Torna la questione morale anche nel Pd di Molfetta: intervento di Pietro Capurso
Pietro Capurso
MOLFETTA – Preoccupa la situazione all’interno del Pd di Molfetta, soprattutto in vista delle elezioni amministrative di primavera. Anche la recente vicenda dei concorsi dell’Arca Puglia, che vede coinvolto il segretario locale, ha creato nuovi problemi e aumentato la confusione. Insomma, sembra che la questione morale torni a ripresentarsi fortemente, come sostiene in questo intervento Pietro Capurso, vecchio iscritto al partito e collaboratore di “Quindici”.
«Avrei voluto fare questo intervento all’assemblea del circolo PD di Molfetta, purtroppo, come i concorsi dell’Arca Puglia, è stata rinviata a data da destinarsi.
“I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela… federazioni di correnti, ciascuna con un boss e dei sotto-boss”. Così parlava Enrico Berlinguer in una storica intervista a Eugenio Scalfari. Parole dure, parole scomode, parole che molti considerarono eccessive. Eppure, a distanza di decenni, suonano drammaticamente attuali.
La crisi di credibilità della politica nasce proprio qui: quando il rapporto tra partiti e cittadini si incrina, quando il sospetto sostituisce la fiducia, quando la percezione conta quanto – e talvolta più – della realtà dei fatti. Non è necessario dimostrare un illecito perché si apra una ferita politica: basta il dubbio. In politica, il dubbio è veleno lento. Fa perdere voti, mina la fiducia, erode la credibilità costruita in anni di impegno.
È dentro questo quadro che si inserisce la vicenda che riguarda il segretario del circolo del Partito Democratico di Molfetta, finito al centro dell’attenzione per un concorso.
Voglio essere chiarissimo: non metto in discussione la regolarità delle procedure, né la trasparenza, né le capacità personali. Non è questo il punto. Il punto è politico. Ed è enorme.
Perché quando si diffonde, in modo capillare, il dubbio che possa esserci stata una vicinanza politica tra chi ha ottenuto un risultato e chi riveste ruoli istituzionali o di responsabilità, quel dubbio diventa automaticamente una questione morale. E la questione morale non riguarda i tribunali: riguarda la fiducia dei cittadini.
In politica non basta essere onesti: bisogna essere percepiti come inattaccabili.
La politica vive di credibilità. Vive della fiducia che i cittadini ripongono in chi li rappresenta. E quella fiducia è fragile, difficilissima da costruire e facilissima da perdere. Dobbiamo porci una domanda semplice ma decisiva: come potremo presentarci alle prossime elezioni chiedendo il voto ai cittadini se il nostro segretario porta sulle spalle questa spada di Damocle? Come potremo difendere il partito dagli attacchi degli avversari quando sappiamo benissimo che questa vicenda verrà ricordata ogni giorno della campagna elettorale? Come potremo parlare di etica pubblica, di trasparenza, di legalità, se non affrontiamo con chiarezza una questione che è già diventata patrimonio del dibattito pubblico? Illudersi che la gente dimentichi sarebbe un errore grave. Non succederà. La memoria politica, soprattutto quando si tratta di sospetti e polemiche, è lunghissima. Ed è proprio qui che entra in gioco la nostra storia. La storia della sinistra, la storia del Partito Democratico, la storia di una tradizione politica che ha sempre fatto della questione morale un pilastro identitario, non uno slogan da utilizzare a intermittenza.
La questione morale è semplice: quando la tua posizione rischia di danneggiare il partito, devi fare un passo indietro. Non perché sei colpevole, ma perché sei responsabile. Non perché qualcuno te lo impone, ma perché lo impone la tua coscienza politica.
Non è una condanna personale. È un atto di responsabilità politica. Per questo ritengo che oggi esistano solo due strade possibili, chiare, limpide, senza ambiguità: dimettersi dalla carica di segretario oppure rinunciare al concorso.
Non esistono scorciatoie. Non esistono soluzioni intermedie. Non esistono compromessi possibili quando è in gioco la credibilità di un partito e la fiducia dei cittadini.
Come dicevano i romani: tertium non datur».
Pietro Capurso
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