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Francesco Carabellese e la lettera aperta a Benedetto Croce
15 settembre 2009

Se ci limitiamo al volume L’Archivio di Stato in Napoli dal 1.° gennaio 1899 al 31 dicembre 1909 (Tip. Cultori Arti Grafiche, Napoli, 1910) compilato da Eugenio Casanova, soprintendente dello stesso archivio, rileviamo che Francesco Carabellese vi fece ricerche nel 1901 su «il reame di Napoli nei secoli XIII-XIV» (p. 100), nel 1903 su «i primi re della Casa d’Angiò» (p. 107), nel 1904 per degli «studi sull’Italia meridionale nei sec. XII e XIII» (p. 111) e nel 1905 su «la Puglia nel sec. XIII» (p. 114). In realtà Carabellese, sfruttando soprattutto le vacanze estive, aveva cominciato a trascrivere documenti nell’Archivio di Napoli già dal 1897, quando era soprintendente Bartolommeo Capasso, che egli chiama «venerando » nel suo saggio La città di Molfetta dai primi anni del secolo X ai primi del XIV, pubblicato due anni dopo con notizie desunte dai registri angioini del medesimo archivio. Deceduto Capasso il 3 marzo 1900, diventò direttore dell’Archivio di Napoli il partenopeo Raffaele Batti, uomo scorbutico e scostante, ma ligio al dovere e preparato in campo archivistico e paleografico. Batti era stato medico nello Spedale delle prigioni e in altri stabilimenti pubblici napoletani. Era entrato nell’alunnato diplomatistico nel 1840, divenendo poi docente di paleografia nell’Archivio fino all’anno scolastico 1899-1900. Nel 1887 aveva recensito nell’«Archivio Storico per le Province Napoletane» (pp. 459-472) l’Étude sur les registres du Roi Charles I di Paul Durrieu. Poi aveva coadiuvato Capasso nella pubblicazione dell’Inventario cronologico sistematico dei Registri angioini, conservati nel R. Archivio di Stato di Napoli (Rinaldi e Selletti, Napoli, 1894). Va detto che prima della promozione di Batti alla direzione, dal 1899 era stato nominato dal Ministero dell’Interno, in via straordinaria, ispettore tecnico del Regio Archivio di Stato in Napoli il comm. Angelo Broccoli, già parlamentare e poi deputato di Teano durante la XXI legislatura (16 giugno 1900 – 18 ottobre 1904), che ambiva a scalzare Capasso. Broccoli aveva finito così per interferire prima con la direzione del soprintendente Capasso e, poi, alla morte di quest’ultimo, con le iniziative d’ufficio del direttore Batti. Si era così aperto un quinquennio di indisciplina e corruzione nel Grande Archivio di Napoli. Addirittura – come Giustino Fortunato, membro del Consiglio degli Archivi del Regno d’Italia dal settembre 1893, farà sapere da Roma il 28 febbraio 1904 a Pasquale Villari, presidente del Consiglio degli Archivi del Regno – quando Batti aveva tentato prima di tutto di ristabilire un po’ di disciplina in quell’anarchia, introducendo «il foglio di presenza», si era scatenato il putiferio. «Gl’impiegati usi a fare il loro comodaccio […] insorsero, riunendosi intorno al Broccoli, che cominciò, su per i giornali di Napoli, una campagna diffamatoria» contro Batti e Fortunato, «campagna, cui presto per un altro verso diede alimento l’ex-deputato [giolittiano di Trani-Corato Giovanni Battista] Beltrani, gesuita se altri mai, fallito e decotto, miracolosamente salvato da un processo di bancarotta fraudolenta, aspirante da tempo alla direzione dell’Archivio, anche durante il Capasso» (G. Fortunato, Carteggio 1865-1911, a cura di Emilio Gentile, Laterza, Roma-Bari, 1978, p. 104 e prec.). Fortunato aveva conservato tutti i giornali «su’ quali cotesti due signori, il Broccoli e il Beltrani (questi specialmente a mezzo del prof. Carabellese, di Bari!), scrissero o permisero fossero scritte infamie d’ogni genere » contro Batti e Fortunato. Il Ministero dell’Interno «seppe tutto. E restò sempre perplesso » fra gl’impiegati indisciplinati da una parte, e Batti e Fortunato dall’altra, «finché vigliaccamente abbandonò il Batti». Infatti il Ministero dell’Interno, con a capo Giolitti, ingiunse al cav. Batti di chiedere il collocamento a riposo, e il direttore dell’Archivio, «nella sicura e tranquilla coscienza di avere per oltre cinquant’anni onorato il suo ufficio» – come scriveva Fortunato a Villari da Roma il 30 gennaio 1904 – presentò subito la domanda di pensionamento. Batti, comunque, sarà direttore dell’Archivio di Napoli fino alla vigilia del 1° giugno 1907, quando gli subentrerà Eugenio Casanova. Nel frattempo Carabellese, nel continuare le ricerche nell’Archivio napoletano, si trovò nel bel mezzo dell’anarchia impiegatizia e della polemica giornalistica sulle «condizioni miserevoli» del Grande Archivio di Napoli, ignorando che l’erudito avvocato tranese Giovanni Beltrani, in quel periodo socio “residente” dell’Accademia Pontaniana di Napoli, subentrato