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Né carne né pesce, rassegna d'arte contemporanea
15 marzo 2009

Interessante la Rassegna d'arte contemporanea “Né carne né pesce”, a cura di Giulio Giancaspro, organizzata nell'Ospedale dei Crociati annesso alla Basilica della Madonna dei Martiri, dalla Cooperativa Milleventi nell'ambito del Carnevale molfettese, con il Patrocinio del Comune di Molfetta (l'allestimento è di Alberto Valentini; il coordinamento e la segreteria operativa del progetto di Rino Petruzzella). Il testo critico del catalogo, stampato dall'Azienda Grafica “L'Immagine” (Molfetta), è stato curato da Vito Caiati. Il titolo stesso della mostra allude al motivo identitario, declinato sia sul versante della difficoltà che l'individuo incontra nel pervenire a un – seppur momentaneo – ubi consistam, sia su quello della complessa ricerca di “un abbrivio energetico originale” da parte dell'arte contemporanea. Le opere esposte, in molti casi, denotano una notevole qualità di ricerca, anche dal punto di vista della sperimentazione tecnica, e la capacità di rivisitare in maniera acuta e raffinata alcuni 'luoghi celebri' del patrimonio storico-artistico mondiale. In apertura le installazioni di Bice Perrini, che s'inseriscono nel solco di un percorso di studio in merito al rapporto tra colori e cibo e, aggiungerei, parola – poetica o meno –; motivi gastronomici anche per Giuseppe Fioriello in digital print su carta fotografica e per Pin, che si profonde in virtuosismi in vernice spray su legno, con le sue banane-peccato e il curioso connubio scimmia-pellicano. Sempre pregevole Paolo De Santoli: nel suo “Del Fortunato Pero Cavaliere Raggiante”, lampada-totem-scultura che non sfigurerebbe in un ariosteo allunaggio e che ci pare creatura squisitamente donchisciottesca, l'ironia rappresenta un'utile chiave di volta per il fruitore più smaliziato. Ironia che non manca all'autodidatta Franco Tullo, il quale si muove con sicurezza tra creazioni stranianti, figlie di una fantasia ariosa (Gonzales de Castiglia y Leon Tenore), e selve di ricordi, scheletrici tronchi penduli. Colpiscono i nudi cromatismi in acrilico su carta di Giovanni Morgese; Annamaria Suppa scherza con le diversità gender e non, mostrando un atteggiamento particolarmente incline al gioco paronomastico; Franco Cortese campeggia col suo possente “Unfolded Iron” (ferro grafitato), “tra perfezionismi apollinei e rotondità dionisiache” (Vito Caiati). Preziose e raffinate variazioni in un trittico di vasi per Lello Gelao; Vito Falcicchio rivisita un'immagine ormai archetipica, la klimtiana Danae, ma l'oro fa capolino solo qua e là nei cromatismi della tela e un erotismo patinato spira sulla sua 'Afrodite desnuda'. Gaetano Armenio, con la consueta finezza, dà vita a un'elegante ripresa di “Les amants”, una delle immagini più enigmatiche e inquietanti di Magritte, forse allusiva al traumatico rinvenimento del corpo della madre del surrealista nella Sambre. Ci piace molto, nel suo essere felicemente spiazzante, l'installazione foto/scultura in polittico di Raffaele Di Gioia. Intelligente e ironica incursione in un quotidiano metamorfico, tra maschere vagamente scimmiesche, volti disfatti dalla luce o coperti da berrettini sgargianti, abiti ed esibizioni kitsch di parti anatomiche; non manca un certo feticismo sottocutaneo. Sempre elegantissimo e poetico Francesco Mezzina (apprezzato collaboratore di “Quindici” con le sue bellissime copertine) nel suo donarci istantanee da luna park (il tiro a segno, il Tredici d'Oro), in cui all'atmosfera festosa da fiera si sposa l'affievolirsi dei contorni in un je ne sais quoi di futuribile. Colpisce anche Gianna Maggiulli: forse le fenditure della lama “su cartone spesso” assurgono a metafora della natura a volte lacerante delle interazioni umane, capaci di determinare smagliature dell'io. L'esposizione prosegue: ci vorrebbe ben più spazio per esaminare la ricerca formale di Pasquale Guastamacchia; le pregevoli, polisemiche allusioni di Vittoria Facchini; il libertario e istrionico, un po' felino, volo di Magda Milano; i preziosi e inquietanti occhi di Laura Urso; le ambiziose simbologie bibliche di Ines Tarascio, a ripercorrere l'origine, determinata da un atto di hybris, dell'incomunicabilità umana. E poi ancora l'ironicissimo, imbronciato “autoritratto digitale, scultura, stuzzicadenti, video” di Ezia Mitolo; la lotta per la reciproca sopraffazione sottesa alla naturale concordia discors di Onofrio Caputi; la stampa lambda su alucobond di Patrizia D'Orazio, abile, come evidenzia Caiati, “nello snaturare la percezione ottica”; le immagini dell'universo canino in acrilico e olio su tavola di Pino Caputi; l'impeccabile acrilico su tela di Maria Bonaduce; il graffiante “Senza titolo” di Vito Pollio, che tradisce le ascendenze fumettistiche: l'efficacia satirica risalta in un contesto che alterna immagini di degrado all'ostentazione delle insegne del potere. Il polittico prezioso e ben congegnato di Franco Altobelli, che mette a frutto le evidenti competenze dell'autore nei settori del cinema, della fotografia e della grafica pubblicitaria; la stampa digitale su PVC di Giulio Giancaspro, che nel suo pesce/carne ammicca al linguaggio iconico pubblicitario, ironizzando sul tema dell'ibridismo; l'elegante creazione di Enzo Sforza, a metà tra polittico mitico e bestiario, in un fiorire di arpie, sirene, centauri, unicorni, draghi, figure femminili taurine e così via. Un allestimento ben lontano dall'essere “né carne né pesce”, che lascia intuire le notevoli potenzialità che anche la produzione artistica contemporanea locale racchiude in sé, a dispetto delle più lugubri e intransigenti cassandre.
Autore: Gianni Antonio Palumbo
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