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Note sulla mostra "Via San Benedetto" Frammenti d'arte
15 aprile 2005

Non si poteva individuare sede più bella per l'inaugurazione e la mostra che la delegazione di Molfetta della Società di Cultura Europea "G. M. A. Caracciolo" di Molfetta, ha pensato di denominare "evento artistico Via San Benedetto". Va infatti opportunamente ricordato, sul luogo degli incontri, che il grande filosofo George Berkeley, il quale era anche un architetto, di passaggio da Molfetta nel 1717, al cospetto della Fabbrica di San Domenico, scrisse nel suo diario di viaggio di uno "splendido convento dei Domenicani, con una chiesa architettonicamente straordinaria". Questo luogo diventò poi, nei primi decenni del Novecento, sede di conferenze, discorsi e comizi. Come un anno fa, l'inaugurazione del 19 marzo scorso, la mostra allestita nel chiostro dal 20 al 26 marzo e l'esposizione del 24 marzo in Via San Benedetto sono state dedicate all'arte nella tradizione della Settimana Santa. All'insegna di questa precisa tematica si sono potute ammirare le "passioni" di tredici artisti molfettesi e pugliesi di diversa generazione, tendenza ed esperienza. È arduo parlare di quel che accade nell'officina dell'arte, perché gli artisti, come i poeti e i musicisti, sono spesso microcosmi e monadi impenetrabili e tra loro inconciliabili, ma non evidentemente in questa sede, che comunque li ha affiancati e in qualche modo li ha fatti incontrare. Tratterò perciò brevemente di loro, quasi sempre sulla base del catalogo approntato per l'inaugurazione, senza dimenticare Vincenza Petruzzella, alunna dell'Istituto Professionale "Mons. Bello", cui si deve il disegno che è diventato il logo per l'invito, il pieghevole, il manifesto e il catalogo dell'evento. Maria Addamiano (Molfetta, 1940) è sbocciata all'arte dopo un lungo periodo di macerazione interiore. Da sempre ha coltivato la pittura e la scultura nel giardino segreto dell'anima. E solo di recente, dal 2000 al 2005, ha partecipato a mostre personali e collettive. In occasione di questa esposizione corale presenta l'opera Pietas, una terracotta (h 26 cm) che s'inserisce nel solco di una tradizione secolare, che va dal famoso gruppo marmoreo michelangiolesco alla Pietà in cartapesta di Giulio Cozzoli. Rispetto a quest'ultimo modello, tuttavia, Maria Addamiano, oltre a impiegare una materia scultorea diversa, introduce elementi nuovi: la mano destra della Madre che regge delicatamente la sinistra del Figlio e il busto e il capo di Gesù fortemente reclinati all'indietro, che aumentano il senso di abbandono e intensificano il pathos e lo struggimento. Susanna Altamura (Molfetta, 1978) è una giovane pittrice da oltre un decennio attiva a Molfetta e in Puglia, con puntate fino a Ferrara. Nel chiostro di San Domenico, firmandosi biblicamente Shoshana, Altamura espone un olio su cartoncino (cm 25 x 20) in cui domina la figura attònita e dolente di Salomé (che meglio sarebbe chiamare Salòme), la madre degli apostoli Giacomo e Giovanni, che stringe nella destra un vaso unguentario arabescato, con lo sguardo perso nel vuoto e nella mestizia, perché non ancora ravvivato dalla scoperta escatologica della Resurrezione. Particolarmente intenso è il profilo di Maria di Clèofa, che reca con sé le sacre reliquie della Passione di Cristo. Michele Amato (Molfetta, 1975) si affida alla fotografia, che non è piatta e meccanica riproduzione della realtà, ma forma artistica squisita, in cui l'intensità luminosa, le variazioni cromatiche, le inquadrature, la profondità di campo, i chiari e gli scuri, i contrasti e gli sfumati, col baluginare dell'attimo fuggente, dipendono esclusivamente dalla scelta oculata del mago dell'obbiettivo. In tale prospettiva, Michele Amato in una sola istantanea ha imprigionato tutta la stupefatta doglianza di un simulacro della Maddalena (cm 20 x 30), incorniciandone il volto nel costernato stupore di due piccole labbra serrate e due grandi occhi, che ne tradiscono il temperamento passionale e