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Attentato a Molfetta cronaca di una strage avvenuta nel 1945
15 aprile 2018

Cancellate dalla storia ma impresse nella memoria dei propri cari. Questa è la miglior definizione che possiamo fornire della breve e tragica vita delle protagoniste di questo evento. Siamo a Molfetta, nel 1945, ed il Mezzogiorno d’Italia è libero da quasi due anni. Il giorno è il primo maggio: si commemora san Giuseppe patrono dei lavoratori, ma soprattutto si festeggia la fine della seconda guerra mondiale sul fronte italiano. Ci tocca fare una premessa: il 25 aprile è stato scelto come Festa della Liberazione in quanto quel giorno il compianto presidente della Repubblica e partigiano Alessandro Pertini annunciò la “sollevazione generale contro i nazifascisti”, ma le truppe tedesche si arresero in gran parte il primo maggio. Dunque siamo a Molfetta e il giorno è la serata del 1° maggio del 1945: la popolazione molfettese scende per le strade e affolla le piazze cittadine per gioire della vera fine della guerra. Tutto ciò perché i molfettesi credettero, a causa del proclama di Badoglio, che la guerra fosse finita proprio l’otto settembre 1943. Seguì invece un mese di durissima occupazione tedesca prima della liberazione da parte di truppe italiane ed alleate. Perché parliamo di strage? Ecco la risposta: quel giorno sono morte due persone, due ragazze, due sorelle: Giacomina de Bari, sette anni, e Antonia de Bari, diciotto. Si trovavano di fronte l’attuale Piazza Minuto Pesce, ove si stava tenendo un comizio, quando una mano balorda lanciò, dall’edificio adiacente, una bomba. Il dardo uccise sul colpo la sventurata Antonia le cui membra furono scaraventate ovunque, e lasciò agonizzante per sette strazianti giorni, la giovane Giacomina. Ci furono anche diversi feriti. A questo punto sorgono due domande: perché si raccolse quella folla festante e chi lanciò contro quella stessa folla l’ordigno? I molfettesi si riversarono in strada perché dopo due anni di fame e miseria una banda musicale, fin dalle prime ore del pomeriggio, ebbe il permesso di suonare per la città e di allietare la giornata dei molfettesi. Questo perché, oltre alla guerra, si respirava una certa tensione tra alcune parti di cittadini di diversa ideologia, in particolare un astio crescente tra gli epurati della pubblica amministrazione e i nuovi occupanti di quelle stesse posizioni. Infatti, molti concittadini ritenuti collusi col regime fascista furono arrestati e trattenuti presso il carcere di Trani, in attesa di giudizio. Quindi, in quei giorni, la città si presentava come una polveriera pronta ad esplodere. Molte famiglie piangevano i loro morti: chi era caduto combattendo per il Regno del Sud, chi come volontario si era arruolato nella Repubblica Sociale Italiana, chi era Internato Militare Italiano è non poteva dare sue notizie. Con queste premesse, c’era davvero molto poco per festeggiare. In ogni caso, i più vollero comunque celebrare la fine della guerra. Quando il colpo esplose, la massa di gente ivi presente prese a fuggire in ogni direzione, soprattutto verso la villa comunale. Secondo alcuni testimoni presenti vicino alla cattedrale, al vedere quella folla in panico credettero che la bomba fosse stata lanciata dalla muraglia e non (come sappiamo noi oggi) da Palazzo Gallo-Panunzio. Ciò portò alla ricerca del presunto colpevole dalla parte sbagliata e l’infame ebbe modo di fuggire. Chi lanciò la bomba? Non lo sappiamo. Sappiamo che furono avviate indagini dal commissario prefettizio Umberto Nardi, coadiuvato dal comando della Military Police inglese con la sede in Palazzo De Lago. Le ricerche “ufficiali” si conclusero con l’individuazione del presunto colpevole in un soldato inglese ivi appostato come cecchino sull’attico di palazzo Gallo-Panunzio. Questi però, ubriaco durante il suo turno di guardia, avrebbe esploso l’ordigno senza essere consapevole del gesto, forse scambiando gli applausi alla fine del comizio come un pericolo. Sia allora sia oggi tutto ciò appare per quello che è: la ricerca di un colpevole, di un capro espiatorio su cui gettare la colpa; non il nome del vero infame dalla cui mano partì la bomba. In quel luogo, esattamente dove ci fu la deflagrazione, c’erano due presìdi: uno di militari inglesi al porto con compiti di vettovagliamento e, poco più in là, quello fascista (esattamente dove fino a poco tempo fa era la sede dell’INAM). La voce che si sparse tra la popolazione, invece, attribuiva la responsabilità ad un manipolo di giovani fascisti che, per controbattere la manifestazione relativa all’avvenuta liberazione, forse per ritorsione o per altri motivi sconosciuti, lanciarono la bomba. Le indagini andarono avanti e si prolungarono fino al giorno in cui entrò in vigore l’armistizio di Togliatti nel 1946: del soldato inglese non si seppe più nulla e i documenti relativi al caso andarono perduti in un incendio avvenuto a Roma. Molfetta non fu la sola città a subire eventi del genere, ma la soffocante censura dell’epoca fece obliare queste tragedie. Il silenzio è calato sulle sorelle de Bari, fino a quando i parenti hanno deciso di raccontare l’accaduto ai soci delle associazioni combattentistiche e d’armi. Dalle ricerche che abbiamo effettuato su decine di testimoni oculari è emerso che effettivamente vi fu un attentato il 1° Maggio del 1945, con gente che fuggiva in ogni dove con morti e feriti. Di documenti consultabili, purtroppo, non esiste traccia. Quello che abbiamo, sono ricordi scritti col dolore nella mente dei sopravvissuti. La tragedia ebbe uno strascico al momento del corteo funebre. Qualcuno, non si sa per quale motivo, gridò: “I fascisti, i fascisti!”. Subito ci fu un subbuglio generale, tanto che una delle bare fu buttata per terra e fu necessario ricomporre quei poveri resti mortali, ancora una volta violentati dalla stupidità umana. Oggi, le sorelle de Bari riposano al cimitero comunale di Molfetta, insieme ai soldati molfettesi caduti durante la seconda guerra mondiale: riconoscimento dovuto all’intercessione del sindaco Vincenzo Zagami su richiesta del padre delle vittime Pasquale. Ci sembra molto strano se, come è emerso dalle testimonianze orali, l’attentato è stato di matrice fascista, allora perché un Comune di una Repubblica antifascista non ha mai ricordato questo evento? Erano tutti colpevoli? Il nostro augurio è che l’Amministrazione comunale voglia finalmente porre una targa commemorativa presso il luogo dell’attentato, a perenne memoria delle vittime. In modo che il loro martirio serva ad indicare a tutti la via della pace e del dialogo come strumento efficace per risolvere ogni controversia, così come deve essere la convivenza fra i popoli. Andrea de Gennaro (Associazioni Combattentistiche e d’Arma) Leonardo La Forgia (parente delle sorelle de Bari)

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