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Un atto d’amore alla sua Molfetta
15 marzo 2020

È un atto d’amore quello che Mauro Germinario ha compiuto, con l’allestimento presso lo Studio assicurativo- broker Tedesco dell’esposizione “Io amo la mia città. Molfetta. Atto II”, nuovo tassello di un racconto che l’ha veduto già esprimersi nella personale presso l’Ospedaletto dei Crociati e nella documentazione dei riti della settimana santa presso la Sala dei Templari e la sede della Cattolica popolare di Molfetta. Il suo dedicarsi alla fotografia rivela l’animo, un po’ romantico, del Wanderer che vagabonda per le contrade di Puglia alla ricerca di emozioni da tradurre in immagini. Traduzione che avviene nella piena consapevolezza del fattore tecnico, ricorrendo ora alla lunga esposizione, con l’effetto d’un mare che sembra seta nella sua trama leggera, ora al procedimento della silhouette, che isola le forme in controluce, determinando effetti suggestivi, come quelli delle torri del Duomo investite dalla luce e dei riflessi nell’acqua di uno degli scatti della mostra. Il racconto di Mauro Germinario segue numerose direttrici. La prima è riconducibile al reportage sociologico. Il suo atto d’amore nei confronti di Molfetta si traduce in primo luogo nell’immortalare momenti effimeri della sua storia o nel restituire elementi di tradizione – legati alla vocazione marittima – forse destinati a essere sommersi dal crescente progresso tecnologico (pur non demonizzato). Significativa è la volontà di concentrarsi su figure o strutture che oggi non esistono più. Si pensi al motopeschereccio poi sequestrato di Al cantiere navale, che si erge quasi maestoso nel suo isolamento e sarà destinato allo smantellamento. La panoramica del porto restituisce l’immagine dei lavori di manutenzione del Duomo, ma rivela anche la montatura dell’impalcatura per il restauro di Palazzo La Dogana, ora ultimato. E che dire della figura del maestro d’ascia, retaggio di una Molfetta che elegiacamente si appresta a rifugiarsi nel solo piano del ricordo? Lo scorrere del tempo scava solchi in quella figura e la macchina fotografica restituisce le grinze della pelle segnata dagli anni. Ben ricostruita è anche la dimensione del lavoro manuale, i cui segni sono gli attrezzi del mestiere e finanche le imbrattature delle vesti per l’uso delle vernici. Lo scheletro dell’imbarcazione – oggetto di riparazione – ci consente di toccare un ulteriore aspetto. La cultura marittima è quasi sempre richiamata come presenza che affiora dal passato e nel presente assurge a relitto. In Quanto mare avrà solcato, l’obiettivo restituisce un palcoscenico della dismissione, dominato dal relitto semisdraiato, orlato dalle torri. In dismissione è il motopeschereccio di Al cantiere navale, dismessa è ancora la nave di Viaggio nella storia, su cui simbolicamente sembrano innalzarsi le architetture del Duomo vecchio, come se di essa fossero parte integrante, strumenti di un viaggio che per attraversare la storia di Molfetta non può non muovere dalla sua vocazione marittima del temps jadis. Seppur non vi sia una precisa e voluta dimensione di laudatio temporis acti, gli elementi del reportage sociologico sembrano parlare da sé. Al racconto storico-sociale si intreccia la narrazione cromatica, perché la fotografia di Mauro Germinario è fortemente partecipe del fattore pittorico. La sua dedizione alla pittura a olio in anni passati si traduce nell’idolatria del cielo, figlia di una tradizione figurativa in cui le nubi sembrano spesso diventare basamento per un’ascensione o un trionfo di santi. Nella fotografia di Germinario, la composizione è una partitura in cui i colori si rispondono e corrispondono in un dialogo ravvicinato. Perciò l’icona di Torre Calderina dialoga con la vegetazione sotto un cielo che pare dipinto; in Viaggio nella storia l’azzurro del cielo duetta con la prima verniciatura dell’imbarcazione, poi ricoperta