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Molfetta, bambini nei centri commerciali e multisensorialità alla Mongolfiera
26 febbraio 2010

MOLFETTA - Uno step di apertura per la propaganda dello shopping experience: così Walter Levati, direttore del Centro Gran Shopping Mongolfiera, ha introdotto il dibattito «I bambini nei centri commerciali e la multisensorialità», in cui si sono delineati alcuni fattori di crescita per il bambino in un centro commerciale, «luogo che aggrega e avvicina famiglie e bambini» (Annadelia Turi, giornalista di Antenna Sud e conduttrice de «Il Tg dei Bambini»).

Il centro commerciale contribuisce ad acquisire e approfondire il bagaglio di conoscenze dei bambini, «di cui si evocano sentimenti e sensazioni attraverso suoni, colori, vista e tatto»: in questi termini si è espressa Chiara Liuzzi, scrittrice, musicista, musico terapeuta e docente di educazione musicale, come ribadito dal dott. Alessandro Rubino, psicologo specializzato in Psicologia Psicosomatica, membro dell’Associazione Medicina Psicosomatica. L’elemento ambientale più importante per un bambino sono le emozioni e le espressioni dei genitori: «in un agglomerato commerciale sono gli stimoli dei genitori che determinano il comportamento del bambino, che percepisce ciò che potrebbe essere pericoloso o meno». Attraverso i disegni (nelle foto), i bambini hanno rappresentato graficamente quali impressioni suscita in loro il centro commerciale: «una fabbrica di pensieri, sensazioni e desideri - come sostenuto dalla prof.ssa Vittoria Facchini, illustratrice editoriale, autrice di libri per ragazzi, docente di comunicazione e di lettura visiva - trascritti materialmente su fogli da disegno» (Nella foto, da sinistra: Chiara Liuzzi, Mauro Destino, Maria Reccola, Alessandro Rubino, Vittoria Facchini, Ilaria Gentile, Annadelia Turi)
Dunque, il centro commerciale come «tappa fondamentale della nostra società e dei bambini»: costruiamo la società dei centri commerciali. Non si rischia, invece, di trasformare il bambino in un rappresentante di merce o in uno spot pubblicitario? Puntare sui bambini significa anche territorializzare la struttura commerciale: soprattutto mediare la loro realtà con equilibrio e buon senso anche da parte dei genitori, per non cadere nella commerciabilità della persona e nella creazione di una vita virtuale per il bambino stesso.
Si è anche disquisito il problema dell’alimentazione nel centro commerciale «che garantisce un’offerta superiore a quella dei centri abitati»: non sarà certo un caso se tutti i negozi di alimentari e di abbigliamento di Molfetta centro decidono di chiudere, schiacciati dalla crisi e dai guadagni risicati. Secondo il nutrizionista Mauro Destino, direttore sanitario Centro DIAITA di Mesagne, esperto di obesità e disturbi dell’alimentazione, «si può integrare l’esigenza di marketing con una sana alimentazione, favorita anche dalla tendenza di mangiar fuori, soprattutto degli adolescenti». Quanto sana può essere l’alimentazione di un centro commerciale, dove, ad esempio, si preferiscono cibi grassi rispetto a frutta e verdura? Non sarebbe corretto potenziare la presenza di cibi mediterranei? Il business è la natura di un centro commerciale, ma «bisogna promuovere un consumo attento e salvaguardare l’utenza, soprattutto le famiglie e gli adolescenti».
Anche l’aspetto ludico ha un ruolo importante nell’economia di un centro commerciale, che si dota delle aree-bimbi, dove «bisogna offrire interventi opportuni ai bambini che sono qui mollati dai genitori, presi dalla frenesia e dalla compulsione dell’acquisto» (Ilaria Gentile, referente Magicabula di Happy Center Service).
Infine, Maria Reccola, membro dell’AGEBEO nel Reparto di Oncoematologia Pediatrica del Policlinico di Bari, ha presentato l’edizione 2010 dell’iniziativa benefica «1000 bambini alla Mongolfiera», che oinvolgele scuole primarie della provincia di Bari e si propone di raccogliere fondi da donare all’Associazione AGEBO (Associazione Genitori bambini Emato Oncologici).
© Riproduzione riservata