nel 1900 nel seggio in essa occupato da Capasso, soffiava sul fuoco nel proprio esclusivo interesse. Di Beltrani si ha tra l’altro notizia di uno scritto, forse del 1903, intitolato L’Archivio di Stato e gli studi storici a Napoli. Carabellese doveva esaminare le ultime decine di registri di Roberto d’Angiò per completare le ricerche su quel re. Ma quell’estate il caldo era soffocante e le sue condizioni di salute non gli «permettevano di andare a morire nei piombi infocati, all’ultimo piano dell’ufficio politico », come scriveva in una lettera aperta del settembre 1903 a Benedetto Croce, che in quel tempo si rinfrancava e soprattutto studiava a Perugia. Nel replicare «l’annua visita di prammatica» che dal 1900 faceva al direttore Batti, Carabellese non gli chiese di esercitare il «diritto di qualunque studioso, cioè di avere i Registri [angioini] nella sala regolamentare di studio, a pian terreno», dove era affisso l’avviso che dava facoltà agli studiosi di chiedere in consultazione due registri al giorno. Invece lo pregò caldamente, in considerazione delle proprie condizioni di salute e dell’urgenza di completare le sue ricerche angioine, di poter continuare la lettura dei rimanenti registri di re Roberto nella sala da studio, senza essere obbligato ad andare all’ultimo piano. Al rifiuto di Batti, lo sto-rico molfettese lo pregò di scrivere al Ministero per fargli ottenere tale licenza. Ma non ci fu nulla da fare. Carabellese, allora, gli chiese il consenso di domandare il permesso direttamente al Ministero e mise in pratica l’intenzione. Quando, però, dal Ministero vennero richieste informazioni sul caso di Carabellese, il cav. Batti tra l’altro rispose che, mentre negli anni precedenti Carabellese si era «contentato di andare a studiarli su, perché si trovava un impiegato» che lo aiutava «a leggere e trascrivere i documenti angioini, quest’anno [1903], essendone stato costui allontanato», Carabellese pretendeva di «studiarli nella sala a pian terreno, dove era più facile» che avesse l’aiuto dello stesso impiegato. Il Ministero accettò per buone le spiegazioni addotte dal direttore Batti e Carabellese fu costretto a rinunciare alle proprie ricerche per evitare la calura insopportabile dei piombi surriscaldati dell’ultimo piano. Stando così i fatti, Carabellese nella lettera aperta all’amico Croce domandava addolorato: «Sai, che il Ministero, ancora una volta, è stato costretto ad accettare come rispondenti alla verità le spiegazioni scrittegli dal Direttore, e riversare su di me l’analfabetismo storico e paleografico, che grava sulla maggioranza degl’impiegati di questo Archivio, che tu conosci meglio di me? Sai che il Ministero ha accolto ad occhi chiusi una menzogna così spudorata, che non tocca tanto me, quanto la venerata memoria di Cesare Paoli, che m’insegnò a leggere le carte ed a scrivere di storia; e intanto, mi è tolto ogni mezzo per poter protestare, e lavare, non me, ma la fama della scuola paleografica di Firenze, così a cuor leggero colpita da calunnia sì madornale?». A peggiorare le cose, non solo gl’impiegati dell’Archivio si compiacevano della “lezione” inflitta al prof. Carabellese, che, secondo loro, «voleva suscitar per forza scandali e pettegolezzi», ma anche molte altre persone del tutto impreparate nelle ricerche ripetevano lo stesso concetto in ogni angolo di Napoli. Addirittura il conte Ludovico de la Ville-sur-Yllon, collaboratore di «Napoli nobilissima», che, secondo lo studioso molfettese, non aveva mai letto un regolamento archivistico, insinuava insieme ad altri che Carabellese, non sapendo leggere i registri angioini, pretendeva di servirsi di qualche impiegato e che perciò il direttore Batti aveva fatto bene a non concedergli la consultazione nella sala a pianterreno. Per tutte queste ragioni Carabellese si era deciso a rompere il silenzio osservato per vari anni sulle condizioni dell’archivio napoletano e, rivolgendosi a Croce, incalzava: «Tu sai bene, che si trovano a capi degli altri Archivî [italiani] uomini veramente famosi e di valore scientifico di prim’ordine, […] nessuno dei quali avrebbe potuto sopportare al suo fianco, neppure un istante, per Ispettore tecnico un Broccoli; e direttore del Grande Archivio di Napoli, nonché successore di Bartolomeo Capasso è l’illustre incognito […] del quale nessuno conosce il nome. Tu devi conoscerlo bene, perché non t’è mai caduto sott’occhio un foglio di carta stampata col nome di lui, in 83 anni d’età e 62 di servizio, che ha raggiunti; e nella tua sincerità non puoi dimenticare che l’Inventario dei Registri Angioini, fu concepito, e voluto attuare e pubblicare dal Capasso, senza del quale non si sarebbe mai avuto, e che ad esso il Batti lavorò, come