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L’asfaltista
15 settembre 2020

Nei tempi passati, quando non era stato ancora scoperto il bitume o catrame artificiale, per rendere impermeabili i tetti delle abitazioni si richiedeva molta maestria stante la povertà dei materiali a disposizione e utilizzati dai muratori dell’epoca. Le fonti storiche locali, a riguardo indicano come lastrico solare il pavimento della copertura di una abitazione all’ultimo piano di un fabbricato, copertura che poteva essere una tettoia detta a sfinale o a pignon. La protezione a sfinale era una tettoia costituita da tante chiancarelle di calcare simile alla copertura delle tre cupole del Duomo. Con questa tipologia di copertura, nel centro antico di Molfetta, abbiamo rintracciato pochi esemplari, mentre era generalizzata la copertura con lastrico. La fabbricazione del lastrico era costituita da diversi elementi miscelati tra loro. Alcune volte si usava miscellare avena e zolfo, calce viva e polvere di tegole, calce e risciglio oppure si preparava una mattonata di argilla, o di pozzolana e sopra uno strato sottile di calce e polvere fina di tegola. Per esempio, l’Università di Molfetta nel 1593 incaricò il muratore Giacomo Cileo a stagnare con calce e tegole il lastrico dell’Osanna al Borgo ed ebbe 3 carlini e 3 tornesi. L’Osanna era il cosiddetto I 4 cantoni costruito avanti la chiesa di S. Stefano (un palco su cui erano costruite quattro colonne che a loro volta sostenevano una copertura. Su questo palco la Domenica delle Palme si cantava l’Osanna figlio di Davide. La copertura con il lastrico in genere era garantita per tre anni; nel caso succedeva la perdita della stagnatura era a carico del muratore rifarla senza altro risarcimento di moneta. Sulla pettorata o poliero del tetto vi si applicavano gli occhielli di pietra per le forche di legno (pali o morali) per legare la fune e stendere i panni. Nell’ultimo decennio del XIX sec. sulle strade principali al posto delle chianche di calcare o di quelle vesuviane, che avevano un costo molto gravoso sia nella posa che nella sua manutenzione, si iniziò a usare un residuo della distillazione del petrolio simile al catrame o pece naturale miscelato con asfalto naturale. La polvere fina, ricavata dalla frantumazione delle pietre, miscelata con queste sostanze riscaldate veniva stesa sul piano stradale e pressata con apposito rullo in modo uniforme, ottenendo un considerevole risultato sia nella durata che nella manutenzione del piano stradale. Una ulteriore innovazione si ebbe nell’adoperare queste sostanze per la stagnatura dei tetti delle abitazioni e di altri edifici per il basso costo e per una più sicura impermeabilizzazione. Nacque un nuovo mestiere: l’asfaltista. Una delle prime operazioni che l’asfaltista eseguiva era eliminare il vecchio strato di asfalto se già esisteva, poi montava un cavalletto su cui poggiava un palo robusto alla cui estremità applicava un bozzello di legno per salire e scendere il secchio di legno (mastello o galletta) carico dell’asfalto caldo che doveva stendere sulla superficie del tetto. A terra si preparava la caldaia, costituita da un cilindro di spessa lamiera aperto da ambo le basi, alto 1,20 m circa, e dal diametro uguale; in basso un’ampia apertura formava il focolare grigliato e permetteva di alimentare il fuoco man mano che la legna si consumava, dalla parte opposta al focolare in alto un piccolo fumaiolo permetteva il tiraggio e l’uscita dei prodotti della combustione. Sulla parte superiore si infilava una caldaia sempre in ferro in cui si introduceva parte di bitume liquido, della polvere fina di pietre e delle zolle di pani di asfalto naturale nella percentuale variabile da 6 a 8 kg/m2, si metteva a riscaldare e man mano che la miscela si riscaldava questa andava rigirata diverse volte per ben amalgamare il tutto. Raggiunta una certa consistenza liquida si riempiva un secchio di legno (galletta) e con l’attrezzatura prima descritta si portava in alto sul tetto la miscela che calda si applicava e si stendeva con apposita stecca di legno appena curva (spatola o palanca) sulla superficie del tetto. In genere l’impasto caldo variava da 1 cm a 1,5 cm di spessore. Tutta l’operazione prevedeva la presenza di due caldaie, alle ore 3,30 si accendeva il fuoco e dopo fatte 3 cotture si terminava all’incirca alle 10,00. Tre lavoratori stavano giù alle caldaie mentre sul tetto un operaio ritirava il mastello e l’altro stendeva la miscela d’asfalto calda. Prima che si raffreddava sulla miscela veniva steso a ventaglio della sabbia fine come aggregante. A totale raffreddamento di tutta la superficie del tetto un muratore applicava con una scopa di saggina uno spesso strato di calce viva detta la meppail strazzata. Lo stesso muratore provvedeva in seguito a risarcire con intonaco la parte bassa del poliero detto u laciert che terminava sul nuovo strato di asfalto. Le prime ditte molfettesi che applicavano l’asfalto sui tetti furono i fratelli De Lillo, Sergio Daliani Poli, Michele de Gennaro, Vincenzo Tridente e Saverio de Felice fu Ignazio. Le ultime ditte che effettuavano i lavori della messa in opera dell’asfalto sui tetti furono Salvatore Resta fu Fiore, suo cugino omonimo e Nicola Uva. Oggi questa faticosa operazione non si esegue più perché vietata, in quanto durante l’operazione della cottura si sviluppano vapori cancerogeni e quindi quest’attività è terminata tra il 2008 e 2010. Al posto dell’asfalto si stendono delle guaine catramate applicabili a caldo per mezzo di un cannello a gas propano o in molti casi si spalma sull’intera superficie del tetto un miscela liquida di resina plastica e per una più sicura e duratura impermeabilità la superficie del tetto alle volte viene coperta da piastrelle di pietra di leccese. © Riproduzione riservata

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