l'intensa umanità. Domenico Angione (Molfetta, 1947) è un altro artista che ha lasciato a lungo fermentare e lievitare l'inclinazione per la pittura, per poi esplodere, fra il 2000 e il 2005, in una serie ininterrotta di mostre e premiazioni, da Molfetta a Novara. Con Il piccolo confratello, una pregevole tela (cm 34 x 40) su una delle più amate teorie confraternali, riesce a calamitare lo sguardo dei fruitori sul primo piano di un giovanissimo adepto di congrega. Il piccolo confratello con la buffa rialzata sta fermo con la sinistra sollevata a protezione della fiammella del cero, di fianco alla processione che si muove sullo sfondo, facendo impercettibilmente dondolare il baldacchino. Con mano agile e sicura, Angione riesce a coniugare nell'alternanza tonale la staticità della sosta e il cadenzato e lento dinamismo del corteo. Mauro Domenico Bufi (Bisceglie, 1969), pittore di solida formazione culturale e artistica, si è segnalato non solo nella personale alla Galleria "Ra" di Terlizzi nel 2000 e nella collettiva alla Galleria del Progetto Spazio S. Orsola di Molfetta nel 2002, ma ancor prima alla Biennale Mediterranea Graficamultipla di Taranto (1993) e al Festival dei due Mondi di Spoleto (1995). In San Domenico ha presentato una vivida Deposizione, una tela di piccolo formato (cm 20 x 30) commista di maestria classica e forti venature neoromantiche, in cui le figure affrante e pensose dei vivi sono avvolte da un'atmosfera arroventata e a tratti cupa, carica di una tensione più apocalittica che salvifica. Francesco Cantatore (Molfetta, 1978) è un giovane artista molto intrigato dalla ricerca grafica, recentemente cooptato dal gruppo di sperimentazione "I Trovadori Magicoincantati". Dopo varie esperienze espositive a Molfetta, Bari e provincia, si è cimentato per questa rassegna in un trittico di tele a olio accomunate dall'etichetta Senza titolo. Lo compongono un Cristo flagellato alla colonna, dominato dai toni freddi (cm 55 x 40); una stupefatta Vergine della Pietà incrociata in basso da un suonatore di trombone a tiro (cm 70 x 50) e un omaggio citazionale al pittore Franco Poli (cm 80 x 56), contraddistinto da un essenziale colorismo lirico. Il gruppo confraternale qui ritratto è attraversato dalla verticale che unisce lo "stradario" in cilindro al crocifero di Santo Stefano, dai cui piedi si allunga in obliquo l'ombra del suo corpo e della croce. La comune fonte d'ispirazione è una vecchia foto del 1953, molto cara a Franco Poli. Raffaele Cappelluti (Molfetta, 1953) ha esposto in personali e collettive in Puglia e a Napoli dal 1993 al 2005, rivelando una spiccata predilezione per gli oggetti e le cose inanimate. Infatti anche in questa occasione ha presentato una Natura morta, un pastello su cartoncino (cm 30 x 45), in cui affianca una statuetta di Maria di Clèofa – azzurrovestita come la popolare statua del Cozzoli – a un'oliera di stagno e a una brocca di creta biansata, che emergono plasticamente dalla penombra crepuscolare di un desco. Segno di una simplicitas che può anche caricarsi di significati allusivi e simbolici. Nico Ciccolella (Molfetta, 1970) si è ritagliato il suo spazio nell'arte sacra, per fermarci alla scelta del catalogo, con E Vidi – Sigillo 2, opera a tecnica mista su tavola (cm 30 x 40), con palese riferimento all'Apocalisse di S. Giovanni, che recita: "E vidi subito apparire un cavallo bianco, e colui che ci stava sopra aveva un arco […] E quando l'Agnello aprì il secondo sigillo, sentii il secondo Vivente, che diceva: "Vieni!". Ed ecco, uscì un altro cavallo, rosso, e a colui che vi stava sopra fu dato il potere di togliere la pace dalla terra" con quel che segue. Siamo davanti a una forma di rappresentazione in cui l'arte si sposa al linguaggio verbale e il messaggio visuale si coniuga al messaggio scritto, in una mise en abîme, dove il secondo elemento fa da riquadro e il primo fa da cornice, dilatandosi nel supporto ligneo dell'installazione, laddove il contesto espositivo diventa una supercornice variabile e perciò stesso