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Quella lanterna, sentinella silenziosa del tempo In un libro di Enrica Simonetti storie dei fari di Puglia: quello di Molfetta tra i più antichi
15 febbraio 2001

«E prese (Achille) lo scudo grande e pesante, di cui lontano arrivava il chiarore, come di luna. Come quando splende in mare ai naviganti il chiarore d’un fuoco acceso, ch’arde in alto sui monti». Sono versi dell’Iliade di Omero, primo cantore del faro attraverso lo scudo di Achille paragonato a quegli immensi falò e bracieri che segnalavano ai naviganti la presenza della costa. L’origine del faro, infatti, sta proprio in quel fuoco ardente, simbolo di vita e di salvezza: la luce che cercano i naviganti in difficoltà, la speranza del porto vicino che ha accompagnato generazioni di pescatori di Molfetta nelle loro quotidiane uscite in mare. Quanti amori sono nati all’ombra del faro, testimone di vita e di morte non solo in mare. Il «gigante silenzioso» di Molfetta ha assistito impotente alla tragica fine di quei due giovani riparatisi in auto alla sua ombra per scambiarsi un po’ d’amore, una tenera storia finita in tragedia con la vettura scivolata inspiegabilmente nelle acque del porto. C’è chi, come lo scrittore Pedrag Matvejevic che li ha paragonati ai templi del Mediterraneo: «hanno tratti comuni con i monasteri» e chi li accomuna a maestose sorgenti di luce e di vita. Il loro fascino è legato proprio alla loro maestosità che l’uomo ha sempre sottolineato fin dall’antichità: dalla mitica torre di Alessandria d’Egitto al Colosso di Rodi, fino alla moderna Statua della Libertà che domina Long Island, primo incontro di tanti nostri emigranti con la grande New York, l’America del lavoro e della speranza. Sono ricchi di storia i fari, potrebbero raccontare avventure di pescatori, ma anche di corsari, avventurieri, contrabbandieri, naufragi ed epiche battaglie, sbarchi di conquistatori e, oggi, di profughi disperati in fuga dalla miseria e dalla persecuzione. Ma restano muti testimoni del tempo che scorre su di loro nei secoli. «Andar per fari» è un’esperienza insolita, ma anche affascinante. Lo ha fatto Enrica Simonetti, giornalista della «Gazzetta del Mezzogiorno» che ama andar per mare, leggere di mare, sognare di mare e «da sempre il mare finisce dove incomincia a scorgersi la luce del faro, o il profilo della sua torre». «La passione per i fari - confessa la giornalista - è nata quasi per gioco, con la curiosità di cercare in ogni viaggio, in ogni passeggiata su un lido di qualsiasi parte del mondo, la «familiare» torre sul mare. E’ nata così l’idea di raccogliere questi «appunti di viaggio» per farne un bel volume: «Lampi e splendori. Andar per fari lungo le coste del Sud» realizzato dagli Editori Laterza con il contributo di Banca Carime. Il volume - arricchito dalle foto di Nicola Amato e Sergio Leonardi e da antiche riproduzioni e bellissime iconografie - parla anche del faro di Molfetta, uno dei più antichi: risale al 1857. Vi proponiamo il testo integrale che ne racconta la storia, parla del biologo Giuseppe Saverio Poli e degli ex voto custoditi nella Basilica della Madonna dei Martiri in cui il faro è spesso presente accanto alla Madonna, simbolo di salvezza. La torre di pietra, sentinella silenziosa del tempo, resta un simbolo della città col Duomo romanico e la Basilica della Madonna dei Martiri, amata dai molfettesi che nelle sere d’estate gli passeggiano accanto e in quelle invernali si sentono protetti dalla sua luce intensa, ma calda e familiare per questa gente di mare che non dimentica la sua storia e le sue tradizioni, di cui il faro resta geloso custode. Felice de Sanctis
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