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Una brutta storia
15 gennaio 2021

Il viale che portava alla villa era una poltiglia di fango e foglie marce, don Sebastiano arrancava sotto una pioggia incessante da cui non riusciva a ripararlo neanche il suo enorme ombrello, non imprecava, ma aveva una gran voglia di farlo. Aveva fatto squillare diverse volte il campanello del cancello senza risposta, così lo aveva aperto sferrando un poderoso calcio con uno dei suoi scarponi infangati ed era entrato. Era un omone alto e robusto ma la sua imponenza non faceva paura a nessuno, salvo le rare volte che perdeva le staffe, allora era più saggio eclissarsi e lasciarlo calmare, in genere durava poco. Arrivato ansando alla porta di ingresso, cominciò a tempestarla di pugni urlando: “Apri, farabutto, o torno con i carabinieri. So che ci sei, mascalzone! E’ finita!”. La porta si aprì lentamente e don Arduino, l’Amministratore, lo guardò torvo ma spaventato, Don Sebastiano lo spinse da parte ed entrò nella stanza da letto di Donna Malvina. Il giardiniere della villa, l’unico ancora in servizio, aveva visto aprirsi una delle persiane, sempre ermeticamente chiuse, e affacciarsi alla finestra una figura spettrale, avvolta in quello che pareva un lenzuolo bianco che agitava le braccia come se chiedesse aiuto. Qualcuno dall’interno la aveva violentemente tirata dentro e aveva chiuso la finestra, a questo punto il giardiniere era corso sotto la pioggia alla Canonica e aveva chiamato Don Sebastiano. Quando entrò, il Parroco si diresse alla stanza da letto di Donna Malvina, conosceva la strada perché tante volte in passato aveva percorso tutta la casa per la Benedizione pasquale, ma sembrava fossero trascorsi secoli. La donna giaceva scomposta sul letto disfatto, sembrava un fantoccio di stracci, la camicia da notte bianca stazzonata, i capelli, ormai pochi cernecchi grigi, lo sguardo allucinato, Don Sebastiano la ricompose e la coprì con il lenzuolo e una coperta, la pena, che aveva presto il posto della rabbia, gli stringeva il cuore. Non c’erano telefoni alla villa, dove era stato istallato uno dei primi telefoni privati, ora evidentemente tolto, la cabina telefonica era molto lontana, del numeroso personale di servizio era rimasta solo la fedele Giustina, poi l’Amministratore la aveva licenziata senza preavviso, il giardiniere resisteva perché il suo servizio non comportava il suo ingresso in casa. Anni prima, quando don Arduino era entrato in casa, – il don, in paese era attribuito oltre ai preti anche alle persone ragguardevoli – i rapporti fra Donna Malvina e l’uomo, tanto più giovane di lei, erano molto formali. Lui si occupava di amministrare l’ingente patrimonio, come già faceva col marito, finché Giustina non aveva scoperto che il grande letto matrimoniale era disfatto da tutti due i lati, il giorno dopo era stata licenziata. Un po’ alla volta alcune proprietà erano state “donate” all’Amministratore che si era premurato di far sottoporre Donna Malvina ad una visita medica ottenendone un certificato che la dichiarava perfettamente lucida e in grado di intendere e volere. Ora la donna giaceva sul letto ad occhi chiusi e Don Sebastiano, seduto accanto a lei, la ricordava bella e “altera”, era il termine giusto, corteggiatissima ma inaccessibile, finché non era arrivato il Professore, questi era un uomo attraente, uno studioso di grande prestigio culturale e morale e sembrò che fra lui e Malvina fosse scoccata la scintilla. Si sposarono in pochi mesi e un anno dopo era nato Michele, sano, forte, bello, intelligente, idolatrato dalla madre e amato profondamente dal padre, ma il dolore era in agguato: a quindici anni una leucemia fulminante si portò via il ragazzo. Il padre cercò di affrontare il dolore dedicandosi alla moglie e rifugiandosi nei suoi studi, la madre non volle vedere più nessuno, si chiuse nel suo dolore, tollerando appena la presenza del marito e del personale di servizio ridotto al minimo e volle che le persiane della villa non fossero più aperte. Dopo un anno il giardiniere trovò il Professore impiccato ad una trave nella rimessa e nessuno fu più ammesso alla villa fino all’arrivo dell’Amministratore, presenza indispensabile per portare avanti l’ingente patrimonio, che si insinuò come un serpe velenoso nella vita della donna. Un lamento di Donna Malvina interruppe il corso dei pensieri di Don Sebastiano, la donna lo guardava supplice, “Vuole confessarsi? – chiese il prete – se non ce la fa reciterò io per lei l’atto di dolore, lei faccia un cenno con la testa” ma Donna Malvina dopo l’assoluzione continuava a guardare Don Sebastiano e poi i suoi occhi si rivolgevano alla cassettiera di fronte al suo letto, “Là… apra, – articolò faticosamente Donna Malvina – prenda… prenda…”, Don Sebastiano aprì i cassetti uno per uno, solo biancheria e indumenti – quel che restava del ricchissimo corredo di Donna Malvina, la donna fece un cenno quando arrivò all’ultimo. Don Sebastiano che non sapeva cosa cercare, continuò a rovistare finché appuntata nel rovescio di una camicia da notte non trovò una busta a lui intestata. La mostrò a Donna Malvina che fece un cenno con la testa, all’interno le sue ultime volontà: la villa era destinata ad una Fondazione per ragazzi orfani, intitolata a suo marito e a suo figlio, che garantisse loro assistenza, istruzione e avvio al lavoro e sarebbe stata finanziata dalle rendite dei vasti possedimenti limitrofi, ancora proprietà della donna. Testimoni delle sue ultime volontà Giustina e il giardiniere ai quali andava un generoso lascito, un foglio accluso era la fotocopia della dichiarazione dei medici che attestavano la capacità di intendere e di volere di Donna Malvina. Don Sebastiano era nominato esecutore testamentario e Presidente pro tempore della Fondazione. “Grande Donna Malvina!”, esclamò Don Sebastiano, ma lei non respirava più, aveva gli occhi aperti e un leggero sorriso sul volto pacificato e disteso. “Riposa in pace”, esclamò Don Sebastiano chiudendole gli occhi, poi andò a spalancare la persiana, non pioveva più e un pallido sole entrò ad illuminare la stanza.

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