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“Tutti quanti possono fare jazz, perché resistere non si può al ritmo del jazz!”, presentato a Molfetta il libro “Puglia, l’età del jazz” di Ugo Sbisà Iniziativa della Fondazione Vincenzo Maria Valente. Il critico musicale della “Gazzetta del Mezzogiorno” ha dialogato con Roberto Ottaviano
Sbisà, Nanna, Ottaviano
17 dicembre 2017

 MOLFETTA - La Fondazione Valente, con la collaborazione di Roberto Ottaviano, ha promosso la presentazione del libro “Puglia, l’età del jazz” (Adda editore) scritto dal giornalista Ugo Sbisà

Sbisà è un uomo ecclettico: ha lavorato per tre anni nell'ufficio stampa del Teatro Petruzzelli di Bari, poi come giornalista free-lance e addetto stampa nel settore musicale. È autore dell'opera "Variazioni sui colori del cielo" con musiche del compositore Biagio Putignano, dedicata al dramma della Shoah, che ha debuttato a Salisburgo. Ha anche scritto uno spettacolo di successo chiamato "Tango Stories" e un altro chiamato "Callas in Jazz". Lavora nella redazione Cultura e spettacoli del quotidiano “La Gazzetta del Mezzogiorno”. E' anche insegnante di Storia del jazz presso il Conservatorio "Niccolò Piccinni" di Bari sin dal 2000.

Il presidente della Fondazione Valente l’avv. Rocco Nanna, ha iniziato la presentazione del libro con un excursus storico sulla ricezione del jazz in Puglia: ha sottolineato la natura di quel jazz rabbioso, evocativo, mimico, tutelato da “Puglia jazz” che ha causato anche violenza e libertinaggio proprio per il suo spirito anticonformista e libertino. Gli anni 80 sono stati gli anni più fruttiferi grazie alla collaborazione di Puglia jazz con la “Camerata barese” in cui anche la Fondazione Valente ha avuto un ruolo di preminenza per quanto concerne la città molfettese.  

Nonostante il titolo possa forviare, non è un libro storico, ma è una narrazione “rapsodica” che valorizza il jazz pugliese e contiene interventi di Dino Blasi, Vittorino Curci, Pino Minafra e Roberto Ottaviano, Ottaviano e Minafra, i primi professionisti del jazz pugliese, oltre a una intervista con Renzo Arbore a cura di Mike Zonno. Ripercorre, fino ai nostri giorni, l’evoluzione del pubblico, le trasformazioni del “fare jazz” in Puglia a tutti i livelli e il passaggio dal dilettantismo al professionismo a tempo pieno. Un viaggio temporale critico che ha la funzione di fare luce sul cammino “ombroso” del jazz ma fornisce anche un punto di partenza per chiunque voglia arricchire questa narrazione con ulteriori, indispensabili contributi. 

Roberto Ottaviano, noto sassofonista jazz di fama internazionale, insegnante di musica jazz presso il Conservatorio “Niccolò Piccinni” di Bari nonché amico dell’autore, ha intavolato un dialogo costruttivo con  Sbisà: “E’ la seconda presentazione a cui partecipo del libro di Ugo. Il jazz è la musica oltreoceano, dotata di pedigree e sempre celebrata in fasti ma si fa fatica a capirne la vera essenza dai libri di musica, che, diciamocelo, non sortiscono più interesse nel pubblico. Oggi si legge poco e la prerogativa di un testo deve essere quella di destare interesse: Ugo ci è riuscito, ha raccolto tante storie e ha trascritto con fedeltà ogni personalità che abbiamo incontrato nel nostro percorso, ogni emozione che abbiamo provato. E’ stata una redazione lunga ma il prodotto è di alta qualità. Cosa ti ha convinto finalmente a scriverlo? Che bilancio hai potuto trarre tra il passato ed il presente? Come definiresti il rapporto con il pubblico?”.

Ugo Sbisà ha prontamente replicato: Molfetta era la città del jazz negli anni 80. A pagina 47 del mio libro potete vedere una foto in cui viene ritratta una fiumana di gente posizionata presso la gelateria San Marco in villa fino a Piazza Municipio in occasione di un concerto jazz. Io mi definisco un giornalista, racconto storie, nel mio piccolo, cerco di raccontare le note con le parole perché voglio trasmettere le stesse emozioni. Mi chiedo sempre quando redigo un articolo se sia musicale, se sia paragonabile ad una bella melodia, quando non mi sembra così, cambio il ritmo, cambio la musicalità delle parole. Per la redazione del mio libro sono stato un rapsodo, ho cucito tanti canti per dare un quadro completo del jazz pugliese. Il jazz è per tutti coloro che lo apprezzano, tutti quanti possono fare il jazz anche se la maggior parte degli appassionati hanno un’età avanzata. I concerti jazz non si potevano definire tali se non erano accompagnati da spinelli, anche in location come il Teatro Petruzzelli; poi il jazz ha preso una piega, vogliamo dire trandy?, il pubblico non è più composto da soli appassionati ma da tutti, perché non si può resistere al ritmo del jazz! Sicuramente è quasi scomparsa l’abitudine costruttiva di comprare i dischi, dischi per cui io e la mia generazione mettevamo i soldi da parte, dischi a cui dedicavamo un ascolto reiterato, quasi paranoico perché non c’erano testi di riferimento e dovevamo capire noi stessi cosa i grandi cantanti volessero dire, ha portato più superficialità nell’epoca “tutto subito/tutto facile”. La qualità si è persa a favore della quantità, ma la quantità non ci è mai interessata”, spiega alla platea.

In seguito i due amici hanno continuato il dialogo, sull’onda di incuriosire la platea: Ugo Sbisà, su sollecitazione di Ottaviano, ha presentato alcuni personaggi che si sono distinti nella storia del jazz pugliese: come Mike Ortuso, originario di Monte Sant’Angelo, il quale dopo essere stato in America ed aver imparato a suonare il benjo ha portato in Puglia, poi in Lazio, la sua arte e come Vito Morea: noto sassofonista e come Bruno Giannini, noto pianista jazz nonché titolare dell’azienda di pianoforti barese Giannini, che ha suonato sia in Puglia che in Lombardia.

Un ruolo preminente per la diffusione del jazz in Italia è stato attribuito a “Radio Bari” voce dell’Italia libera, nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, che ha rallegrato il popolo americano liberatore e la stessa popolazione pugliese con la sua musica alternativa. La Puglia e il Sud Italia hanno fatto conoscere e hanno sponsorizzato il jazz all’Italia centrale e settentrionale! Il territorio pugliese ha visto per la prima volta Frank Sinatra in concerto sia a Foggia che al Teatro Petruzzelli nel 1945 perché era venuto a sollevare l’umore dei suoi compatrioti, ai soldati americani mancava la propria terra e la propria musica.

Infine Sbisà ha congedato la platea, dicendo: “Ho studiato musica, ma ho scelto di rimanere nel campo dell’ascolto perché preferivo ascoltare la musica che non fosse mia. Il termine estetica, deriva dal verbo greco “aistànomai” che significa percepire, la percezione è soggettiva, l’arte pone domande ma non dà risposte, quindi per costruire una migliore estetica dobbiamo costruire una migliore etica della musica. La corda di violino tesa che è la nostra anima, deve essere sempre accordata!”, seguito dalla conclusione del presidente Nanna: “Come diceva Proust ne “L’elogio alla cattiva musica”: bisogna onorare qualsiasi tipo di musica!”

© Riproduzione riservata

Autore: Marina Francesca Altomare
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