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Pseudonimia, nomi e soprannomi molfettesi
15 maggio 2009

Quante volte, parlando con genitori e nonni, abbiamo sentito pronunciare nomi e soprannomi di persone e famiglie a noi sconosciuti? L’identificazione attraverso il soprannome è caduta oggi in disuso, ma resta comunque nella memoria dei cittadini più anziani: sono loro che rievocano un passato che a noi appare sempre più lontano, che, in fin dei conti, non è così distante ed ancora ci appartiene. Ad esempio, ci sono soprannomi in auge tuttora, che denotano uno spiccato senso dell’umorismo: “Chémméiese lùenghe”1 (camicia lunga), urlatore locale degli anni Trenta-Quaranta, araldo estroso e femmineo nell’abbigliamento (di qui il soprannome celebre), che aveva il compito di propagandare per le vie di Molfetta gli editti regi, o di allertare i concittadini riguardo a pericoli imminenti. Oppure “Capë d’acìëddë, dë cartòënë, dë provëlë, trêmòëtë”2, usate a definire menti non proprio d’alto ingegno o d’indole indomita. Non mancano nemmeno i soprannomi famigliari (di cui evitiamo di riportare i corrispettivi attuali), quali “fêmìgghië du Sòrgë” e “du Sërgìcchië”, ricordando come alcuni membri della prima famiglia ritornassero sudici dopo una dura giornata lavorativa nelle campagne molfettesi, alla stregua di “rispettabili sorci”, mentre gli esponenti dell’altra rappresentavano il ceto meno abbiente del paese (l’interpretazione data è paraetimologica e documentata a livello strettamente orale). Di estrazione sociale considerevole era poi la famiglia “du Gattùddë”3, ricchi proprie- 1 Per la trascrizione mi avvalgo del dizionario di R. Scardigno, Nuovo lessico molfettese- italiano, Mezzina, Molfetta 1963. La sua storia aneddotica vive nei ricordi dei giovani di quel tempo e nelle pagine dedicate al settore “Soprannomi” in Viaggio a Molfetta cit., p. 264. Rinvio alle pp. 263-265 per la rassegna dedicata ai soprannomi ancor oggi in voga nel dialetto molfettese. 2 “Testa di uccello”, “testa di cartone” (“zuccone”, “testone” in Scardigno, Nuovo lessico cit., p. 109), “testa di provola”, “testa turbolenta” (così anche in Ivi, p. 525), documentati in Viaggio a Molfetta cit., p. 264. 3 In quest’ultimo caso il suffisso diminutivo connota il sostantivo di valenza nobilitante. Il “gattino”, in questo caso, è un’identificazione tari terrieri, che allevavano gatti per ostacolare la diffusione dei topi nei frantoi e la famiglia “du Mêrchêiësë”, anch’essi possidenti terrieri, senza dimenticare la “fêmìgghië du Négrë», proprietari di frantoi dalla pelle più scura del consueto. Ogni mestiere era designato da un accurato soprannome, ereditato, come la professione, di padre in figlio. Se la famiglia di “Pìppë dë lìëuënë”4 annoverava maestranze nella lavorazione del legname, quella di “Cazzë dë rê” era composta di venditori di vino. Contadini e ortolani di basso e medio rango compongono, rispettivamente, le famiglie di “Capêrchiònë”5 e “ìzzëchë”6. Anche il ceto più povero e degradato vantava la propria identificazione sociale: la famiglia “dë la Cëràsë”7, nota ancor oggi, “Pagghiaràulë”, commercianti di paglia non proprio integerrimi, e la famiglia di “Chiêngaréddë”, commercianti di carne di cavallo (dall’etimologia sconosciuta, la cui interpretazione è paraetimologica e di trasmissione orale). Tuttavia, ci sono soprannomi meno diffusi ai giorni nostri, ma non per questo sconosciuti. I malati di licantropia erano indicati come “Lëpòmënë” (lupo mannaro), oggi ripetuto a quanti si esprimono con voce cavernosa, mentre i lavoratori nelle cave di pietra designati come “Calcaràulë” (fornaciaio di fornace di calce), poi usato per designare persone di insolita prestanza fisica: anzi, secondo le testimonianze orali, era una dicitura utilizzata per quei confratelli che, durante la festività della Santissima Patrona di Molfetta, intorno agli anni Cinquanta, dovevano caricare tutto il peso del ligneo simulacro in processione, affrontando le impervie stradine del tempo, tutte buchi e pietriccio. E non possiamo non menzionare “Scòrzaciuccë” (scorticatore d’asini), cui erano paragonati i barsociale di rispetto “vezzeggiato”. 4 “Pipa di legno”, in Viaggio a Molfetta cit., p. 265 e in Scardigno, Nuovo lessico cit., pp. 396; 263. 5 O anche «Capacchiòene» e «Caperròene», foneticamente vicini, col senso di “testone”, “zuccone” (Scardigno, Nuovo lessico cit., pp. 99; 102). 6 “Nibbio”, in Ivi, p. 257. 7 La “ciliegia” connota, per metonimia, l’attività storica della famiglia, legata alla vendita di frutta e verdura, ma, per antonomasia, la dubbia legittimità per condotta di vita. bieri maldestri, “Mezzëquìndë”, ad indicare i bevitori impenitenti o i beoni incalliti, (onomatopeica rievocazione del balbettio ubriaco “qui quinde”); “Ciavarriddë”, dall’etimologia sconosciuta, detto di persone frettolose e imprecise nelle loro azioni quotidiane e “Sciasciàiënë” o “Spërëdëiòënë”, ovvero persone disordinate, sciattone e svagate. Il folklore molfettese segnala un personaggio dal nome “Spërëdëiòënë u gréiëchë”: “Spiridione de Virgilio, misteriosa figura di origine greca, ma figlio di molfettesi, molto basso e trasandato, con barba incolta, folti capelli e indumenti smisurati, abitava nella città vecchia vivacchiando degli scarsi compensi per i servizi che prestava al porto e alla stazione ferroviaria. Quando, nel gennaio 1947, fu ritrovato morto nel suo tugurio, sparsi per terra c’erano biglietti di banca e cinquanta chili di monete, un vero tesoro per un accattone, tanto che la Gazzetta del Mezzogiorno pubblicò l’articolo ‘Il mendicante milionario’”. (Viaggio a Molfetta cit., p. 265). Infine, un soprannome, usato ancor oggi a scopo dispregiativo ed offensivo, un tempo di valenza demistificante minore e utile a identificare fruttivendoli di scarso ingegno, al centro di un divertente aneddoto tramandato col solo mezzo di oralità dai membri anziani della mia famiglia. Mandata ad acquistare un po’ di frutta dal venditore di fiducia, una signorinella di sei anni, con piglio sicuro, si erge sulla punta dei piedi e con tutto il candore della sua fanciullezza, rivolta al fruttivendolo, esclama: «Coglione, ha detto mamma che mi devi dare un chilo di arance!». Quest’ultimo, esterrefatto, la invita cortesemente a tornare a casa e a ritornare da lui solo quando sua madre le avesse insegnato il suo nome di battesimo. La madre della fanciulla, di rimando, una volta conosciuto l’accaduto, non si perde d’animo e, tornata insieme alla figlia dal fruttivendolo, con motto sagace da far impallidire persino i personaggi del Decameron di Boccaccio, lo persuade a non inquietarsi per quel tal soprannome, poiché, come dice un antico proverbio molfettese, “ogni gran signore vuole il suo soprannome”.

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