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Scarsa la creta che mi impastò
15 giugno 2005

Scrutare il mondo dal chiuso di una cesta. O vincolati alla schiavitù di un seggiolo. Magari di un trono. Anche una piccola stanza finisce con l'assumere le dimensioni di un 'mondo sconfinato', inconoscibile, negato al tatto ed esperito con gli occhi del malessere esistenziale. È la storia di Vlaika Brentano, narrata nel romanzo “La baronessa dell'Olivento” di Raffaele Nigro e messa in scena dagli studenti dell'Ipssar (Alberghiero) di Molfetta martedì 7 giugno, presso la Fabbrica di S. Domenico, col titolo “Scarsa la creta che m'impastò”. I costumi sono stati realizzati dalla prof.ssa Rosa de Carolis. Alla sceneggiatura hanno lavorato le docenti Adelaide Altamura, Teresa De Leo e Maria Spadavecchia, coreografa e regista dello spettacolo, cui ha donato la sua consueta finezza e il naturale istinto all'espressione scenica. Una vicenda fiabesca, che inizia nell'Albania del 1450, insanguinata dagli scontri tra Scanderbeg (Raffaele Vacca) e Murhad Han Pascià (Michele Moretti, nella foto). Cantastorie è Vlaika, giovinetta senza braccia né gambe, affidata alle cure amorevoli di un fratello, Stanislao, malato di viaggi e d'infinito. Un geniaccio, che, al servizio di Scanderbeg, tra sbuffi di fumo nel castello di Lagopesole, consacra la propria esistenza a 'trovare e difendere' la 'macchina della dottrina' (la stampa). Uno che non cammina “sui sassi e sulle impalcature, ma sopra le nuvole” e dedica inesausti sforzi all'invenzione di marchingegni atti a migliorare l'esistenza della sorella. Dalla terra delle aquile a una Napoli 'cuccuma densa di odori', i Brentano conosceranno l'ascesa a signori di Lagopesole. Vlaika diverrà la saggia baronessa dell'Olivento. La finzione scenica si sofferma sullo struggente amore tra Vlaika e il segretario di Ferrante, Antonello Petrucci, poi implicato nella congiura dei baroni del 1486. Vlaika, “ninfa bella di faccia e di occhi”, rifiuta le attenzioni del giovane. Rinchiusa in solaio, si finge sorda ai disperati, poi forsennati, richiami di Antonello. L'amplesso si consuma solo in una dimensione onirica. All'incontro verificatosi anni dopo non resterà che ratificare la realtà dell'allontanamento. Petrucci ha “perso molte bellezze di gioventù”; Vlaika stenta a riconoscerlo. Nell'esemplarità dell'apologo di Dafne e il cacciatore (Apollo) e della metamorfosi in alloro voluta da Giove è suggellato il loro amore senza futuro. Efficace la scelta di sdoppiare il personaggio della Brentano: a una Vlaika (Loredana Altamura) immersa nel flusso dell'esistenza, catapultata “da un paese di volpi cani cavalli” a uno di letture (fantasmi incorporei), si affianca la Vlaika (Antonella Ruggiero) io narrante. Quest'ultima è l'anima che estrinseca i pensieri e, nel finale, pare assolvere alla funzione di arcangelo della morte, traghettando se stessa e il proprio doppio alla 'sofferenza dell'eternità'. Si conferma ad alti livelli Loredana Altamura (nella foto), fragile figurina dall'alto d'un seggiolo, che affascina Nigro (presente allo spettacolo di martedì) e, con la sua fresca, istintiva espressività corporea, dona credibilità notevole alla focomelica Vlaika, oltre a un temperamento ruvido e appassionato. Una sorpresa la Ruggiero, complementare all'Altamura: dettato limpido, dominio della parola notevole, imponenza scenica. Scultoreo Michele Moretti, nel ruolo di Petrucci (bravissimo, insieme a Raffaele Vacca, anche nella scena del duello rappresentato con il rituale della danza delle spade), dopo un avvio timido rivela doti attoriali da coltivare e conferma un'eleganza innata nelle coreografie. Di certo la furia di Antonello che si agita “tra letto e tavolino come un falco in gabbia” rappresenta l'acme dello spettacolo, come il finale di teatro danza affidato a una Vlaika sempre più capace di autonomia è momento di grande suggestione che prelude alla poetica chiusa. Un plauso al bravo Corrado Lioce, uno Stanislao spontaneo e suadente, e ai comprimari, la premurosa Giosaria (Donatella Alberga), i simpatici Raffaele Vacca e Dario Vacca (Pasquale). Resta emblematica la vicenda di Vlaika, simbolo di una tensione alla conoscenza capace di sfidare e vincere i limiti che natura impone. Rimane viva la poesia di un amore focomelico, che in sogno muove timidi passi per poi tornare celato, all'alba, nello sguardo di granito d'una donna segnata dai capricci della Sorte. Un amore destinato a volare nell'aria, nella pioggia. Nel vento. Gianni Antonio Palumbo gianni.palumbo@quindici-molfetta.it
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