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Urne aperte. La più brutta campagna elettorale regionale con pochi argomenti e molto odio a Molfetta. Prove di inciucio e candidati politicamente impresentabili Trasformismi e livori, offese, regolamenti di conti e vendette personali. Il disgusto della Diocesi e dei cittadini onesti. Le divisioni a destra e a sinistra
31 maggio 2015

MOLFETTA – La campagna elettorale più brutta e “cattiva” della storia di Molfetta. In 50 anni di giornalismo non ci era mai capitato di assistere ad un confronto elettorale che, per la maggioranza dei contendenti e dei partiti in campo, ha puntato più sui personalismi, sulle vendette trasversali, sui livori e rancori, sui regolamenti di conti, sulle offese personali e anche su una certa volgarità che si è scatenata soprattutto sullo sfogatoio pubblico che sono diventati i social network, Facebook soprattutto.

Molfetta questa volta, come abbiamo già scritto sulla rivista “Quindici” in edicola, non si è risparmiata nel peggio, sia nel numero di candidati, ben 6, sia nelle divisioni all’interno delle stesse coalizioni di centrosinistra e di centrodestra, ma anche all’interno degli stessi partiti.
E sì perché ci sono quelli di centrodestra che votano il candidato del centrosinistra e quelli di centrosinistra che si dividono su tre candidati. Un riflesso della situazione nazionale e regionale: del resto Molfetta è stata sempre laboratorio politico per i nuovi scenari.
Quindici seguirà lo spoglio delle schede e fornirà i dati in tempo reale con una schermata al centro della propria home page (foto).
Vediamo chi sono i 6 candidati in lizza. Cominciamo da quello più conosciuto Guglielmo Minervini, assessore uscente che ha scelto di non candidarsi nel suo partito il Pd preferendo la lista del governatore uscente Nichi VendolaNoi a sinistra per la Puglia”. Questo ha scatenato non poche polemiche nello stesso Pd, anche se Guglielmo ha spiegato che tale candidatura aveva un senso per garantire la continuità dell’esperienza e non disperderne il patrimonio. Lo ha confermato anche il governatore uscente Nichi Vendola nel suo comizio a Molfetta, nominandolo custode dell’esperienza positiva di questi 10 anni, negata perfino dal candidato presidente Emiliano, pur di catturare voti a destra.
La risposta del Pd è stata quella di mettere in campo una giovane donna Erika Cormio, nipote del compianto Sandro Fiore del Pci, anch’egli consigliere regionale dell’epoca. Erika, già collaboratrice di “Quindici” e candidata alle elezioni amministrative del 2013 nel centrosinistra è una ragazza con molta grinta e tanta voglia di entrare a via Capruzzi.
Il fronte del centrosinistra è completato da Mario Abbattista, sconosciuto militante di Rifondazione comunista che, come spesso avviene in quel partito, va per conto suo rispetto al resto del centrosinistra e si presenta per la lista “L’altra Puglia”.
Ma il candidato presidente del centrosinistra Michele Emiliano, che imbarca tutti, ha preso a bordo, senza vergogna, anche Saverio Tammacco, attuale consigliere comunale ed ex consigliere provinciale di destra (fino a ieri Forza Italia, l’altro ieri Pdl con Azzollini), che non ha esitato a fare il salto della quaglia, pur di garantirsi una poltrona o una seggiola.
Questo ha spaccato il fronte dell’opposizione di centrodestra all’attuale amministrazione di Paola Natalicchio, costringendo il sen. Antonio Azzollini, scomparso il compagno Antonio Camporeale, a mettere in campo uno dei suoi amici di sempre del cerchio magico della Nutella, Stanislao Caputo.
Il rischio, alla fine, potrebbe essere quello che nessun candidato riesca ad entrare in via Capruzzi, lasciando la città senza alcun rappresentante nel consiglio regionale, come già avvenuto per la Città metropolitana. Ma nel cinismo punitivo di qualcuno, soprattutto in quello che si definisce ancora impropriamente centrosinistra, questo va anche bene, nel segno di “muoia Sansone con tutti i Filistei”: un regolamento di conti in piena regola. Il Sansone in questione, anche se non ha la stessa forza e le stesse prestanze fisiche (anzi!), è l’assessore regionale uscente Guglielmo Minervini. Non importa che si spacchi il Pd, purché si cancelli un personaggio verso il quale dopo tanti anni, resistono livori, rancori e risentimenti da parte di tre personaggi politici in particolare: Lillino Di Gioia, Annalisa Altomare e Piero de Nicolo.
E lo si è visto nel corso della campagna elettorale nella quale soprattutto i primi due ex Dc, ex Forza Italia, ex tutto, hanno dato il peggio di sé con il movimento “Cambia verso” di area Pd, che ha fatto dimenticare il moderatismo centrista dei due, manifestando un estremismo politico, che ha cancellato anche il loro passato politico. Peccato! Una caduta di stile con l’affissione di manifesti offensivi nei confronti di Minervini, che rivela, sicuramente, la loro parabola politica, ma l’uscita di scena poteva essere più dignitosa. Alla fine quello che rimane nei ricordi della gente è la parte finale, non gli eventuali meriti inziali. Ma ognuno si sceglie la propria strada, anche a danno di tutti e perfino della città. Forse l’eventuale mancanza di rappresentanti locali all’interno del nuovo consiglio regionale, fornirà loro l’occasione per attribuire la colpa di questa sconfitta sempre allo stesso Minervini, ben raffigurato nella vignetta di “Quindici” di Michelangelo Manente con “Guglielmo martire”.