con un bianco successivamente dilavato. E che dire dei toni rugginosi che affiorano qua e là, in analogia con i cromatismi dell’imbarcazione stessa? Sembra spesso di assistere al felice combinarsi di linee melodiche indipendenti, che finiscono con il sottolineare le segrete connessioni del tutto. Efficace anche nella scena del rammendo il dialogo tra l’azzurro del cielo e il verde dominante delle maglie della rete in primo piano (su cui si innesta la nota squillante delle scarpe dell’operatore). Molti altri esempi si potrebbero effettuare in tal direzione, ma basti riflettere sulla foto dello sbarco della Madonna, in cui emerge la vivacità del dialogo tra i toni del simulacro, quelli degli anturium e le varietà cromatiche legate alla folla assiepata. In questa non a caso si riscontra un ricorrere delle tinte del celeste, che ben appare in linea con l’iconografia mariana. Insomma, la fotografia parla attraverso gli effetti cromatici e per opera della luce. Particolarmente suggestivo l’interno del Duomo antico, in cui la luminosità piove dalle aperture mediane e superiori, smaterializzando l’immagine del Crocifisso e proiettando un raggio che attraversa diagonalmente la scena e diviene protagonista della narrazione. Non un semplice interno di architettura, quindi, ma quasi un’interrogazione incantata sul riverbero del divino nei luoghi custodi del culto, luoghi cui affidiamo le nostre ansie e speranze d’assoluto. D’impatto anche il contrasto che si crea tra la luce naturale che piove dalle aperture e l’illuminazione artificiale all’interno della Chiesa, nettamente vinta dalla prima se si guarda all’intensità del fattore luminoso. L’elemento luministico schiude un altro campo d’indagine, quello della tensione ascensionale, che si traduce nella verticalità. L’icona del Duomo rappresentata nel manifesto ne è la perfetta illustrazione, oltre a raccontarci anche qui un pezzo di storia scalfito dal tempo: si può scorgere ancora infatti il leone della facciata posteriore poi distaccatosi e crollato nel novembre 2017. La verticalità spicca nella resa del falò di San Corrado, grazie alle faville e al fumo che s’innalza verso l’alto, in una paradossale combinazione di dinamismo e staticità. Verticale appare ancora il simulacro della Madonna all’ingresso in Cattedrale; l’obiettivo restituisce dettagli preziosi come il pennacchio del copricapo di un carabiniere, le mani che elevano la statua, l’immagine stessa della Madonna e – per contrasto – le luminarie con la luce artificiale, in un significativo mélange di tradizione e modernità. Non si può infine dimenticare l’elemento lirico; Germinario ci sembra fotografare il mondo anche per scoprire in esso la parte più autentica di sé e, rivelandola agli altri, compiere un atto altamente sociale, perché ciascuno, complice l’emozione provata, possa auscultarsi. Percepiamo così il senso di timore che coglie al cospetto della tramontana, ma anche il coraggio del gabbiano che pare voler affrontare la mareggiata o magari abbandonarsi inebriato alla musica del flutto. E poi ancora l’ombra della solitudine, che si proietta su ciò che il mare rende. Nella fotografia in questione, l’“osso di seppia” è un tronco che l’onda ha trasportato chissà da dove nella caletta di S. Andrea. Affiora nuovamente il motivo del relitto, con gli edifici chiamati a muti testimoni della sua presenza straniante e decontestualizzata. Allo stesso modo, straniato, cammina nel presente chi si vede brillare ancora negli occhi la città mitizzata dallo sguardo di fanciullo, poi d’adolescente e più tardi ancora di giovane uomo. Quella Molfetta è già elegia, ma a nulla vale cantare l’amara canzone dell’amore perduto. È tempo di camminare. Di andare incontro al futuro. © Riproduzione riservata Mauro Germinario e l’esposizione “Io amo la mia città” Un atto d’amore alla sua Molfetta Gianni Antonio Palumbo presenta la mostra

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