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Antonio Balsamo
15 aprile 2009

Frugando negli scaffali d'una piccola libreria, come la biblioteca di quartiere “V.Zagami”, in cui, non mediando schedari e bilbiotecari, possono (o potevano) accadere avventure culturali in un rapporto “personale” con gli autori, prendendone, se non la si possiede, conoscenza senza intenzione (cioè scoprendoli), riscoprendoli, se già conosciuti, “saggiando” le loro pagine, fui attratto dai “Sonetti della mia giovinezza” di Niccolò Maurantonio, già familiari ai miei vent'anni e per i quali con gli altri scritti di lui scopersi un dramma, “Il partigiano”, il cui tema suscitò in me interesse ed una riflessione sul teatro molfettese dei nostri giorni e sul cosiddetto realismo in generale. Il detto teatro giace sotto il dominio d'una radicofilia e dialettomania pressoché paranoiche, soffocato da un mito o dogma di realismo, quasi che la realtà, ritratta esattamente com'è anche nella più banale quotidianità di gesti e parole, consacri ogni prodotto della scrittura. S'è costituito dall'epoca del neorealismo un ossequio ad ogni realismo e mai s'è attuato, mi sembra, una revisione anche del giudizio sul neorealismo, anzi, come la fantozziana “Corazzata Potëmkin”, quel vento di favore ed entusiasmo sospinge ancora film dei “maestri” del neorealismo cinematografico, a cominciare da “Roma città aperta” di Roberto Rossellini. Come, attuata l'unità nel 1861, il verismo rispose al bisogno “governativo” di conoscere le realtà regionali e renderle note a tutti gli abitanti della penisola, divenuti in pochi mesi concittadini italiani, così il neorealsmo fu un resoconto sulle popolazioni della ri-unita Italia, ma offrendo sempre più bi-partita l'interpretazione della realtà, lasciata dal fascismo e dalla guerra. Se “Roma città aperta” è figlio della storica “svolta di Salerno” ed, ancora oggetto d'una celebrazione collettiva, deve ciò al suo “portato” politico: un compromesso storico in nuce, per seppellire il fascismo e ricostruire la nazione, dopo il 1948 ad un pio “realismo cattolico” (la formula, riferita ad altro, è di Moravia in “L'uomo come fine”), dominante nell'ambito neoteocratico del pacellismo (si guardino per esempio “I figli di nessuno” o la prima versione di “Maria Goretti”, tronfiamente centristici, etico-religioso il primo, indebitamente martirologico il secondo), fu contrapposto un non molto ascoso “realismo socialista” (micro-zdanovistico) di provenienza sovietica. Non la mia generazione, estranea per età alla resistenza, ma formata con i suoi ideali, negherà il valore di quella lotta e ne tradirà gl'insegnamenti, ma la resistenza, la ricostruzione sono fatti storici, mentre i prodotti del mitico neorealismo spesso sono non-fatti artistici, hanno modesta o poca o nessun'arte. Non la realtà (del realismo) fa l'arte, ma l'arte, figurandola, rende artistica la realtà (quindi il realismo). Perché la sua scrittura è arte, Verga vive, ma non sopravvivono gli altri veristi. Certo è che dell'aureola d'arte neorealistica furono circonfusi mediocri scrittori, registi e perfino attori (per esempio Vittorio De Sica, che nei film non ha rappresentato che un personaggio, fatuo, millantatore, vanesio: se stesso). Sotto il dogma neorealistico passano clandestini dell'arte, che s'arrogano l'indiscutibilità e si sottraggono al giudizio di merito. “Il partigiano” di Maurantonio, scritto nel 1944, era d'un'attualità ancor tragicamente (e spesso coraggiosamente) in atto. Rappresentava la realtà d'un impegno e d'una lotta, ma il realismo non vietò all'autore una sua figurazione di quella realtà, rilevandone un “suo” significato. Ho pensato d'offrirlo/restituirlo alla conoscenza/memoria dei suoi concittadini d'oggi ed esemplare ai giovani attori della scena molfettese un modo pensoso, formativo di “fare” teatro. Questo è da dire in ordine ad un fenomeno culturale, il neorealismo, storicamente giustificato, a volte degno, ma padre di prole per lo più degenere: pensate alle fictions risibili, pensate a certi reality seguiti dalla volgare stupidità collettiva, foraggiata (da certi governi i sudditi stupidi sono preferiti ai cittadini liberi e pensanti) da mediaset e poi dalla Rai, un tempo formativa, educativa. Sono spacciati per realtà, divinizzata dalla trista epoca del visivismo scollegato dalla mente, e detti “reality” un