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Viaggio a Parigi
15 marzo 2012

Scappai a Parigi ancora una volta alla ricerca di me stesso e della donna nera perché le tre dee, le donne del mare mi avevano detto che là avrei trovato qualche frammento di verità. L’inconscio, il mio inconscio procedeva per assonanze, per richiami fonetici. Avevo preso uno studio confortevole, molto elegante, a Lamarck Caulaincourt, alla corte del culo di Lamarck, proprio a me doveva capitare uno studio alla corte del culo di Lamarck, a me che per tutta la vita l’avevo preso in quel posto, a me e a tanti altri della mia generazione, i ricercatori italiani a cui per trent’anni avevano detto aspettate che poi vi sistemiamo, appena risolviamo i problemi dello stato sociale, vi sistemiamo,variamo la terza fascia e vi chiamiamo aggregati senza oneri finanziari per lo stato e quei cretini degli indisponibili erano andati anche a piangere da Fini, quei cretini degli indisponibili, mentre in tutto il mondo stava nascendo un nuovo movimento mondiale, quello degli indignati, i cretini degli indisponibili andarono a piangere da Fini. Dunque ero a Parigi per sistemare un piccolo studio a mia figlia Manuela che aveva la direzione artistica di una casa per anziani a Massy Palaiseau e voleva fare la pittrice come tanti giovani creativi che ormai abbiamo esportato nell’Europa intera e mi aveva trovato quello studio a Caulancourt, insomma alla corte del culo e la mattina nel metro dovevo passare da Marcadet Poissoniers, altre assonanze, altri richiami. Il mercante prigioniero, il mercato che avvelena (poison), no il mercato dei pescivendoli ( poisson ) che avvelenano il mercato, no il mercato dei pennivendoli che avvelenano il mercato. La maggior parte degli intellettuali italiani sia nell’accademia che fuori sono dei pennivendoli, accattoni al servizio del potere come sono stati nel recente passato Francesco Barone, Marco Mondadori e Marcello Pera. Servi, pronti a rendere omaggio ai potenti di turno. Personaggi squallidi come Giuliano Ferrara o Vittorio Sgarbi, non vi dico quelli della mia facoltà sia nel presente che nel recente passato, mentre i nostri figli, i nostri studenti, i nostri dottori di ricerca sono costretti ad emigrare. Nella linea 12 dopo Marcadet dovevo scendere a Marx Dormoy, era la parte più terribile della mia giornata. Marx che dorme, la dormosa di Marx, hanno messo in soffitta il vecchio Marx, hanno messo in soffitta la scienza dell’uomo, la scienza della liberazione. Per fortuna c’era un bar dove prendevo un caffè e un’edicola dove compravo Libération prima di incontrare mia figlia. Un giorno si avvicinò una donna, non una dea, ma quasi; teneva un corso sulla teoria della conoscenza al Collège de France, si chiamava Silvie Vartel e si propose come guida di un percorso per Parigi. Durante il viaggio mi disse che in Francia erano scomparsi i grandi maestri del pensiero come Derrida e Foucault, anche se le due strutture come il Collège de France e il Collège internationale de Philosophie continuavano la loro opera di promozione culturale. Negli ultimi anni si stava dedicando alla investigazione dell’essere-per- la –morte avanzata da Heidegger in Essere e tempo e alla quasi contemporanea riflessione condotta da Vladimir Jankélévitch ne La mort.1 La morte si presenta come la possibilità assoluta per ogni soggetto perché chiude l’infinito ciclo di possibilità a cui ciascuno si è trovato di fronte, essa è la possibilità in assoluto perché è la sintesi di tutte le possibilità. A questo livello non vi sono molte chances, vi sono i reietti, i dannati, i giganti, i maestri del pensiero e i mezzi uomini. Sul piano del pensiero si presentano solo due possibilità, i maestri del pensiero e i mezzi uomini; i primi sono grandi perché sanno che quelli che verranno dopo, alcuni di quelli che verranno dopo diranno cose più vere, più intense di quelli che li