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Salvemini per me era come un fi glio
15 dicembre 2007

Nel 1916 Gaetano Salvemini sposò a Firenze Fernande Dauriac, dopo che ella ebbe ottenuto il divorzio da Julien Luchaire. Nelle note che seguono parleremo brevemente di questo secondo matrimonio dello storico molfettese non tanto per rivelare vicende che, per quanto poco note, attengono ovviamente alla sua vita privata, quanto piuttosto per sottolineare quanto esse lo coinvolsero dolorosamente in un'altra tragedia del Novecento. Julien Luchaire (1876-1962), studioso di storia e letteratura italiana, fonda nel 1908 a Firenze il “Grenoble”, prestigioso istituto culturale francese, attivamente inserito nella cultura fi orentina del tempo, e promotore di frequentazioni politiche e letterarie italo- francesi. Egli conobbe, fra gli altri, Papini, Prezzolini, Campana, Sibilla Aleramo. Svolse poi un ruolo importante nel favorire sulla stampa l'entrata in guerra dell' Italia a fi anco dell'Intesa. Nel 1916 fondò insieme a Guglielmo Ferrero la “Rivista delle Nazioni Latine”, periodico che dibattè i problemi economici e politici sollevati dalla guerra, e le possibili soluzioni da adottare nel dopoguerra. Nel 1920 lasciò l'Italia e si trasferì a Parigi, dove fu a capo di un istituto di cooperazione intellettuale europea; successivamente tentò la carriera letteraria e teatrale. Restò sempre uno studioso fondamentalmente cosmopolita e liberale, con venature pacifi ste. A Firenze, Salvemini conobbe e frequentò i Luchaire: man mano che il legame fra i coniugi francesi veniva meno, aumentava l'interesse del Nostro per Fernande. Come abbiamo detto, nel 1916 si sposarono. Per quanto ci è dato sapere, il loro rapporto fu intenso anche sul versante intellettuale, essendo dotata la Dauriac di larga cultura, oltre che fi ne traduttrice. Le successive e turbinose vicende vissute da entrambi, comportarono lunghe e frequenti separazioni, senza che però i rapporti si interrompessero del tutto. Non risulta che Fernande abbia seguito Salvemini in America. Al momento del matrimonio fi orentino, la francese aveva portato con sé i fi gli avuti da Julien, compreso Jean, nato a Siena nel 1901, che Salvemini prese a ben volere, chiamandolo familiarmente Giovannino. Intorno a questa fi gura, emblematica per certi versi del dramma europeo fra le due guerre, si consuma la saga dei Luchaire, ed un'ennesima delusione per il Nostro Salvemini. Raggiunta la Francia nei primi anni venti, dopo una breve infatuazione comunista, Jean si dedica attivamente al giornalismo politico, auspicando la revisione del Trattato di Versailles, e il riavvicinamento franco-tedesco. Nel 1930 conosce, diventandone amico, il diplomatico tedesco Otto Abetz, futuro ambasciatore del Terzo Reich presso la Repubblica di Vichy: si avvicina intanto alla destra francese, evitando, per mero snobismo, le frange più estreme, e non disdegnando contatti con ambienti liberali. La disfatta francese del 1940, e l'occupazione tedesca l'inducono a scelte irreversibili. Nel 1941 Jean Luchaire diventa Presidente della Associazione della Stampa parigina, e Presidente della Corporazione Nazionale della stampa Francese. Il “Giovannino” del nostro Salvemini è ora uno degli esponenti di spicco del collaborazionismo di Vichy. Arrestato alla fi ne della guerra dopo vani tentativi di fuga in Italia e Germania, è processato per tradimento nel gennaio del 1946. Il 22 febbraio è fucilato. Sua fi glia, Corinne, nata nel 1921, giovanissima attrice, amante dell'ambasciatore tedesco Abetz, nonché spregiudicata protagonista della bella vita parigina durante l'occupazione, sarà arre- Salvemini per me era come un fi glio ESCLUSIVO. UNA PAGINA POCO NOTA: VITA E MORTE DEL FIGLIASTRO DELLO STORICO ANTIFASCISTA MOLFETTESE di Ignazio Pansini Gaetano Salvemini Jean Luchaire il fi gliastro di Salvemini stata con il padre e liberata dopo qualche mese di prigionia. Prima di morire di tubercolosi nel 1950, pubblicò un libro autobiografi co “Ma drole de vie”, che costituisce un documento sofferto di quegli anni. Il vecchio Julien, che aveva scelto il campo della Resistenza, lascerà nelle “Confessions d'un francais moyen”, un'altra commuovente testimonianza della sua vita e della rovina dei suoi affetti. Anche Gaetano Salvemini, carico d'anni e di travagli, visse dolorosamente la morte del fi gliastro: lo apprendiamo da un articolo pubblicato nel 1989 su “Linea d'ombra” dallo scrittore Niccolò Tucci. In visita a Cambridge nei giorni immediatamente successivi alla fucilazione, questi gli accenna all'evento: il Nostro si lascia andare in una sorta di commosso epitaffi o che possiamo purtroppo riportare solo per stralci: “… c'era in quel giovane un fermento maligno, qualche cosa che non poteva fi - nir bene… gli dicevo: fi glio mio, se vai di questo passo, un giorno lascerai il comunismo, diventerai nazista, perché in quel momento quello ti sembrerà la forza storica nell'astrologia heghelianomarxista, o non marxista, e tradirai la patria… hanno fatto benissimo, i traditori vanno puniti… certamente, si capisce, per me era come un fi - glio, ma l'ha voluto lui, ed è giusto che abbia pagato… quella povera donna… sono stanco, ho voglia di morire…”. Accorate parole che con la consueta sincerità commentano l'epilogo di una vita sbandata. La parabola di Jean, come quella di tanti altri collaborazionisti, risulta peraltro incomprensibile se riferita unicamente alla guerra, e non ricondotta al clima torbido seguito in tutta Europa alla fi ne del primo confl itto mondiale. Certamente, l'acuirsi dello scontro sociale, lo spettro della rivoluzione, il montare di una destra reazionaria e fascista, connotano la storia francese nel ventennio fra le due guerre. E tuttavia, ai margini dei due grandi schieramenti, ma da essi spesso indistinguibile, prospera una cultura nichilista ed anarcoide, esemplata dalla fi gura e dall'opera di Celine, fi nito, e non a caso, antisemita e collaborazionista. Nel suo capolavoro del 1932, “Viaggio al termine della notte”, la carnefi cina del campo di battaglia, personalmente vissuta, assurge, persino linguisticamente, a paradigma dell'assurdità umana. Com'è noto, Salvemini, coerentemente con la sua scelta interventista, volle arruolarsi e combattere in trincea. In una lunga lettera del novembre 1915, inviata dalla prima linea alla moglie Fernande, lo colpiscono “l'allegria folle della gente che vive in queste condizioni”, e “la strana avventura in cui sono impegnato”. E poi, ammirando il coraggio con cui soldati analfabeti vanno all'attacco, esclama: “O popolo nostro eroico, ed intelligente e buono, quando troverai una classe dirigente degna di te?”. Per quanto impermeabile a qualsiasi lusinga irrazionale, ma altrettanto refrattario a riconoscere le cause schiettamente imperialistiche del confl itto, resta per lui il problema, ahimè insolubile con tali premesse, di conciliare la “stranezza” e la follia dello sterminio, con il presunto coraggio delle masse. Le quali, ovviamente, vanno all'assalto non per uccidere “eroicamente” altri innocenti, come loro morti di fame, ma semplicemente per non fi - nire al muro.
Autore: Ignazio Pansini
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