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Allarme alcol, crescono le dipendenze Intervista al dott. Fiorentino del Sert della Asl Ba/2
15 giugno 2001

Che l’alcool sia la droga più vecchia del mondo è cosa risaputa ma che i suoi effetti deleteri sull’organismo umano siano simili a quelli procurati dalle droghe pesanti è un dato che lascia senz’altro sconcertati. Eppure ciò è quanto confermano studi e ricerche anche recenti: la dipendenza dall’alcool è paragonabile a quella dall’eroina e provoca assuefazione ed astinenza in coloro che ne abusano, oltre che tossicità. Abusarne, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, vuol dire superare i 50 grammi al giorno per un uomo di media corporatura e 30 in una donna (nelle donne sono più scarsi gli enzimi, come l’alcoldeodrogenasi, indispensabili per “metabolizzarlo”, ndr). E’ chiaro, comunque, che anche dosi inferiori ma protratte nel tempo sono dannose per l’organismo il quale ne risente a livello cardiovascolare, gastroenterico e neurologico e si predispone ad ammalarsi dieci volte in più rispetto alla norma. Ma esiste davvero e, se sì, in che dimensioni il fenomeno dell’alcolismo come problema sociale, in un Paese, l’Italia appunto, dove la cultura enogastronomica vanta radici antichissime e dove è stato addirittura istituito il “wine- day “ (27 maggio) con l’apertura, a livello nazionale, di tutte le cantine per incrementare il cosiddetto “enoturismo” il cui volume d’affari si aggira intorno ai tremila miliardi? Secondo gli esperti esiste senz’altro, ma è un fenomeno complesso, difficilmente identificabile e quantificabile, perché tende a non emergere, ad essere rimosso o negato o, tutt’al più, vissuto in solitudine, tanto che le cifre ed i dati ufficiali presentati dagli istituti che conducono ricerche a riguardo, sono molto relativi e discordanti. Si parla di 5 milioni di persone che fanno un uso regolare di alcool e che sono, in qualche modo, a rischio di dipendenza nel momento in cui il loro bere s’innesta su una serie di problematiche personali e sociali, mentre 1 milione e mezzo di persone hanno già un problema di alcolismo in atto e solo 26.000, di cui 20.000 maschi, sono in cura presso i SERT di tutt’Italia. L’antico uso di droghe Tuttavia, riguardando la storia dell’uomo sin dall’antichità, non si può non osservare che egli abbia sempre fatto uso di droghe cercando in esse un rimedio, più o meno inconscio, alla propria malinconia o depressione, per alterare, in qualche modo, il suo stato di coscienza o il suo umore e per tentare di alleviare il disagio esistenziale che molti chiamano “male di vivere”. Dal male di vivere non sono immuni i giovani che qualche logoro e vecchio stereotipo tende a vedere sempre allegri e disinvolti, né le donne, antichi angeli delle mura domestiche, che, forse, proprio davanti ai focolari hanno sviluppato e consumato il vizio del bere, nel silenzio e nella solitudine più totali. Solo oggi, superato un certo comprensibile riserbo ed il senso di vergogna che le ha a lungo accompagnate, grazie all’opera d’informazione e sensibilizzazione di certi mass-media che non parlano più solo dei danni del fumo ma anche di quelli dell’alcool, molte di esse cominciano ad uscire allo scoperto e a chiedere aiuto ai quasi 500 gruppi di Alcolisti Anonimi o ai 2.500 club di Alcolisti in trattamento sparsi in tutta Italia. Di questo e di altro parliamo con il dott. Giuseppe Fiorentino, psichiatra del Ser.T di Molfetta, il servizio di tossicodipendenza che fa capo al Dipartimento Dipendenze Patologiche della Ausl BA/2 diretto dal dott. Antonio Taranto. Il workshop teorico-esperenziale di alcologia che avete tenuto il 19 maggio scorso alla sala Turtur di Molfetta s’intitolava “Dal gusto alcolico…al problema alcolico”. Ciò vuole forse dire che il problema dell’alcolismo si può innestare facilmente su una propensione al gusto dell’alcool che non sia adeguatamente corretta ed educata? “E’ senz’altro così – dice a QUINDICI il dott. Fiorentino - tant’è che bastano due o tre risposte positive ai quesiti posti mell’opuscolo da noi pubblicato per poter affermare di avere un problema alcolico. Il confine tra gusto e vizio è spesso molto labile e sfumato e solo quando sfocia in una patologia di tipo fisico assume i contorni di un vero e proprio problema che comunque fatica ad essere riconosciuto sia dal soggetto che lo presenta sia dalle persone che gli vivono intorno (familiari, amici, colleghi di lavoro e di studio, ecc.). Non bisogna dimenticare che l’etilismo crea allarme familiare e sociale solo 10 anni dopo la sua insorgenza, 10 anni in cui ha modo e tempo di addentrarsi e svilupparsi fortemente soprattutto negli individui ad esso predisposti per storia personale e familiare. Ecco perché è poi così difficile curarli: per loro eliminare l’alcool vuol dire eliminare gran parte della propria vita e solo offrendo loro un legame quasi affettivo di comprensione della propria vicenda umana, la terapia psicologica può risultare efficace”. Attualmente, secondo i dati relativi al territorio da voi pubblicati, risultano essere 84 gli alcolisti censiti dal Sert.T di Molfetta, comprendenti quelli in trattamento e non. Quali sono i canali d’invio che hanno permesso il monitoraggio? “Le persone censite sono state segnalate dai familiari, dalle istituzioni (tribunale, questura), dall’ospedale e solo una piccola percentuale è arrivata a noi tramite il proprio medico curante o il consultorio quando non ha deciso di presentarsi spontaneamente. Vorrei a questo proposito sottolineare l’importanza del medico di famiglia, una figura che, opportunamente sensibilizzata e formata, può essere di valido aiuto per l’alcolista, indirizzandolo e consigliandolo nella maniera più opportuna e non minimizzando o, addirittura, trascurando, i suoi comportamenti e disturbi relativi proprio all’eccessivo uso di alcool”. Beatrice De Gennaro (1 – continua sul prossimo numero)
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