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Dialetto & latinorum I nostri detti memorabili
15 ottobre 1999

di Marco de Santis Con la riapertura delle scuole dopo le vacanze estive, schiere di scolaretti e studenti si sono riversate sui banchi, iniziando o riprendendo il duro corpo a corpo con gl’insegnanti, i libri e lo studio. In diversi istituti superiori tra le materie scolastiche non manca il latino, più croce che delizia di alunni e alunne dei licei classici, scientifici, pedagogici, linguistici, delle scienze sociali e via dicendo. Eppure il latino non solo si trova all’origine della lingua italiana e dei nostri vernacoli, ma spesso viene da noi usato senza che ci facciamo molto caso. Qualche prova? La troviamo nelle frasi di ogni giorno: basta pensare a parole o locuzioni come gratis, bis, rebus, idem, grosso modo, in extremis, ad hoc, pro forma, una tantum, ex novo, ex aequo, qui pro quo, prosit, tabula rasa, il quid, un tot et cetera. Anche il dialetto, una volta formatosi come lingua romanza di una determinata comunità, non è stato insensibile al prestigio del latino, sia ecclesiastico che burocratico o scolastico e perfino maccheronico. Stando al patrimonio paremiologico, il popolino mostra un grande rispetto per il latino, specialmente quando s’identifica con l’istruzione, la sapienza e la consapevolezza dei propri enunciati. Lo dimostrano due proverbi: Quênnë u ciuccë parlë latàinë, fënèzzë dë munnë, Quando il somaro parla latino, fine del mondo; Ciuccë vécchjë nem bìgghjë latàinë, Ciuco vecchio non apprende latino, dove il “ciuco vecchio” è un simbolo eufemistico dell’uomo invecchiato. Alcune sentenze semidialettali derivano dal latino ecclesiastico. Una di queste è Ci pécchë e ppó s’emmèndë, salvus est, Chi pecca e poi si emenda, salvus est, da Rosaria Scardigno raccolta in una variante più logorata: Ci pécchë e ppó s’émmèttë, salvo s’est, Chi pecca e poi si pente, è salvo (Molfetta mille e un proverbio, Mezzina, Molfetta, 1969, p. 43). Un altro modo di dire rientrante in questa categoria è Am’ê fa ratofràtë, Dobbiamo fare “orate, fratres”, che si usa per invitare a un’equa e pacifica ripartizione i parenti o gli amici aventi diritto alla divisione o distribuzione di beni, oggetti o cibo. A furia di orecchiare il latino chiesastico dei preti e delle beghine, sono nate anche locuzioni come dàiscë la rècchjamêtèrnë o fa rë rècchjamêtèrnë, recitare la “requiem aeternam”, la preghiera per i defunti, che nel linguaggio allusivo ha assunto diversi significati: ‘tiritera, maldicenza; vendetta, bastonatura solenne; scambievoli sollazzi amorosi’ ecc. Appartiene al gergo furbesco anche il sicchëtënòssë o sëchëtënòssë, che non vale propriamente “manrovescio, sgrugnone, scapaccione, ceffone”, come vorrebbe la Scardigno (Nuovo lessico molfettese-italiano, Mezzina, Molfetta, 1963, p. 462), ma più esattamente ‘pugno sotto il mento, montante al gozzo e alla mascella’, toscanamente sommómmolo o sergozzóne. Il termine, naturalmente, riprende il sicut et nos del “Pater noster”. Dal campo della liturgia, dei vangeli e delle preghiere provengono pure altre espressioni. Per esempio vënì ad orèmsë, giungere all’ “oremus”, cioè venire alla resa dei conti o andarsene all’altro mondo, si rifà all’oremus rivolto dal sacerdote ai fedeli durante la celebrazione della messa in latino; scisìnnë nglórjë, andare in visibilio, salire al settimo cielo, trae origine dalla perifrasi in gloriam Dei presente in San Paolo nella prima e seconda lettera ai Corinzi e in quella ai Filippesi. Similmente scisìnnë nglóriapàtrë, che significa ‘andare in rovina’, riecheggia il Gloria Patri dei salmi del Vespro e dell’Ufficio Divino, mentre scisìnnë nzëchëlòrmë, che vale ‘precipitare in un disastro economico’, riprende la formula liturgica in saecula saeculorum. Da essa dipende anche la locuzione séchëlë e sëchëlòrmë, per dire nei “secoli dei secoli, senza cura del tempo”, già registrata dalla