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Selfie, sorrisi e polemiche: così il congresso degli addii incorona de Nicolo Il racconto dell'atmosfera nel regolamento di conti
15 maggio 2015

Il Passato e il Futuro del Partito Democratico di Molfetta sono vicini, uno accanto all’altro. Sguardi, saluti, qualche convenevole. Da una parte Mino Salvemini, Giovanni Abbattista, Rosalba Gadaleta, Corrado Minervini e Annalia Solimini, dall’altra Piero de Nicolo, Saverio Patimo, Tommaso Spadavecchia, Demetrio Losciale, Alessandro Sinisi. Il gruppo di Guglielmo Minervini ormai minoritario e con le valige in mano e quelli di via Manzoni che lasciano selfie, Facebook e folklore e si prendono il partito. Sono le 16,30 poco più e la lunga due giorni del Pd, parte da questo sabato di maggio afoso e apparentemente sereno. Ci sono già quasi tutti e affollano il marciapiede fuori la sezione del partito, quella di Corso Margherita. Il Passato e il Futuro, che poi si sa sono categorie fluide e sfuggevoli e così nella seconda restano impigliati pure Lillino Di Gioia e Annalisa Altomare, i vecchi dc ancora rampantissimi, pronti a metterci le impronte digitali su questa nuova segreteria. Partecipano pure loro alla scalata. Baci e abbracci. Arrivano i Gd (giovani democratici), tutti insieme scortati da Percoco. Poi i segretari degli altri partirti cittadini, i movimenti e le associazioni invitati a portare il loro saluto. Alle 17 arriva il segretario provinciale Ubaldo Pagano. Sorride e sorridono tutti. Sorrisi, tanti, tantissimi sorrisi. E’ il partito di Renzi questo, ed è giusto così. Qualcuno però fissa Pagano in cagnesco. Dicono che il congresso puzza di illegittimità dalla testa ai piedi e che sarebbe stato meglio rinviare tutto a dopo le elezioni regionali, a tossine elettorali smaltite e invece no, il segretario provinciale ha voluto così, forse per favorire l’ascesa di De Nicolo. Arriva Gianni Porta con un toscano serrato tra le labbra come quelli di De Nicolo (“sto cercando di smettere di fumare, dannazione!”) insieme al segretario di Prc Beppe Zanna e il presidente del consiglio comunale Nicola Piergiovanni che scappa subito dentro a ripetere il discorso, come sempre preparato con puntiglio e riportato per intero su un foglio (“ho paura che parlando a braccio l’emozione mi vinca”). I saluti sono veloci. Pagano legge una nota di Paola Natalicchio (“vi auguro un congresso capace di restituire ricchezza e pluralità al centrosinistra cittadino”), poi intervengono il vicesindaco Bepi Maralfa (“che questa due giorni consolidi il partito e le forze di maggioranza”), Nicola Piergiovanni (“il Pd è il partito artefice della vittoria di Paola nel 2013, gli elettori ora chiedono meno Facebook e litigiosità e più unità. Abbiamo tanto da fare”), il segretario di Sel Silvio Salvemini (“il congresso farà ripartire una forza politica fondamentale”) e quello di Rifondazione Beppe Zanna (“noi siamo un partito novecentesco, che belli i congressi! Che sia appassionante e all’ultimo voto, simbolo della politica vera, lontana dal leaderismo”) e infine Mimmo Favuzzi di Comitando (“ritroviamoci presto in piazza a parlare di buona politica”). Pagano ringrazia tutti (“andate a godetevi il sabato pomeriggio”), baci e abbracci. De Nicolo chiede a Pagano che la stampa possa seguire per intero i lavori e sono tutti d’accordo. Apre Erika Cormio, 31 anni, commercialista, nipote del leader Pci Sandrino Fiore, tacchi a spillo e giacchio rosso fuoco, candidata al consiglio regionale proprio mentre in città soffia la tempesta. Ha un filo di voce perché la campagna elettorale è appena iniziata ma già pesa. Si muove sulla difensiva rifugiandosi nel discorso del “grazie” che ricorda un po’ quelli di Enzo de Cosmo: “ringrazio il segretario Pagano, il segretario uscente Calvani e ringrazio anche Paola Natalicchio per le belle parole e tutti i presenti. Grazie a tutti! C’è uno slogan che amo molto, che per me significa tanto. Dice: Mo’ Avà Lesse! Carpe Diem. È il momento giusto. Votatemi tutti”. Applausi e poi si parte davvero. La prima mozione è quella dei Gd. Si intitola “La nostra rotta, il nostro Pd. Insieme, per rifare la politica” e la presenta Marco Gadaleta. Camicia bianca, giubbotto in pelle marrone, una matassa di capelli neri impomatati. Legge la mozione da un foglio ma cerca di dare ritmo muovendo il braccio destro, un po’ come gli attori di teatro. È bravo. Dice che i giovani democratici si metteranno all’opposizione della nuova segreteria, che le larghissime intese di Emiliano non vanno bene e usando la metafora della pesca, che il partito che sognano dovrebbe essere come uno strascico capace di “trainare consenso e partecipazione attraverso l’attività che l’intera comunità di iscritti tenderà a svolgere nel corso del tempo. Dal basso”. Segue Raffaella Altamura (gruppo Minervini) e la mozione “Democrazia e Partecipazione”). Ricorda che i democratici devono continuare nella strada tracciata dalla segreteria di Giulio Calvani, quella che è riuscita a “disarticolare e rompere i vecchi schemi del potere locale, dopo 15 anni