Un errore anche strategico da parte di due politici navigati come loro: una violenza politica per loro senza precedenti, che molti non hanno giustificato. Infatti, questa campagna di odio, potrebbe far aumentare i consensi per il candidato di Vendola della lista “Noi a sinistra per la Puglia”: le urne, comunque, sono imprevedibili.
Nella divisione a sinistra si è espresso al meglio anche il nuovo segretario del Pd, Piero de Nicolo, uomo di Alberto Tedesco, l’ex assessore regionale alla sanità e deputato del Pd con un passato di antipatiche vicende giudiziarie. De Nicolo è un esperto nel divide et impera. Come in passato ha diviso gli altri, per accrescere i propri voti e i propri consiglieri comunali, sottratti agli alleati. Ha preteso il congresso del partito alla vigilia delle elezioni, con la complicità del segretario provinciale del Pd Ubaldo Pagano, per gestire la campagna elettorale contro Minervini.
In questo scenario si inserisce anche il candidato presidente del centrosinistra Michele Emiliano il quale, pur snobbato dal premier Matteo Renzi (troppo simili) ha imbarcato nell’Arca di Michè (come Quindici l’ha ribattezzata nella vignetta di Manente) tutto quello che era possibile, perfino personaggi impresentabili politicamente, perché provenienti dal fronte opposto di destra, come Saverio Tammacco e Pino Amato. Di questo candidato non si è sentito nulla nella campagna elettorale, non un’idea, non un programma, se non le solite cene elettorali e qualche slogan che faceva riferimento, in caso di sua elezione regionale, alla promessa di una crisi amministrativa locale (cosa c’entra con la Regione?). I suoi slogan, fatti circolare nei bar e nei circoli cittadini, ma anche con vetture munite di altoparlante, hanno violato le regole elettorali con conseguente denuncia al prefetto.
Così la campagna elettorale si è trasformata in un referendum pro o contro il sindaco di centrosinistra Paola Natalicchio, con minacce di crisi e attacchi da parte di De Nicolo, segretario di un partito che sostiene questa maggioranza. Che dire, poi, degli elementi di centrodestra saltati sul carro del vincitore chiedendo voti, non in base a promesse di impegno a livello regionale, ma solo per cacciare l’odiata tiranna che siede a Palazzo di Città. E si è andati oltre, inserendo anche l’edilizia in questi slogan elettorali: se volete costruire a Molfetta, Tammacco dovete votare, perché caccerà Natalicchio. In tal modo sono venuti allo scoperto i giochi di questo personaggio, politicamente discutibile e discusso, trasformista ad usum seggiolae per un’alleanza trasversale con i centristi (che non lo hanno mai attaccato in campagna elettorale, e questo è un sintomo): prova di inciucio politico per cacciare il sindaco, colpevole di essere considerata espressione politica di Guglielmo Minervini, ma anche per tornare indietro alla politica senza regole e senza appalti, al limite e oltre la legalità, come dimostrano le inchieste giudiziarie in corso sul porto e sull’edilizia. Obiettivo è oscurare questa giunta per impedirle di cambiare la città, facendo ancora di più emergere i fallimenti del passato.
Ecco a cosa si è ridotta la politica locale, con un Pd in frantumi, un centrodestra a pezzi, lobby di palazzinari in agguato, differenza tra destra e sinistra scomparsa, complice anche Emiliano. Un clima che ha disgustato i cittadini onesti e anche la Diocesi sul trasformismo e sul voto di scambio. E quello del voto di scambio è un altro pericolo per Molfetta. La città già in passato, soprattutto nelle ultime amministrative, ha sperimentato questo spregevole mercimonio di voti. A tal proposito il sindaco ha chiesto la presenza di agenti della Digos nei seggi, per controllare il regolare svolgimento del voto.
Queste elezioni regionali sono una brutta pagina nella politica molfettese e nel Pd in particolare, dove sulla tradizionale capatosta dei molfettesi ha preso il sopravvento la facciatosta di alcuni personaggi che tendono a privilegiare l’interesse politico personale su quello generale. Ecco perché c’è il rischio di un forte astensionismo e di un antipatico voto disgiunto che potrebbe portare molti consensi imprevisti a candidati presidenti che non hanno grandi referenti in città come Rossi e Laricchia: un voto di protesta per lanciare un segnale forte a questa politica spregiudicata che va solo contro gli interessi della città.

© Riproduzione riservata

Autore: Felice de Sanctis
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