Scardigno (Nuovo lessico, p. 462). Si rifà invece al latino epigrafico il distico Césërë Augùstë mbëratòërë romênë, / patrùnë dë rë Stratìëddë e dë la Mêjërênë, Cesare Augusto imperatore romano, / padrone delle Stradelle e della Maggiorana. Esso sembra ispirarsi a qualche frammento di antica lapide rinvenuta nel territorio circostante o a parti dell’iscrizione di qualche miliare della Via Traiana. Stradelle e Maggiorana sono due contrade presso il confine tra Bisceglie e Molfetta. La principale arteria rurale che dà il nome alla prima contrada è La Stradella (già Stratella o Via de la Stratella), che, partendo dalla località molfettese La Croce, attraversa l’agro di Bisceglie collegando diverse stazioni archeologiche e i casali biscegliesi. Al latino notarile e burocratico appartengono motti quali Pattë fattë, conventum (o combenutum) est, Patto fatto, accordo concluso, dalla Scardigno registrato in una variante più deteriorata dai parlanti, Pattë fattë, chëmbëlitë mèstë, e tradotto “patto fatto, compilato il [libro] mastro”(Molfetta mille e un proverbio, p. 82), fuorviante ma ingegnoso nello sforzo di aderenza al dettato popolare. Dal latino scolastico derivano espressioni come Ngë vólënë lë quibbùssë, Ci vogliono i “quibus”, o Sénza quibbùssë nên ze fascë nuddë, Senza “quibus” non si fa nulla, per indicare scherzosamente i soldi, anche nel linguaggio furbesco e familiare italiano definiti argutamente quibus et conquibus, denari e mezzi finanziari. Finanche un indovinello popolare (pubblicato da Saverio La Sorsa) esordisce con un attacco latino: Et in omnibùssë / ìëssë fòërë, capërùssë, / quênnë më fazzë nu sprëttàlë, / ìëssë fòërë capë spëlàtë, Et in omnibus / vieni fuori, capo rosso, / il tempo di farmi una sporta, / vieni fuori testa pelata. Per chi non l’avesse intuito, aggiungo che si tratta della ciliegia. All’universo ginnasiale (una volta c’era il ginnasio inferiore e superiore) appartiene una formula mnemotecnica semidialettale, che l’anima buona di mio zio Vito Capurso si compiaceva più volte di ripetermi quand’ero studentello delle medie, guadagnandosi il mio divertimento e l’affetto che ancora gli conservo. La formuletta serviva per ricordare i principali imperativi tronchi latini e il passivo del verbo facio e recitava così: Dìcchë, dùcchë, facchë, fèrrë, / mittë mênë a cchèssa sfèrrë. / Ci nên éërë pë fio fissë, / s’accëdèvënë tuttë cchìssë (Dic, duc, fac, fer, / metti mano a questa sferra. / Se non fosse stato per fio fis, / si sarebbero uccisi tutti questi). La sfèrrë o spèrrë è il coltello a doppio taglio e punta arrotondata usato anche come radimadia (rasòëlë o rasckatàurë) per radere la spianatoia (u tavëlìërë), ma principalmente per fare le orecchiette caserecce, compresi gli strascënêtë accìsë, i cappelletti “uccisi” con un sugo particolarmente prelibato. Dal latino maccheronico discendono proverbi come Rùstëca proggégnë sémbë villênë fó, La razza contadina fu sempre villana, che riprende il noto adagio Rustica progenies semper villana fuit. Una piccola maccheronea sta alla base di un aneddoto sull’utilità degli studi. A un discepolo non molto ferrato in latino il professore di umane lettere continuamente ribadiva: “Oportet studuisse (Bisogna aver studiato)”. All’ennesima ripetizione della frase, l’allievo, non potendone più, replicò con una domanda: “Studere, studere / post mortem quid valere? (Studiare, studiare / dopo la morte che vale?)”. Mentre il docente, tra l’indignato e l’imbarazzato, spalancava la bocca in uno stupefatto silenzio di fronte allo studente un po’ troppo ignorante ma anche un po’ filosofo, dall’esterno si udì rapida una risposta: “Nu mêzzë di cimiciquére! (Un mazzo di cicorie!)”. La storia non dice se l’arguto interlocutore fosse un ortolano, un erbivendolo o un contadino, ma sicuramente era in grado di improvvisare rime estemporanee a suon di vernacolo e latino maccheronico.
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