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La maschera di un Pd ambiguo senza volto e senz’anima
15 marzo 2019

Le periferie sono il luogo di rinascita o di morte. E’ inevitabile. La storia si fa qui, non al centro. Lo hanno capito i populisti grillini e leghisti del governo gialloverde, cominciano a capirlo il Pd e la sinistra che vive la sua diaspora non più come rassegnazione, ma voglia di riscatto dopo una lunga stagione di errori. La marcia dei 250mila che manifestano a Milano contro il razzismo di Salvini e della Lega Nord e il milione e 800mila persone che hanno votato alle primarie per eleggere il nuovo segretario del Pd dopo il crollo dal 40 al 18%, rappresentano la speranza di un’Italia migliore. E possono rappresentare il nucleo di un’inversione di tendenza di quella parte sana del Paese che continua a pensare con la propria testa, che non dimentica le proprie radici le proprie tradizioni italiane e democratiche. E’ la gente che rivendica la propria umanità, sono gli individui che si fanno comunità, si fanno popolo, non quello qualunquista, odiatore, razzista di Salvini e Di Maio, che cavalcano la rabbia e il rancore. E’ quella comunità che non vuole il cambiamento in peggio e fra questi gli italiani moderati, anche conservatori, spaventati dal clima di intolleranza, diffuso a piene mani per dividere, non per unire gli italiani a vantaggio personale ed elettorale. E’ il popolo che non vuole il cambiamento di civiltà, di valori, di identità che unisce gli italiani veri, non quelli di Salvini che urlano “è finita la pacchia”. E’ il popolo che si risveglia da una grande illusione, quella che tutto si possa avere subito e facilmente. E’ il popolo dei precari che non crede ad improvvisati redditi di cittadinanza o alla falsa sicurezza di chi costringe i neri migranti disperati a delinquere e i bianchi ad armarsi e sparare. E’ l’anima cristiana di quel popolo che scandisce “Prima le persone”, non “Prima gli italiani”. Sono coloro che si ribellano all’irresponsabilità e alla metamorfosi di odio fine a se stesso e al suicidio collettivo che auspica il governo gialloverde che vuole tutti allineati e coperti come un grande fratello che sia chiami “piattaforma Rousseau” o casereccia legge del Capitano (insulti e felpe, birre, pizze e nutella, a Molfetta ne abbiamo visto un altro), che vuole portarci fuori dei valori (e magari anche dei confini, soprattutto al Sud) dell’Occidente e dell’Europa. E’ un popolo che cresce, si risveglia, viene fuori dal letargo dell’impegno civile, che torna a scandire con forza «I care», «mi importa» quel motto di don Milani e della scuola di Barbiana, in contrapposizione al «me ne frego» fascista che piace tanto a Salvini e al suo popolo di barbari ignoranti e senza cultura civile. Prendersi cura degli altri e non solo di se stessi, respingendo l’egoismo imperante e sollecitato nei social, che di sociale hanno molto poco, se non la caratteristica di uno sfogatoio complessivo che non è partecipazione ma imbarbarimento collettivo, alimentato da un clima di paura e dalla povertà sempre più incalzante di una classe media sempre più ai margini non solo del benessere, ma anche della logica meritocratica a vantaggio di quella dell’appartenenza e del servilismo. E così alla manifestazione di Milano e ai gazebo delle Primarie del Pd si sono ritrovati i naufraghi dell’autentico popolo italiano, di quella comunità che non vuole essere massa manovrabile dal furbo e falso populista di turno. Una comunità che trova un’idea, una identità, con una voglia di presenza e di testimonianza, che diviene soggetto politico di chi si riconosce in un progetto di presente, ma soprattutto di futuro per sé e i propri figli costretti ad una precarietà senza regole, allo sfruttamento dei forti: un salto indietro di secoli. In questo marasma collettivo, il Pd tenta faticosamente di riappropriarsi della propria identità perduta, partendo proprio dalle periferie, dai disoccupati, dai precari, dagli ultimi, rimasti privi di ascolto e gettatisi nelle fauci leghiste. Lo ha fatto in quasi tutta l’Italia e nel quasi c’è anche Molfetta, una città dove gli elettori del Partito Democratico hanno votato per Zingaretti, ma dove il partito si è svenduto alla peggiore destra qualunquista e soprattutto trasformista, guidata dagli stessi personaggi che il Pd e la sinistra in passato hanno combattuto. “Cè se fasce pe chèmbà” ha ricordato recentemente Giorgio Latino in una sua commedia del “Collettivo teatrale La Rocca”: cosa si fa nel Pd di Molfetta per rimediare un incarico, una poltrona, uno stipendio. E soprattutto per evitare di scomparire. E’ la maschera di un Pd ambiguo senza volto e senza identità rappresentato da qualche personaggio campione di trasformismo, che è stato capace di ridurre il partito ad una lista civica alleata ad altre liste civiche. Anzi ha fatto di più: ha tentato di dare una legittimità a un gruppo di politici di destra oggi senza patria e senza ideali. Cè se fasce pe chèmbà, anche obbedire alla lobby dei costruttori, dei palazzinari, che finanziano le campagne elettorali, ottenendo anche la costruzione di palazzine al limite della lama e lo stravolgimento di un territorio sempre più brutto e senza servizi, rappresentato da quell’assessore che abbiamo definito “cantiere perenne”. Insomma, “il partito che non c’è”, come intitolammo in passato un altro nostro editoriale. Un partito assente in un momento difficile, che sceglie le larghe intese trasversali al posto del dialogo e soprattutto dell’ascolto della sua gente, come la chiama Bersani. Un Pd e i suoi giovani che forse non partecipano alle manifestazioni locali della sinistra contro il razzismo di Salvini, che si iscrivono al partito forse solo alla ricerca di un posto, di un incarico, costretti da una logica che premia solo l’appartenenza e non il merito. Possiamo comprenderli, non giustificarli. Con questo Pd delle periferie deve confrontarsi il nuovo segretario nazionale Nicola Zingaretti, rinunciando alle ambiguità di comodo o alle alleanze con forze politiche che governano con logiche opposte a questa nuova stagione che il Pd vuole incarnare, passando dalle parole ai fatti. Cominciando da Molfetta, da sempre laboratorio politico nazionale. Rinascita o morte, terzium non datur.

Autore: Felice de Sanctis
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