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Successo della personale di Michele Paloscia
15 ottobre 2019

“Quando la pittura e i pittori si incontrano per parlare ancora di una semplice posa o pennellata vuol dire che l’Arte ancora ci aiuta ad affrontare un ‘tempo’ che sembra essersi per sempre allontanato dalla bellezza”. Sono le parole che suggellano lo scritto del pittore Omar Galliani a presentazione della mostra Pittura in viaggio del molfettese Michele Paloscia. La personale è stata inaugurata presso la Fondazione musicale Vincenzo Maria Valente il 28 settembre, con notevole afflusso di un pubblico che ha subito apprezzato le opere dell’artista. Al vernissage sono intervenuti l’avv. Rocco Nanna, Presidente della Fondazione, che ha espresso soddisfazione per una nuova iniziativa offerta al territorio, e l’on. avv. Francesco Paolo Sisto, il quale ha inaugurato la rassegna, esprimendo il proprio apprezzamento per Paloscia. Un artista capace di coniugare sicura padronanza tecnica – e Sisto ha fornito alcuni esempi in tal direzione – con il dono di uno sguardo penetrante, che cattura e restituisce, sulla tela, frammenti di vite. Sisto non ha mancato di sottolineare l’assimilazione della lezione denittisiana da parte di Paloscia e il suo profondo legame con la terra di Puglia, che lo rende vicino, per affinità di sentire, ad altri maestri della pittura della nostra regione. L’inaugurazione, come consueto per la Fondazione, ha veduto la realizzazione di un fecondo abbinamento tra pittura e musica, con le esibizioni di Nicola Nesta (corde e liuti) e Lazzaro Ciccolella (live electronics). Quando Galliani, riferendosi ad artisti come Paloscia, asserisce che “la pittura è ancora in viaggio”, non si può che convenire con le sue parole. Il Novecento e il primo scorcio del nuovo millennio ci hanno abituati a un’inesauribile, anche un po’ logora (se si vuole), querelle tra artisti legati alla tradizione e i sostenitori di linguaggi ritenuti più consentanei alla contemporaneità. Spesso ciò ha determinato una damnatio memoriae di validissimi pittori e scultori, colpevoli esclusivamente di coltivare quella sincerità di cui parlava Manet e in cui Paloscia mostra di credere fermamente. La sincerità, per il pittore molfettese, di essere sé stessi, di non ricercare cerebralismi posticci, di volgersi a quei maestri che sono la natura e il reale. Senza poi dimenticare i grandi tesori dell’arte internazionale, in un percorso di mellificazione in cui si avvertono consonanze spirituali con i classici rinascimentali e poi Morelli, Gemito, Siviero, Singer Sargent (amatissimo da Paloscia), Guccione, solo per citare alcuni nomi. Dal dato fenomenico Paloscia muove, ma in esso la sua ispirazione non si esaurisce. Anche quando indugia sui particolari, pennellando lo scenario dell’apparizione di un adolescente pensoso nell’età della tecnologia o mostrando il contesto in cui un sax (omaggio alla Fondazione), pura architettura cromatica per l’artista, è custodito con cura, il pittore rifugge dal mero descrittivismo, consapevole che un dettaglio possa condurre alla rivelazione di un’essenza. Va da sé che, laddove il dettaglio non è funzionale, prevarrà una visione più sintetica, come nel caso delle marine, rasserenanti elegie della nostra terra, in cui lo sguardo è sintomatico della serenità di chi vede la pittura come uno strumento costruttivo, di conoscenza e quasi di dominio del reale. Dipingere equivale a rappresentare il mondo per meglio comprenderlo e meglio amarlo, anche per evidenziarne gli sgretolamenti (è il caso di alcuni dipinti degli anni Ottanta, dal retrogusto di un amaro engagement) o per alludere al mal di vivere (il ‘rivo strozzato’, che però affascina nell’incanto cromatico, divenendo bellezza). Tutto questo sempre con uno sguardo all’éternel azur mallearmeano di un cielo che diviene lo spazio ideale per le espansioni della nostra anima. Anima che rifulge nei ritratti (cui lo storico dell’arte Gaetano Mongelli dedicò un lucido saggio in occasione della personale presso la Sala dei Templari del 2014), vuoi che essi effigino con amore Rosalba assorta o Agnese immersa nella luce sul Naviglio e poi ancora il nipote, sportivo e vitale giovinetto in boccio, o il committente di turno. Luminosità, fedeltà al reale e al contempo sua trasfigurazione, respiro di spazialità, qualità del disegno (cui l’uso della fusaggine non di rado dà risalto) e d’introspezione psicologica sono le insegne che fanno della Pittura in viaggio di Michele Paloscia un itinerario serenatore nella bellezza e nello stupore dell’esistere. © Riproduzione riservata

Autore: Gianni Antonio Palumbo
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