qualch’altro impiegato già morto ed ingiustamente obliato». Carabellese faceva inoltre notare che Batti, in ben 62 anni di servizio, non aveva terminato nessun inventario di nessuna categoria delle carte dell’Ufficio politico e che lo stesso disordine regnava nella Sezione Amministrativa e in quella Giudiziaria per l’inadeguatezza dei capiufficio. Anzi il patrimonio archivistico, specie il Diplomatico, aveva subito molte perdite e molti deterioramenti dai tempi della dirigenza di Francesco Trinchera (1861-1874) e di Camillo Minieri- Riccio (1874-1882). Del resto gli archivisti dipendenti da Batti erano peggiori del direttore, sebbene tutti aspirassero a scavalcarlo e qualcuno si pavoneggiasse «nella posa superba o nevrastenica di scrittore geniale o di paleografo originale». In conclusione, Carabellese attribuiva le deplorevoli condizioni dell’Archivio di Napoli al Ministero dell’Interno e al Consiglio degli Archivi ed invocava caldamente l’aiuto dell’amico: «Dì, caro Croce, una parola, spendi ancora una volta la tua voce generosa in prò d’una causa, che ne è degna. Io credo che, col mettere a riposo il solo vecchio Direttore, non finirà l’anarchia del Grande Archivio. Dovrebbero seguirlo gli altri vecchi o fannulloni che vi rimangono, col farsi un’inchiesta seria su tutto. Né mi pare che alcuno dei capi ufficio sia degno di esser nominato a succedergli; né il Faraglia prete ed assai occupato, né il Barone troppo pieno di sé, né lo Zampa ricco di anni e di acciacchi. Si faccia un pubblico concorso, ma non una commedia di concorso, come quella che portò il Villari alla nomina del Batti. Se ho torto, amico Croce, dimmelo pure con la franchezza che ti è innata, ed io rifletterò alle giuste osservazioni, che vorrai muovermi». Così termina l’opuscolo polemico Il Grande Archivio di Napoli: lettera aperta a Benedetto Croce, che Carabellese scrisse a Napoli nel settembre 1903 e che l’editore Laterza di Bari gli pubblicò nell’ottobre successivo. In quarta di copertina si annunciava imminente la pubblicazione di un grosso volume su La camorra e l’ignoranza al Grande Archivio di Napoli, ma non risulta che l’opera sia mai uscita dai torchi. Invece la Sezione socialista di Molfetta, di cui era segretario Sergio Panunzio, il 15 novembre 1903 pubblicò le ultime cinque pagine della lettera aperta di Carabellese sul numero unico «Il Battagliero » col titolo redazionale Sempre… camorre! Se è molto probabile che Benedetto Croce abbia risposto privatamente a Carabellese, è viceversa sicuro che inviò una lettera in merito a Giustino Fortunato. Infatti il 6 novembre da Gaudiano Fortunato in una missiva privata a Croce, accennando alla disavventura toccata a Carabellese, si lamentò di essere stato ingiustamente bistrattato: «non potete immaginare come mi abbiano conciato presso il Ministro [Giolitti], denunciandomi per fautore del povero Batti a causa di avere egli distrutto un documento a me nocivo nella causa di Gaudiano… E dir che la causa fu decisa prima che io avessi neppur conosciuto il Batti! Il quale, sì, manca di tatto e di forma. Quando io andai la prima volta all’Archivio, usò meco lo stesso inurbano trattamento del Carabellese. Ma io, se mi dolsi lì per lì, non me ne adontai né ricorsi al Ministero né piegai verso quella brutta cosaccia che risponde al nome del Beltrani. Ho resistito fino ad ora alle incredibili manovre del Broccoli, che prima minò il Capasso e oggi tenta di scalzare il Batti». Poi, il 30 gennaio 1904 Fortunato da Roma informò Villari di alcuni retroscena: «Recente manifestazione di tutto l’intrigo è stato accusar me, per le pubbliche stampe, di “protezione interessata e disonesta” in favore del direttore [Batti], e, in pari tempo, il ridare ansa agli antichi concorrenti, primo fra essi a un ex-deputato della provincia di Bari [Beltrani], di partecipare alla indegna guerra contro un uomo, il Batti, competentissimo, di cui Napoli non ha l’eguale per integrità di vita, per assiduità di lavoro, per nobiltà di carattere». Perciò, in segno di protesta e per la salvaguardia del proprio «decoro », Fortunato presentò al presidente Villari e al Consiglio degli Archivi le sue dimissioni irrevocabili. Se Fortunato difese il suo comportamento adamantino dimettendosi da un incarico divenuto incompatibile con gli ingiusti attacchi subiti, Carabellese non riuscì a ottenere la giustizia voluta e rimarrà a lungo con l’amaro in bocca per i torti patiti nell’amato- odiato archivio napoletano. A sua volta il ruvido Batti, punto dai rilievi dello storico molfettese, tra il 1903 e il 1907 compilerà una Guida pratica delle scritture dell’Archivio di Stato di Napoli, ma essa rimarrà allo stato di manoscritto.

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