intercambiabile. Va però aggiunto che Ciccolella, in questo caso, non innalza contro l'osservatore il muro invalicabile dell'incomunicabilità, come poteva accadere in certi antesignani dell'arte concettuale, ma, senza tradire i penetrali dell'enigma, lascia dischiusa la porta alla comunicazione. Maria de Gennaro (Bari, 1965) non poteva trovare titolo più indovinato per i suoi Cieli di Passione, elaborazione fotografica a tecnica mista (cm 20 x 30), in cui il simulacro di Gesù legato e flagellato alla colonna si staglia su orizzonti che si aprono a valenze oniriche e a contenuti polisemici. La sperimentazione di Maria De Gennaro si fonda su di un variegato humus di suggestioni ambientali e risorse personali, in cui le radici degli accadimenti contingenti pescano linfa vitale per la creazione artistica di volta in volta programmata. Mario Guerra (S. Paolo Civitate, 1955) è da diversi anni attivo come scultore del legno. Si è segnalato soprattutto in collettive e concorsi a premio. Qui veramente incanta per la scultura di rami d'ulivo intitolata Verso il Cielo (h 180 cm). La leggerezza è la caratteristica fondamentale di quest'opera, in cui un'agile figura si libra con grazia nell'etere, come in passo di danza. E sorge da un vortice irregolare intessuto di nocchi ombrosi e fusti sinuosi, assecondati e levigati con mano sapiente nel loro tortuoso cammino che rinvia a sensi "altri". Emmanuele Mastropasqua (Molfetta, 1952) è un fìgulo molto attento alle tradizioni molfettesi e alla scuola popolare partenopea. Ha esposto in personali e collettive a Molfetta, Milano, Bari e provincia. Si è conquistato in loco una meritata fetta di notorietà specialmente con i suoi presepi monumentali, l'ultimo dei quali, allestito nel 2003 nella Neviera della Fabbrica di San Domenico, non fu del tutto compreso nella sua provocatoria novità, tanto è vero che un settimanale locale cambiò la titolazione neutrale della presentazione nell'ambiguo titolo di "Un presepe sui generis". Ma qui preme soprattutto segnalare, tra le sue formelle e statuine, la terracotta dipinta Guardando il Seminario, che fissa la "muta" della "quadriglia" di portatori del Cristo morto durante la ritirata verso il Seminario Vescovile, evocando poeticamente tutta la straordinaria suggestione del Venerdì Santo. Michele Paloscia (Molfetta, 1949) è un pittore di lungo corso, un maestro di consumata perizia e raffinatezza. La sua anima di artista trova l'espressione più compiuta in un tratto pittorico duttile e sicuro, che sa attingere a tutte le risorse tecniche del figurativismo, ma si spinge anche oltre, con frequenti scorrerie sulla linea di confine e sagaci rientri nelle zone olimpiche della più preziosa fruibilità. È il caso, ad esempio, dell'Omaggio a Franco Poli, colorato a carboncino, tempera e pastello (cm 100 x 43) e realizzato con una sapiente verticalizzazione del Cristo alla colonna. Ultimo, ma non da meno, è il compianto maestro Franco Poli (Molfetta, 1920-2003), al quale la rivista "Studi Molfettesi" (n. 12) ha dedicato il tempestivo omaggio di una copertina e di una snella chiosa di commento. Franco Poli è l'interprete più genuino e poetico delle processioni dei Misteri di Molfetta, un tema a cui ha dedicato quasi tutta la vita, dal 1943 agli anni Ottanta del Novecento. L'opera invece esposta per la collettiva del chiostro di San Domenico e di Via San Benedetto, cioè la tela intitolata Quaresima '98, pur richiamandosi al periodo penitenziale prepasquale, insieme ai quadri con i sacchi confraternali rosso e nero poggiati sulle poltrone, è una natura morta da imparentarsi alla serie dei feticci delle vestaglie e degli abiti della moglie Gilda. Anche il saio dell'arciconfraternita di Santo Stefano, appeso ad una gruccia tra il biancore della finestra e la penombra della stanza, con i due fori del cappuccio che scrutano come occhi, è attraversato da un forte presentimento: il brivido esistenziale dell'ignoto. Marco I. de Santis (Centro Studi Molfettesi)
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