hanno preceduti perché sono stati arricchiti dalla evoluzione della storia, mentre i mezzi uomini ritengono che dopo di loro ci sarà il diluvio e conducono un’azione poliziesca nei confronti dei giovani: segui il dettato del tuo maestro, fai sempre riferimento ai suoi scritti, non tentare nuove avven-ture del pensiero. Anche se noi siamo dotati della meravigliosa avventura del pensiero, prima visita al Beau Bourg, al Bel Borgo per la mostra di Munk, non c’era l’urlo, ma era tutto un urlo impresso sulle tele; quei volti disfatti, la sofferenza dei sofferenti gettata sui quadri, le campagne con la neve, le donne vampiro, la solitudine davanti ad una bottiglia di vino. Poco prima avevamo visto uno che con il materasso e una bottiglia per riscaldarsi aveva trascorso la notte davanti ad una delle vetrine del Beaubourg. Silvie mi disse – guarda che la vita è un attimo, vivila nel sottopassaggio! – più sottopassaggio di così. Porte de la Chapelle a pregare che non mi succeda niente, perché qualche mese fà sono stato in ospedale per qualcosa al pancreas o un versamento di bile a pensare a quelli che ci governano e ci hanno governato, a personaggi comecu D’Alema, a quell’altro che si chiama Veltroni per fortuna non c’è più Berlusconi, meno male che c’è Vecchioni. Però Monti è quasi come Tremonti. Silvie prosegue dicendo che la bellezza espressa nei quadri deriva essenzialmente dal modo in cui artisti e poeti riescono a rappresentare il rapporto fra finito e infinito, ogni sguardo finito rimanda a tutti gli sguardi finiti del mondo che guardano, hanno guardato e guarderanno. Quello sguardo, tuttavia, produce smarrimento e sofferenza perché è uno sguardo fra gli infiniti altri, lo sguardo è sempre per altri, e qualcuno ha detto che Altri assomiglia a Dio. I poeti, i pittori esprimono sulle tele e negli scritti la sofferenza di quelli che non accedono e non potranno accedere alla Bellezza delle opere del Beau Bourg: per questo sono dei dannati e muoiono nella sofferenza, per questo Munk finì più volte in ospedale, per l’alcool. Là ad Oslo faceva freddo. Perché chiesi a Silvie i francesi non usano il bidet, io ho bruciore quando faccio l’amore. Sarkosy può vincere le elezioni con una campagna nazionale sul bidet, rilancerebbe l’economia. Coulaincourt. Passiamo alle altre sale, Braque, Chagall, Picasso, ho deciso l’anno prossimo trascorrerò minimo due mesi a Parigi, uno con giornate monografiche sullo studio dei pittori della mostra permanente e l’altro per il corso al Collège de France sulla teoria della conoscenza, al quale vorrei dare dei contributi. Lo dico a Silvie che si mostra d’accordo. Dopo la pittura si apre lo spazio della performance e della rassegna Danser sa vie. Danzare la propria vita, la vita come una danza, fare della vita una danza, Nietzsche ha scritto che bisogna danzare con la penna anche se gli accattoni del pensiero sostengono che bisogna scrivere in inglese, magari usando un linguaggio formale, perché tutto ciò che è pensabile è dicibile in formule, le leggi universali della logica sono riducibili in formule e non vi è più spazio per la metafora e per la poesia. Lo aveva sostenuto Wittgenstein agli inizi del secolo e gli accattoni del pensiero lo hanno seguito, dimenticando che il grande Ludwig nel Tractatus aggiungeva che una volta costruita la scala, bisogna liberarsene per affrontare i veri problemi dell’uomo e fra questi il problema che non riusciamo più a garantire ai giovani e agli esclusi una vita degna di essere vissuta. Josephine Baquer danza la sua danza afro nello spazio della performance, seguita da un’altra donna nera che mostra il suo corpo interamente nudo in un liquido, il liquido dell’utero materno. Anche la donna della rosa nelle giornate d’amore dice che quando entra nella mia stanza ha la sensazione di entrare in un utero.

Autore: Marino Centrone
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