robinsonismo comandato, guìdato, assistito e ben pagato (anche dalla Rai, cioè noi), in cui si cimentano non solo “morti di fame”, ma anche “blasonate” di diversa età; un'altra caccia al tesoro in una simile dimensione, così falsa da dire “contadina” (dileggio per una vera lavoratrice della terra) d'un'oziosa e “mondana” “nobildonna” d'ignobili modi; d'un coattismo e voyerismo senz'altro fine, in cui, m'ha detto una sessantenne entusiasta, è rappresentata la gioventù d'oggi così, com'è. Quanti capelli bianchi, privi di decoro e poverissimi d'esprit, a corona e sostegno di quel debosciamento e delle beghe connesse, nelle defatiganti discussiooni sul nulla del Grande Fratello! Se veramente questi fossero i giovani, dovremmo “chiudere bottega” e non cercare alcuna meta, né per il nostro oggi né per il loro domani, e rassegnarci ad uno spettacolo, che fa un uso vacuo della parola ed esibisce un comportamento paranoicamente “pomicione” (un'irrisione all'eros autentico e alla naturale sana sessualità), che nemmeno nei “romantici” bordelli di valenti registi ho mai visto. Mi stupisce lo svuotamento della lingua (si parla senz'altro fine che “un flatus vocis”) in un paese, in cui in nome della libertà si svuota la libertà e la si svende, la libertà d'ognuno di noi di vivere e di morire (di cui unico signore è il soggetto vivente), per un già riscosso episcopale “piatto di lenticchie” ... sarde? No, fa male tuttavia, dà tristezza, duole in fine. Ma l'attuale realismo dialettale molfettese? Sembra una condanna, cui deve soggiacere anche chi, “letteratissimo” in virtù d'una vasta cultura letteraria e musicale, deve stringersi nell'angustia della mimesi dialettofona. Perché autori e filodrammatiche locali non s'addicono ad un“teatro” che recuperi od emuli più degna produzione nazionale e locale? “Il Partigiano” di Maurantonio, pubblicato nel 1962, è un testo esemplare e certo, se si cercasse, si troverebbe anche altro. Chi cerchi in esso un Maurantonio “partigiano”, potrebbe non gradire la sua equidistanza (direi il suo sovrastare). L'introduzione dichiara: “né è né vuole essere un soggetto politico, ma un soggetto esclusivamente umano”. L'autore, soldato nella grande guerra oltre che docente di filosofia fu, giova rammentarlo, un filosofo, autore dei saggi “La materia”, “Lo spirito”, “La natura”, che Zagami nel breve profilo bio-critico del 1976 (“Molfetta nostra” XVII, 1-2), classifica (“sembra compiacersi di dichiararsi né cristiano, né marxista, né ottimista, né scettico, né agnostico, né esistenzialista”; ) e discute. Fu poeta, ma mio oggetto qui non è la scrittura in versi: “Frammenti” del 1935, ampia silloge, direi un po' scolastica, che si confronta anche con la poesia “minore” tra 800 e 900, e “Luci e quadri, memorie e fantasie” del 1970, “l'opera maggiore” scrive Zagami, che ne indica i modelli (Carducci, Pascoli, D'Annunzio, Gozzano). Sono tuttavia della personalità del filosofo e contemplatore e cultore della natura la riflessione sulla storia e sull'esistere - non è tale anche “Il partigiano”? - e l'inclinazione georgofila (innate “vene virgiliane”, scrive Zagami), di cui testimone è anche la villa in strada Piscina Ser Nicola, l' “Orto Diana”, che nel vialetto reca erme di poeti e filosofi, sui pilastri del recinto statue allegoriche di tritume impastato, figuranti le arti (scultura, pittura, musica) e la filosofia (un austero sene che di fronte all'occaso era chino a leggere un grande libro, posato sulle gambe). I “Sonetti della mia giovinezza”, editi nel 1958 (l'autore era sessantunenne) da Eva de Silvis, “alunna” del poeta, cantano il “genio” della poesia ed un amore giovanile, un po' nabokoviano (humberthumbertian, as it were), mi sembra, a giudicare dalle figurazioni del sonetto VI: “Eri una bimba coi capelli d'oro […] Io masticavo già la poesia / col cuore incauto della giovinezza”. Connaturato fascino del feminino e vibrazioni dalla natura sono in queste immagini di Zagami: “«bimbe allegre e vagabonde », che andava cercando, nutrendo la sua fantasia della magia dei mesi e delle stagioni”, “luci che rischiararono la sua anima con bellezze di giovinette brune e bionde, colte come frutti fragranti dall'albero della vita”. Circa il dramma riporto prima una citazione di Zagami da un saggio, “Per una interpretazione psicologica e filosofica del fenomeno della guerra”, scritto nel 1938: la guerra “rimane un fenomeno altamente sociologico … che deve essere ricercato nella emotività eroica, nel ridestarsi dei sentimenti più vitali di un popolo, nel bisogno di rendere più fecondo il processo storico dell'individuazione, nella volontà di ritrovare l'umanità propria lottando con l'altro”. È eredità dell'ottocentesca “filosofia dello Spirito”, il quale si traduce in Storia e si fa anche nazionalità, emerse appunto nei conflitti, per così dire, nazionigeni, intrapresi dalla borghesia liberale contro gli stati e gl'imperi oppressivamente multietnici. Nel 1938 le armi europee tacevano, ma nel 1944 la guerra aveva mostrato tutte le sue atrocità e Maurantonio conduce la vicenda del “Partigiano” in un modo dissono dal concetto citato. In quest'anno, scrive l'autore nell'introduzione, “gli uomini erano diventati bestie e cose; e lo spirito di parte, nel fervore delle passioni e nel cozzo delle volontà, non chiedeva che, incondizionatamente, vincitori e vinti”. Egli conclude l'introduzione con un'autocitazione, che è la battuta finale di Tecla, cui la guerra ha tolto le nozze e la lotta partigiana l'uomo scelto per esse: “come sono cattivi gli uomini!” Il filosofo, senza negare il diritto attuale della sopraffatta nazione italiana rispetto alla tedesca sopraffattrice, s'è levato sopra la storia e le sue ragioni contingenti e, senza obliterare gli atti di coraggio e la coscienza dell'azione rapida e decisa, toglie enfasi, monolitica pugnacità, paranoica vocazione eroica alla vita di campo dei partigiani e, se essi sembrano fanciulleschi nella nostalgia dei propri giochi di ragazzi, giocati anche con nemici del momento, prima delle divisioni politico-militari, ciò nella visione d'un filosofo è accusa al “gioco delle vicende politiche e degli eventi militari”, causa del divenire “bestie o cose” e dell'impellenza intransigente a fare “vincitori e vinti”. La conversazione conserva un equilibrio mentale, che al di qua del rigido fanatismo del “passo dell'oca” delle SS permette di rilevarne birbonate veniali, comuni a tutti: cacce ai polli, alle mucche, alle “tose” fino ad una, direi, goliardica spedizione punitiva: “stendere a terra qualche beone di birra, ingenuo”. Un ferito commenta con equanimità: “Facevano come facevamo noi in Grecia, dove compravamo la compagnia delle ragazze con le pagnotte e le scatolette: e come ci venivano per fame!”. Dublis il piantone narra episodi di socialità con un soldato tedesco e, come Tecla in fine di dramma, conclude: “La guerra ci fa cattivi senza volerlo!”, cioè senza che noi lo vogliamo. Ma “anche la guerra vuole un po' di misericordia”, dice Luy, che l'ottiene (e intanto il filosofo ha proclamato il valore supremo della compassione, quando l'inclemenza non è necessaria) a due prigionieri - un tedesco ed un milite fascista - dal capitano, che pur aveva ammonito: “Risparmiare la vita ai prigionieri è dovere del vincitore, ma i tedeschi ci ànno insegnato che, quando c'è da muoversi continuamente […] preoccuparsi della vita del nemico vinto è un ingombro”. Il milite fascista risparmiato, Nardi, era stato amico di Luy e al capitano professa come proprio dovere di soldato “l'onore e la difesa della mia e della vostra terra”. All'obiezione: “Ma voi non siete un soldato: voi siete un milite, un soldato di parte”, Nardi risponde: “in questa circostanza lo siete anche voi”. Maurantonio è equanime e fa che il capitano ammetta la rivalità, conseguente ad una lotta: “ma voi in questa circostanza, avete scelto male perché noi crediamo di servire la patria per ridarle la libertà, voi per conservarla ad una tirannia e ad una servitù”; e che Luy riconosca nella lotta i meriti altrui con quelli, non esclusivi, dei partigiani: “fino a qualche settimana addietro Domine Dio soltanto ci proteggeva dal cielo: ora ci sono i quadrimotori americani” (corsivo mio). Il filosofo della materia infine non toglie alla realtà popolare l'idea d'un aldilà protettivo e all'osteria di Rosa “l'immagine di una Madonna con una lucerna davanti, accesa”, indirizzo d'invocazioni. A Dio, spirato Franco tra le sue braccia, Tecla addita la cattiveria umana (“Dio mio, come sono cattivi gli uomini!”). Non sarebbe questo dramma un serio banco di prova, uno tra i molti possibili, per ogni compagnia teatrale lungimirante?
Autore: Antonio Balsamo
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