amore x qualcuno in particolare... e quest'amore particolare è quello che noi 'campisti' proviamo per i nostri compagni di avventura e che proveremo per chiunque ci donerà un sorriso" ecco cosa dice Marilena mentre il suo sguardo si illumina ripensando a quei giorni. Anna Maria ci guarda con i suoi occhi verdi e un po' lucidi a causa dell'emozione che le provoca ricordare questa avventura e ci confessa:" Per me il campo di lavoro è una scuola di vita per diversi motivi. Prima di tutto per l'amore e la passione con cui ci si accinge a prestare servizio alla gente che numerosa affolla il mercatino, poi per il filo conduttore del campo ossia l'intento di socializzare e di crearsi nuove amicizie, di incontrare persone con le quali non ci si aspetterebbe mai di trovarsi a proprio agio e in sintonia e che invece alla fine si rivelano speciali per il loro animo, per i loro sentimenti e per le loro idee; e infine perché questo viaggio ci ha permesso di scoprire nuove abitudini, costumi e paesaggi sino a quel momento conosciuti solo per sentito dire e ora toccati e apprezzati di persona. E' stata un'esperienza che mi ha regalato delle nuove e memorabili emozioni, che mi piacerebbe rivivere perché è un ottimo antidoto contro lo stress e la routine quotidiana". “Eh, già”, risponde Marina, sorridendo dolcemente “quest’avventura mi ha fatto provare qual è il vero senso dell'amicizia, mi ha fatto conoscere e rispettare culture diverse dalle mie, mi ha fatto capire realmente cosa siano la solidarietà e la tolleranza, mi ha fatto riassaporare il gusto delle cose semplici e genuine” . Ora stiamo nuovamente qui, tra pochi giorni ricominceremo ad andare a scuola, a studiare, ad andare in palestra, a ricominciare le solite attività invernali. Ci auguriamo che un giorno potremo fare a meno di percorrere 200 Km e che iniziative di questo genere possano presto essere realizzate anche qui vicino, e perché no, proprio nella nostra città. Per il momento non ci resta che dire "grazie Imola e arrivederci all'anno prossimo". Gisella Defilippis
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