di amministrazione di centrodestra”). Poi è la volta di Piero de Nicolo. Gli occhi sono puntati tutti su di lui. Si sta prendendo la segreteria e si aspettano bordate. Mostra quattro fogli sciolti, pieni di note. È la mozione “Orgoglio Democratico” quella del suo gruppo. Spiega che lui i discorsi non li legge mai ma stavolta farà uno strappo, come a dire che fa politica da tanti anni, è un bravissimo oratore e potrebbe procedere a braccio e invece deve leggere perché ai congressi si usa così. Non delude: via gli As- sessori Abbattista e Gadaleta (“non rappresentano più il partito”) e fuori tutti quelli che votano Minervini e lo appoggiano pubblicamente (“Oggi sono legittimati alla presenza in questa sede quanti assicurano il pieno sostegno al partito democratico per affinità culturali, comunanza di idee e per contributo elettorale che sintetizza la lealtà, la coerenza, la militanza”). Chiede le dimissioni di Minervini da assessore regionale. Tutti via, tutti a casa, ora comanda lui. Sta con Emiliano e sta con Renzi e quindi è un rottamatone doc. L’amministrazione? Può stare tranquilla perché continuerà a essere sostenuta dal partito, ma sarà un supporto vigile, critico. Le manda a dire anche a noi di “Quindici”, giornale scomodo e critico con lui, poi chiude tra gli applausi. Dietro, agli ultimi posti sono seduti i militanti vicini a Minervini. Non hanno una bella cera, hanno capito l’antifona. Per loro risponde Mino Salvemini arrembante e corrosivo. Il discorso ha toni fracassanti: il congresso è illegittimo (“è stato deciso unilateralmente dal segretario Pagano!”), le parole sugli assessori inaccettabili (“non c’è nessun provvedimento di espulsione verso gli assessori Abbattista e Gadaleta!”), la mozione Orgoglio Democratico ha solo velleità fratricide (“si vuole trasformare il congresso in un regolamento dei conti. La fazione di Piero de Nicolo ha mosso una vera e propria guerriglia all’amministrazione!”). L’ex Presidente della Multiservizi sorride, accende il toscano, lascia il suo posto, si avvicina all’ingresso e tra una boccata e l’altra segue il jaccuse di lì. È una tragedia politica di provincia, con molto folklore addosso e anche il copione è così, così. La casa è in fiamme, alcuni vanno via per costruirne un’altra, un po’ più a sinistra e gli altri, quelli che restano, passeggeranno sulle macerie, sperando di non restarne intrappolati. L’ombra lunga è quella di Saverio Tammacco (Forza Italia), è quella del trasformismo, sempre più la matrice di questo Pd. De Nicolo ne diventa ufficialmente segretario, il giorno dopo, passate da poco le 20.30. Lo scrutinio è ancora a metà ma è già finita. Gli iscritti lo hanno premiato, la sua è una valanga. Via Manzoni si è presa il partito. Giulio Germinario, fedele capogruppo in consiglio comunale, scatta come una molla e lo abbraccia. De Nicolo gli lancia un’occhiata che è una lama di ghiaccio (“per favore niente commedie, aspettiamo l’ufficializzazione”). E’ molto sobrio, perché ha vinto, stravinto e non c’è bisogno di strafare nei festeggiamenti. Arriva Giulio Calvani. Lui e Mino Salvemini si avvicinano all’avvocato Oronzo Amato, che sta svolgendo le operazioni di voto e gli chiedono dei seggi nel direttivo. A De Nicolo ne spettano 13 su 20. “Venti? E chi lo ha deciso che devono essere venti?” chiede Calvani. Si cercano carte e regolamenti, ci si imbroglia un po’, alla fine si telefona a Pagano che sbroglia la matassa: una sezione con 401 iscritti deve avere un direttivo da 20 membri. Si sbrigano altre formalità burocratiche: perché i Gd non hanno inserito nella lista Marco Gadaleta? Non si sa, ma adesso l’esponente Gd è fuori dal direttivo (o forse no, come dice qualche maligno alludendo al posto vacante di vicesegretario). Fa molto caldo, fuori alcuni militanti sognano una birra ghiacciata. Qualcuno dice che adesso l’aria cambierà e con la nuova segreteria verrà piazzato all’ingresso un grosso frigo pieno di peroni ghiacciate e il problema della sete verrà risolto. Le cose vanno per le lunghe, qualcuno alza la voce, ma solo per un istante, De Nicolo invita tutti alla calma. Poi arriva l’ufficializzazione. L’applauso del congresso è molto lungo, lui si emoziona un po’, sorride, chiama al suo fianco gli sconfitti Gadaleta e Altamura e la candidata del partito Erika Cormio. E’ un discorso distensivo, che invita all’unità. Poi è davvero festa. Arrivano Annalisa Altomare e Lillino di Gioia e tutti cercano di scattare qualche foto. Si abbracciano e sorridono, è anche la loro vittoria. Entrano nel direttivo, gli uomini di via Manzoni, come Demetrio Losciale lunghissima carriera politica nelle retrovie e adesso sul ponte di comando con gli altri. Infine selfie di rito (tutti il gruppo di De Nicolo in posa con le braccia aperte e protese verso il cielo in segno di vittoria) e serata di festa al Cin Cin Bar. Il partito è preso, la scalata è riuscita. Molti usciranno e a chi resta sarà affidato l’onore di trovare una risposta all’eterna domanda leniniana: “che fare?”

Autore: Onofrio Bellifemine
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