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Storie di poveri disperati in città ignorati da Comune e Governo con false promesse Passano la notte nei vagoni della stazione o in tuguri di periferia: «dormiamo con un occhio aperto e uno chiuso per evitare che qualcuno ci rubi anche quel poco che abbiamo». Mangiano alla Caritas, rubano per fame. Dal Comune «una beffa costante»
15 luglio 2009

Andiamo al cuore del problema: facciamo finta di non conoscere, ma basterebbe aprire gli occhi per vedere. Tanti i nostri concittadini che non hanno una fissa dimora, che dormono in tuguri di periferia, nei treni, in stazione, sulle panchine, che non hanno un lavoro, ma a volte devono sostenere una famiglia, che hanno perso la loro dignità di fronte ad una società che li rifiuta e uno Stato che li misconosce ed ignora. Abbiamo parlato con alcuni di loro: tutti si lamentano dell’assenteismo sociale, di tante promesse fatte dagli assistenti sociali, dai funzionari comunali e nessuna di queste mantenute. Serpeggiano quella rabbia e quel rancore giustificati in virtù di una condizione di vita che non trova ancora una soluzione dignitosa e di «continue fregature » ricevute da quello che spesso è chiamato «il covo degli scorpioni », ovvero il Comune e lo Stato. Francesco, con altri ragazzi ventenni come lui, dorme nei vagoni della stazione di Bari: «dormiamo con un occhio aperto e uno chiuso per evitare che qualcuno ci rubi anche quel poco che abbiamo». Consumano il loro pasto alla Caritas di Triggiano o di Molfetta, ma è allucinante che nemmeno una città come Bari riesca ad offrir loro un lavoro, «anche di 100 euro a settimana». Francesco, in particolare, nonostante i suoi 23 anni, non riesce ad inserirsi stabilmente nella società: ammette di aver rubato un portafogli e di essere stato anche in carcere per piccoli furti, ma «quando i morsi della fame chiamano devi poter rispondere in qualche modo». Ma il nostro falso perbenismo non accetta errori. Lazzaro, 37 anni, dorme in uno sgabuzzino senza acqua e servizi igienici ed utilizza i bagni della Caritas per lavarsi e lavare i suoi indumenti: ha trovato lavoro come fruttivendolo a nero, che gli permette di poter avere 100 euro a settimana. Le sue parole e il suo sguardo sono quelli di un uomo deluso dalla vita e da chi avrebbe dovuto aiutarlo: numerose le domande al Comune di Molfetta per aver il sussidio di 120 euro, ma l’unica risposta che ha ricevuto è stata quella di «una beffa costante». In molti denunciano non solo uno Stato italiano garante dei diritti dello straniero, ma non del cittadino italiano, ma anche un certo regime di clientelarismo e servilismo, di facili raccomandazioni e sopraffazioni vigente a Molfetta. Insomma, uno Stato lontano dalla sua società: un Comune e una città lontanissimi dalla loro realtà umana. E allora non dobbiamo meravigliarci, ad esempio, quando compaiono come funghi i banconi per la vendita della frutta per la città: è l’unico modo che hanno molte persone di poter raccattare qualche euro. Anche Giuseppe, stuccatore 50enne con famiglia, che oggi lavora come fruttivendolo, Cosimo, muratore, e Antonio, pittore, hanno presentato la domanda per i sussidi, ma le risposte oltre che nulle, sono state a volte molto dure ed umilianti. Del resto, bisogna ricordare che accedono alla social card solo coloro che, a causa della recessione, sono stati licenziati e sono in cassa integrazione, non coloro che non hanno mai lavorato o che hanno perso il lavoro molto prima del 2000. Sorte diversa è toccata a Giacomo: licenziato nel 2002, ha ottenuto il sussidio di 120 euro, ma oggi non lavora ed è divorziato, ma la sua gioia maggiore è il nipote avuto dal figlio 23enne, che vede solo poche volte. Infine, Arcangelo di Silvestro, l’uomo che il 14 giugno scorso è stato aggredito da un gruppo di 15 cittadini di nazionalità giordana per aver difeso un extracomunitario: ha riportato un trauma cranico, facciale e cervicale, ma non ha perso la speranza di poter cambiare vita. Dorme nei vagoni dei treni fermi alla stazione di Bari e grazie ai volontari della Caritas è riuscito ad uscire da una situazione difficile, perché gli ultimi due inverni gli ha passati sotto uno dei ponti di Molfetta. Altre sono le storie, ma tutte con un unico denominatore. Certo, la carità è silenziosa, ma situazioni del genere non vanno taciute. La carità non è portare le «robe vecchie e usate» alla Caritas: non si capisce perché gli altri debbano essere considerati come spazzatura. Non è sterile assistenzialismo, venduto ogni giorno a tutti in modo indifferente, senza coscienza critica, sensibilità e buon senso, bruciati nei sogni di una città economicamente forte, ma socialmente debole. Questi ragazzi hanno solo bisogno di un lavoro e/o di una casa che gli permetta di riacquistare la dignità di cui noi gli abbiamo privati: perché siamo noi, cittadini e comune, a trattarli come stranieri, ad alienarli giorno dopo giorno.

Autore: Marcello la Forgia
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