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Vittoria Petruzzella, donna, ricercatrice e mamma. Il senso dell'8 marzo
15 marzo 2009

Quasi una predestinazione, tra sacralità biologica e dovere morale. E' affascinante sapere che una donna molfettese si occupi di quel 'pezzetto' delle cellule di tutti noi, trasmessoci per linea femminile. I mitocondri infatti, uomini e donne che siamo, li prendiamo sempre e solo da nostra madre, quest'ultima a sua volta da sua madre, e così via, indietro fin nella notte dei tempi. E a questo vortice di antenate che inconsapevolmente ci portiamo dentro, e che da donne ancor più inconsapevolmente facciamo sopravvivere ogni qual volta obbediamo al 'dovere' biologico di riprodurci, a pensarci viene quasi la vertigine. Con l'immaginazione si può riuscire ad abbracciare tutte le generazioni di donne venute prima di noi, arrivando - perché no - a sfiorare quella mitica 'madre dell'umanità' che era Lucy. Ve la ricordate? E' il fossile di australopiteco femmina ritrovato in una zona dell'Etiopia e vissuto almeno tre milioni di anni fa. C'è anche lei nella mia mente, mentre salgo le scale del Dipartimento di Biochimica, Biologia e Fisica medica del Policlinico di Bari. Vittoria Petruzzella lavora lì, e incontrarla ci sembra un bel modo di festeggiare con i lettori l'8 marzo. Sono stata inviata per intervistare questa biologa, docente e ricercatrice, ma la professoressa Petruzzella è una donna concreta, che si racconta attraverso le sue competenze e le sue ricerche. Nello specifico patologie mitocondriali. Con lei a farmi da cicerone, passo dai laboratori del dipartimento al microscopio e ancora al monitor di un pc, dove vengono evidenziate le sequenze del DNA di alcuni pazienti. Non è un articolo di divulgazione scientifica il mio obiettivo, ma è bello tuffarsi nei meccanismi biochimici che avvengono dentro di noi e che sono poi la Vita. L'intervista così perde fin da subito ogni protocollo e prende la piega di una conversazione libera tra due donne. Scusi, dottoressa, ma cosa sono i mitocondri? «Sono una parte importantissima delle cellule: senza di essi le nostre cellule morirebbero all'istante. Sono i 'polmoni' della cellula, si occupano della sua respirazione, ma anche della produzione di energia e conseguentemente della produzione di calore. Quindi i mitocondri sono un po' il motore delle cellule, e governano non solo la vita, ma anche la morte della cellula. Hanno infatti il compito di far 'suicidare' le cellule difettose. Alcuni tumori, tra l'altro, derivano proprio dal malfunzionamento dei mitocondri.» Cosa sono le patologie mitocondriali? «Sono le patologie legate a disfunzioni dei mitocondri, tra queste in particolare ci occupiamo di patologie legate al DNA mitocondriale, che è un DNA autonomo rispetto al DNA delle cellule. Sono patologie che interessano per lo più al tessuto nervoso e muscolare. A volte sono sindromi devastanti, ma per fortuna i mitocondri presenti nella cellula sono molti, e non basta un solo mitocondrio per manifestare una patologia. Occorre anzi che i mitocondri con il gene difettoso siano almeno il 70% di quelli presenti nella cellula.» Lei lavora solo sulle diagnosi di queste patologie.Cosa può dirci al riguardo? «E' importante riuscire a riconoscere presto alcune patologie. Tra i vari progetti si vorrebbe mettere a punto uno screening neonatale, per alcune forme di sordità legate alla mutazione di un gene mitocondriale, il quale si manifesta solo se un bambino con quel difetto genetico assume un particolare tipo di antibiotici. In questo caso, come in tutte le patologie genetiche, conoscere la mutazione responsabile della patologia, consente uno screening più ampio nella famiglia, e laddove necessario una diagnosi prenatale.» Come vive la gravidanza una biologa che si occupa di patologie mitocondriali? «Con apprensione. A volte è meglio non sapere». Lei ha due figlie. Come concilia il lavoro con i suoi impegni di mamma e moglie? «E' difficile. Il lavoro sottrae molto tempo alla maternità. E' la maternità il vero discrimine tra donna e uomo. La diversità emerge nel momento in cui hai figli. Anzi, nella scelta stessa di averli. A 34 anni mi sono autoimposta di avere la mia prima figlia. Conosco molte colleghe che invece hanno fatto una scelta diversa o semplicemente non si sono accorte che l'orologio biologico stava scadendo». Qual è la sua giornata-tipo? «Sveglia alle 6.30. Alle 8 sono fuori casa, insieme a mia figlia maggiore. Mio marito va al lavoro un po' prima. Arriva la baby sitter che prepara la più piccola per accompagnarla all'asilo. Io rientro a casa nel pomeriggio, a volte la sera alle 8», e così dicendo, mostra il suo pranzo in un sacchetto di plastica arancione: un pezzo di pizza rustica. Poi fissa la foto delle due bambine, e aggiunge: «Una delle differenze rispetto agli uomini è che noi cerchiamo di fare fronte allo stesso tempo a dieci questioni diverse e loro invece sono mentalmente predisposti a ritagliare tempi e spazi per ogni cosa. La sensazione prevalente nel corso della giornata è un costante senso di incompiuto in tutte le cose che faccio. Che sia la progettazione di un esperimento, che sia la preparazione di una lezione, che sia fare la spesa, piuttosto che aiutare la bambina coi suoi compiti». Con il senno di poi, a cosa rinuncerebbe se dovesse ripartire da capo? «A niente. La maternità regala emozioni molteplici e io di figli ne farei altri dieci, ma comincerei prima. Il lavoro di ricercatrice poi è il lavoro più bello del mondo: richiede un atteggiamento di costante sfida intellettuale, si nutre di creatività e capacità di essere flessibili. Ed è questa poi, alla fine, la motivazione che spinge ad andare avanti». In questo particolare momento storico, dove è forte la crisi e la paura di investire nel futuro, dove è più facile essere single che scegliere di formare una famiglia, la dottoressa Vittoria Petruzzella è la persona più positiva che potreste incontrare, magari sul treno. Sarà facile riconoscerla mentre legge riviste scientifiche o corregge tesi dottorali. Il dialogo sarà stimolante, ma soprattutto si attiveranno i vostri neuroni-specchio. Una laurea in biologia, un dottorato conseguito tra Bari e la Columbia University, sedici anni di precariato tra esperienze di lavoro esaltanti al Bambin Gesù di Roma e concorsi per l'insegnamento nelle scuole medie inferiori e superiori, un uomo al proprio fianco che è lo stesso dal 1981, due figlie: vi sembrerà un percorso di vita possibile solo per normali supereroi, che abbiano nelle mani i segreti della Vita. Insomma,… un'avventura 'only for women'!
Autore: Rosaria Malcangi
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