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Allarme arsenico nel mare di Molfetta Dopo l’iprite, altro agente chimico minaccia la pesca
15 febbraio 2000

Nuove preoccupazioni per i pescatori di Molfetta, la cui attività si fa sempre più difficile. Infatti, oltre che combattere contro le condizioni atmosferiche avverse e la scarsa pescosità delle nostre acque, devono guardarsi anche dai rischi dell’iprite e ora di una altro pericoloso agente chimico: l’arsenico, frutto anch’esso dei residuati bellici della II guerra mondiale. A rivelare l’esistenza di questa sostanza nelle acque molfettesi (35 miglia circa al largo del Porto, una delle quattro aree di affondamento individuate a Sud del promontorio del Gargano) è il rapporto finale del “Progetto Acab” dell’Icram (Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare), una copia del quale è in possesso di QUINDICI. “Sino agli anni ’70 - è detto nel rapporto realizzato dal ricercatore scientifico Ezio Amato e dal suo assistente Luigi Alcaro – la pratica corrente di smaltimento di munizionamento militare obsoleto era l’affondamento in mare. Molti residuati del secondo conflitto mondiale hanno seguito lo stesso destino. In particolare nelle acque del Basso Adriatico indagate, nel corso di operazioni succedutesi nel tempo, sono stati affondati residuati provenienti dalla bonifica dei porti pugliesi ingombri di relitti di naviglio militare e da depositi e stabilimenti di produzione ,assemblaggio e ‘sconfezionamento’ di ordigni”. E’ stata accertata la presenza sui fondali “di almeno 20mila ordigni a caricamento costituito da aggressivi tra cui varie formulazioni di iprite e composti a base di arsenico; in totale si sono individuate ventiquattro diverse sostanze costituenti il ‘caricamento speciale’, di queste, diciotto sono persistenti e in grado di esercitare effetti nocivi per l’ambiente”. Insomma, l’allarme resta e ora si dovranno valutare i costi di un’eventuale operazione di bonifica richiesta, però, a gran voce da pescatori e armatori, giustamente preoccupati per i possibili danni non solo all’ambiente dall’erosione degli ordigni, ma anche alla salute. Infatti, in Puglia, tra il 1946 e il luglio 1997, si sono registrati, secondo l’Icram, ben “236 casi di ospedalizzazione causata da esposizione a sostanze foruscite da ordigni a carica chimica affondati”.
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