Autore: Marcello la Forgia
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Zigmund Bauman. L'homo socioligus, nevrotico perchè schiacciato dai suoi doveri e dai suoi ruoli, non c'è più; al suo posto c'è l'homo consumens, sempre a rischio di perdersi di fronte agli stimoli a cui è di continuo e suo malgrado esposto. L'homo consumens è onnivoro: e proprio questa sua insaziabilità lo condanna a un'inguaribile infelicità. Il problema, è che questa trasformazione antropologica cambia anche la logica sociale. La vita urbana così come la si vive in questa società dei consumi eccessivi - usa e getta -, è piena di una serie di trappole nelle quali l'uomo contemporaneo finisce di cadere: la perdita del bene comune, la formazione di una nuova tipologia di poveri, la crescente instabilità di qualunque realtà sociale, l'esposizione emozionale delle società ipertecnologiche. Necessitiamo dunque, di riproporre il tema dell'agire morale. In un'epoca frammentata e postmoderna, abbiamo sotto i nostri occhi gli esiti infausti di un mondo che sembra perdere qualunque capacità di giudizio. Ma di fronte ai grandi rischi che tutto ciò comporta non c'è altra strada che ricominciare con pazienza, a insistere sulla qualità umana, che è proprio il suo senso morale. E a partire da questa libertà che è possibile ripartire per rigenerare proprio ciò di cui sentiamo la mancanza: istituzioni e valori. Di fronte all'affermarsi dell'homo consumens - smemorato e gaudente - le ragioni del lavoro sociale non possono risiedere solo nella sua efficienza tecnica. Il suo futuro - il futuro della società nel suo insieme - stanno invece nella sua capacità di tenere aperta un'istanza, traducendola poi in capacità di azione e organizzazione. -
I miti del nostro tempo - Umberto Galimberti. In un mondo dove gli oggetti durevoli sono sostituiti da prodotti destinati all'obsolescenza immediata, l'individuo, senza più punti di riferimento o luoghi di ancoraggio per la sua identità, perde la continuità della sua vita psichica, perchè quell'ordine di riferimenti costanti, che è alla base della propria identità, si dissolve in una serie di riflessi fugaci, che sono le uniche risposte possibili a quel senso diffuso di irrealtà che la cultura della moda diffonde come immagine del mondo. Là infatti dove un mondo fidato di oggetti e di sentimenti durevoli viene via via sostituito da un mondo popolato da immagini evanescenti, che si dissolvono con la stessa rapidità con cui appaiono, diventa sempre più difficili distinguere tra sogno e realtà, tra immaginazione e dati di fatto. Declinandosi sempre più nell'apparire, l'individuo impara a vedersi con gli occhi dell'altro. Impara che l'immagine di sè e più importante della sua personalità. E dal momento che verrà giudicato da chi incontra in base a ciò che possiede e all'immagine che rinvia, e non in base al carattere o alle sue capacità, tenderà a rivestire la propria persona di teatralità, a fare della sua vita una rappresentazione, e soprattutto a percepirsi con gli occhi degli altri, fino a fare di sè uno dei tanti prodotti di consumo da immettere sul mercato. Priva di un mondo costante, durevole e rassicurante nella sua solidità, l'identità diventa incerta e problematica........ Là infatti dove il mondo è di continuo creato e ricreato e gli oggetti durevoli sono sostituiti da prodotti "usa e getta" non si dà più una realtà solida e stabile, ma una vita psichica vissuta senza un senso costante di sè, che naufraga in una serie di riflessi fugaci nello specchio dell'ambiente circostante. ............


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